"Proteggere" e "conservare" solo apparentemente sono sinonimi - © Kostikidis Georgios
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di Redazione

Se proteggere vale più di conservare, quale futuro per la caccia?

L'approvazione del nuovo Piano faunistico venatorio della Toscana, di stampo marcatamente protezionista, ha stimolato una riflessione da parte di Roberto Mazzoni della Stella e Francesco Santilli che non possiamo che fare nostra

Lo scorso 26 maggio la Giunta regionale della Toscana ha approvato la proposta di Piano faunistico venatorio regionale. Un documento che, inevitabilmente, risente dei contraccolpi dell'ingresso nella maggioranza di partiti storicamente anticaccia e che, per questo, cambia paradigma adottando un approccio pianificatorio marcatamente protezionista in una regione che nei decenni scorsi si era invece contraddistinta per il riconoscimento del valore storico, culturale e sociale della pratica venatoria.

Il risultato, al di là delle ricadute meramente pratiche, è la messa in discussione della figura del cacciatore come tutore dell'ecosistema e della biodiversità. Un approccio, forse l'unico, che oggi permetterebbe di inquadrare la caccia come attività pienamente coerente con il sentire contemporaneo e non, come spesso accade, come retaggio di un passato barbaro e crudele che non può e non deve trovare spazio oggigiorno.

La minaccia alla visione della caccia come strumento di gestione e tutela della biodiversità rappresentata dal documento approvato dalla Giunta guidata da Eugenio Giani ha spinto due importanti voci del mondo della gestione faunistica a elaborare una riflessione che, come Hunting Log, non possiamo che condividere pienamente e che, nella speranza che sia di spunto per quel cambio di passo oggi richiesto al nostro mondo, abbiamo deciso di riportare integralmente. Buona lettura!

Il Piano Faunistico Venatorio Regionale approvato dalla Giunta Toscana il 25 maggio 2026 segna un passaggio politico e culturale senza precedenti. Per la prima volta, infatti, un atto di pianificazione regionale assume esplicitamente un'impostazione protezionista, come rivendicato dalla consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Irene Galletti, che ha parlato apertamente di un cambio di paradigma e di una messa in discussione della figura del cacciatore come tutore dell'ecosistema e della biodiversità.
Si tratta di una novità significativa anche perché maturata all'interno di una Regione che, fin dalla sua nascita, ha sempre mantenuto un rapporto di dialogo e collaborazione con il mondo venatorio, riconoscendone il valore storico, culturale e sociale.
La caccia, infatti, è parte integrante della storia della Toscana. Dall'editto del Granduca Pietro Leopoldo del 1782 che abolì i privilegi feudali ed estese il diritto di caccia a tutti i cittadini, fino ai giorni nostri, essa ha attraversato trasversalmente tutte le classi sociali, coinvolgendo contadini e aristocratici, cittadini e proprietari terrieri, personalità illustri come Giacomo Puccini e Gino Bartali. La stessa Toscana è stata spesso un laboratorio d'avanguardia nella legislazione venatoria nazionale.
Le associazioni venatorie hanno già espresso le proprie critiche al Piano, evidenziandone contraddizioni e avanzando proposte di modifica. Resta da vedere quale sarà l'esito del confronto con il Consiglio regionale. Tuttavia, accanto alla battaglia istituzionale, emerge la necessità di una risposta culturale capace di confrontarsi con le istanze animaliste, protezioniste e ambientaliste che stanno guadagnando spazio nel dibattito pubblico.
La chiave di questa risposta può essere individuata nel concetto di conservazione.
Protezione e conservazione non sono la stessa cosa. La prima tende a escludere ogni forma di utilizzo della risorsa naturale; la seconda ne ammette un uso responsabile e sostenibile, finalizzato a garantirne la permanenza nel tempo. Così come un bosco può essere gestito e utilizzato senza comprometterne il futuro, anche la fauna selvatica può essere oggetto di una gestione conservativa che ne assicuri l'equilibrio e la continuità.
È proprio sul terreno della caccia conservativa che il mondo venatorio può rilanciare la propria funzione sociale e ambientale. Non limitandosi a difendere il passato, ma proponendo una visione moderna della caccia come strumento di gestione, tutela della biodiversità e governo del territorio.
Per questo sarebbe auspicabile che tutte le associazioni venatorie toscane, superando divisioni e particolarismi, promuovessero già dal prossimo autunno una grande giornata unitaria di riflessione e proposta. Un'occasione per affermare con chiarezza che il futuro della caccia passa dalla conservazione: non una resa alle istanze protezioniste, ma una risposta più forte, credibile e culturalmente avanzata.

Roberto Mazzoni della Stella

Francesco Santilli


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