L'ambientalismo moderno prende forma tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, dentro il clima della contestazione occidentale
L'ambientalismo moderno prende forma tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, dentro il clima della contestazione occidentale - © Andreas Habich
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Ambientalismo, storia di un'appropriazione indebita

La conservazione della natura non appartiene a una parte politica. Appartiene a chi riconosce nella natura un bene da custodire, non soltanto da amministrare o ideologizzare

Nel dibattito pubblico contemporaneo esiste un'associazione che viene spesso considerata naturale, quasi inevitabile: quella tra ambientalismo e sinistra politica. Difendere l'ambiente, parlare di sostenibilità o preoccuparsi della conservazione della natura sembrano oggi temi culturalmente collocati dentro un preciso campo ideologico. Ma questa identificazione, per quanto ormai radicata nell'immaginario, non è affatto naturale. È il risultato di un processo storico, culturale e politico relativamente recente.

Comprendere questo passaggio è importante perché la questione ecologica è troppo seria per essere lasciata alle appartenenze ideologiche. E soprattutto perché l'idea stessa di conservazione della natura nasce storicamente anche dentro tradizioni culturali molto lontane dall'ambientalismo progressista contemporaneo.

Breve storia dell'ambientalismo moderno

L'ambientalismo moderno prende forma tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, dentro il clima della contestazione occidentale. È il periodo dei movimenti studenteschi, della critica al capitalismo industriale, della sfiducia verso il modello produttivista e consumistico nato nel dopoguerra. In quel contesto storico il campo progressista rappresenta il terreno politico della trasformazione sociale e della critica al sistema economico dominante, mentre la destra viene percepita come difesa dell'ordine esistente.

È quindi naturale che le prime grandi battaglie ambientaliste si sviluppino dentro l'area progressista.
A rafforzare questo legame contribuisce soprattutto un elemento decisivo: la critica alla crescita economica illimitata. L'ambientalismo contemporaneo nasce infatti anche come contestazione di un modello industriale fondato sull'idea di sviluppo continuo, consumo crescente e sfruttamento intensivo delle risorse. Questo tema entra immediatamente in sintonia con sensibilità tipiche della cultura politica di sinistra: redistribuzione, regolazione del mercato, intervento pubblico, critica al liberismo economico. L'ambiente smette così di essere soltanto una questione naturale e diventa anche una disputa economica e politica.

Negli ultimi decenni il fenomeno si è ulteriormente consolidato attraverso il tema del cambiamento climatico e delle grandi politiche sovranazionali. Accordi internazionali, governance globale, organismi multilaterali e strategie climatiche centralizzate sono stati sostenuti prevalentemente da partiti progressisti e istituzioni internazionali, mentre gran parte del mondo conservatore ha reagito spesso con diffidenza, temendo gli effetti economici delle regolazioni ambientali o l'espansione di apparati tecnocratici lontani dalle comunità locali. Il quadro è però assai più complesso di quanto appaia.

Progressismo vs conservatorismo

Questa associazione tra ambientalismo e cultura progressista, peraltro, non è nemmeno uniforme in tutta Europa. Nei Paesi baltici, ad esempio, la sensibilità ambientale si è intrecciata con culture nazionali e conservatrici. In Estonia, l'esperienza dell'occupazione sovietica ha lasciato un ricordo molto forte dello sfruttamento industriale imposto dal regime comunista: miniere, inquinamento, assimilazione culturale, militarizzazione del territorio e trasformazioni ambientali profonde vennero percepite anche come forme di dominio politico e culturale. Non è un caso che alcune delle prime mobilitazioni ambientaliste estoni degli anni Ottanta, come la cosiddetta Phosphorite War (1987), abbiano avuto contemporaneamente una dimensione ecologica e identitaria. In questo contesto, la difesa dell'ambiente si è sviluppata più facilmente dentro una sensibilità legata alla tutela del territorio, della comunità nazionale e della continuità culturale, piuttosto che dentro le categorie classiche dell'ambientalismo progressista occidentale.

La conservazione della natura non appartiene a una parte politica. Appartiene a chi riconosce nel territorio un bene da custodire, non soltanto da amministrare o ideologizzare
La conservazione della natura non appartiene a una parte politica. Appartiene a chi riconosce nel territorio un bene da custodire, non soltanto da amministrare o ideologizzare - © Vasily Iakovlev

Storicamente la conservazione della natura non nasce affatto come monopolio della cultura progressista. Il conservazionismo americano di Theodore Roosevelt, la gestione forestale europea, la cultura rurale del territorio, la tutela paesaggistica e perfino molte pratiche di gestione faunistica appartengono a una tradizione che parla soprattutto di continuità, responsabilità, limite e custodia. Concetti che storicamente hanno avuto maggiore affinità con culture conservatrici che con ideologie rivoluzionarie.

Il punto di rottura

Il punto di rottura arriva quando una parte dell'ambientalismo contemporaneo smette progressivamente di parlare di gestione e conservazione delle risorse per assumere una visione più astratta, centralizzata e talvolta apertamente antiumana. La logica del "conservare usando", tipica del conservazionismo classico, lascia spazio a un paradigma sempre più orientato alla riduzione, alla limitazione e al divieto come risposta quasi automatica ai problemi ambientali.

In alcuni casi l'uomo stesso finisce per essere descritto principalmente come fattore di disturbo o minaccia per la natura. È qui che si innesta il pensiero di pensatori e filosofi che, criticando sia il liberismo consumista sia l'ambientalismo radicale, sostengono la necessità di costruire una filosofia ecologica fondata sulla responsabilità, sull'appartenenza e sulla cura concreta dei luoghi. Per Scruton (Green philosophy, 2012), autore di riferimento nel mondo conservatore contemporaneo, le persone tendono a proteggere ciò che sentono come proprio. È il concetto di oikophilia: l'amore per la propria casa, intesa non soltanto come abitazione privata, ma per estensione come territorio vissuto, paesaggio condiviso, comunità, memoria e continuità culturale.

Quando invece la gestione ambientale viene affidata esclusivamente a grandi apparati impersonali o a organismi sovranazionali, il cittadino tende a perdere senso di responsabilità. La conservazione rischia di trasformarsi in qualcosa di astratto, percepito come imposizione esterna più che come dovere condiviso. Una parte dell'ambientalismo contemporaneo ha finito per assumere i tratti di una vera e propria religione secolare. Il mondo viene diviso in buoni e cattivi, l'uomo viene rappresentato principalmente come nemico della natura e la soluzione ai problemi ambientali viene affidata a politiche centralizzate, tecnocratiche e spesso scollegate dalla realtà concreta dei territori. Questa corrente intercetta alcune derive presenti nel dibattito ambientale contemporaneo, dove movimenti e forme di attivismo sempre più radicali tendono talvolta a sostituire la complessità della gestione ecologica con linguaggi apocalittici, moralistici o puramente oppositivi e azioni eclatanti (si pensi per i primi ai Fridays for future, per le seconde a Ultima generazione).

Non c'è ambientalismo senza l'uomo

Ma la tutela dell'ambiente rischia di perdere efficacia proprio quando smette di confrontarsi con la complessità delle comunità, delle economie locali e dei territori. È qui che torna centrale la distinzione tra ambientalismo ideologico e conservazionismo. Il conservazionismo non nega i problemi ambientali, né difende uno sfruttamento indiscriminato delle risorse. Al contrario, riconosce la necessità del limite, della sostenibilità e della tutela degli ecosistemi. Ma lo fa partendo da un'altra idea di uomo e di natura. Non dalla contrapposizione tra presenza umana e ambiente, bensì dalla loro relazione. La natura non viene concepita come uno spazio da sottrarre all'uomo, ma come un patrimonio da custodire attraverso responsabilità, gestione e continuità culturale.

Per questo il conservazionismo può rappresentare oggi uno spazio culturale rimasto largamente scoperto: un ambientalismo della responsabilità, pragmatico, territoriale, fondato sulla custodia, che non nasce dall'ostilità verso la presenza umana, ma dalla consapevolezza che l'uomo, proprio perché parte degli ecosistemi, ha il dovere di conservarli senza distruggerli.

In fondo, la questione ambientale non appartiene naturalmente né alla destra né alla sinistra. Appartiene piuttosto alla civiltà di una società e al modo in cui essa decide di rapportarsi al proprio territorio, ai propri limiti e al proprio futuro. Ed è per questo che dovrebbe essere trasversale tra tutte le forze politiche e gli approcci ideali.


Se sei interessato alla caccia sostenibile e alla conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica, segui la pagina Facebook e l'account Instagram di Hunting Log, la rivista del cacciatore responsabile.


Altri articoli dalla sezione Conservazione

Meat sounding, dietro le parole anche la delegittimazione della caccia
Pubblicato il in Conservazione | Matteo Brogi
Meat sounding, dietro le parole anche la delegittimazione della caccia

Il meat sounding non genera soltanto confusione sulle etichette: alimenta il paradosso di un modello che tende a delegittimare culturalmente la carne >>

Green Philosophy: l'ecologia nasce dall'amore per la propria casa
Pubblicato il in Conservazione | Matteo Brogi
Green Philosophy: l'ecologia nasce dall'amore per la propria casa

Roger Scruton propone un'ecologia fondata sull'oikophilia: si protegge davvero l'ambiente solo quando lo si sente parte della propria identità >>

Cosa sta succedendo alla
Pubblicato il in Conservazione | Redazione
Cosa sta succedendo alla "Fabbrica delle anatre" americana?

Nelle ultime settimane negli Usa cresce la mobilitazione in difesa della "Fabbrica delle anatre", una vasta regione umida a cavallo tra Canada e Stati Uniti >>

Grandi carnivori: conservazione, conflitto e futuro della vita rurale
Pubblicato il in Conservazione | Matteo Brogi
Grandi carnivori: conservazione, conflitto e futuro della vita rurale

Una raccolta di saggi invita a riflettere sul difficile equilibrio tra tutela dei grandi carnivori, comunità rurali e gestione del territorio >>