
di Matteo Brogi
Caccia 5.0: la tecnologia al servizio dell'attività venatoria
La tecnologia non è nemica della caccia, ma la sua neutralità dipende dall'uomo: solo un approccio consapevole può trasformarla in strumento di sostenibilità, non di "persecuzione"
Tra le innumerevoli sfide che si pongono al cacciatore moderno c'è pure quella tecnologica. O, meglio, quella dell'uso sostenibile e responsabile degli strumenti che il progresso tecnologico mette a disposizione: ottiche elettroniche programmabili, visori notturni, telemetri evoluti, sistemi di localizzazione satellitare e dispositivi smartphone possono favorire, in varia misura, il cacciatore nell'esercizio venatorio.
La necessaria premessa alle considerazioni che seguono fa ovviamente riferimento all'impiego legale di questi strumenti e non agli usi impropri o, addirittura, illegali evocati per esempio nell'ultimo consiglio nazionale Arci Caccia; lo scorso 31 ottobre, "molti consiglieri si sono espressi sollevando il problema della proliferazione dell'uso di visori notturni e termocamere che snaturano l'attività venatoria e, complici gli scarsi controlli, si prestano ad essere usati per scopi meno nobili di quelli consentiti".

Il tema è antico e molto sentito se già nel 1943 José Ortega y Gasset, nella sua introduzione al saggio Veinte años de caza mayor dell'amico Eduardo de Yebes, distingueva tra il vero cacciatore e il "persecutore", definizione che si adatta perfettamente a chi, forte di una soverchiante superiorità tecnologica, priva il selvatico di quella possibilità di fuga che è essenziale per definire l'attività venatoria come sostenibile. Quindi: qual è il limite che rende legittimo l'impiego della tecnologia?
Le ere della caccia
Per rispondere a questa domanda, ritengo utile ripercorrere cronologicamente le tappe dell'evoluzione della caccia, un'attività che inizialmente si configura come strumento indispensabile alla sussistenza del cacciatore-raccoglitore; è la caccia arcaica, quella del paleolitico e del neolitico, che si pratica con strumenti primitivi (clave, pietre, poi lance, arco, strumenti in bronzo e in ferro) da circa 2 milioni di anni fa ai primi secoli dopo Cristo.
Successivamente, in età classica e medievale, la caccia si trasforma e diventa rito e status connesso a una funzione simbolica (spesso religiosa) e sociale (la manifestazione di un privilegio). Si utilizzano strumenti più evoluti, come la balestra, in un contesto in cui si sviluppano tecniche raffinate (come la falconeria e l'impiego delle mute di segugi).
Il terzo step evolutivo dell'esercizio venatorio è segnato dall'avvento della polvere nera, scoperta intorno al X secolo d.C. in Cina e successivamente arrivata in Europa, e coincide con l'inizio dell'era utilitaristica della caccia, che si apre al cacciatore rurale, dedicato alla terra e alla tradizione.
La svolta verso la modernità va fatta invece risalire alla scoperta della polvere infume (inventata dal chimico francese Paul Vielle nel 1884) che rivoluziona il mondo delle armi e anticipa ulteriori scoperte, come quella della balistite da parte di Alfred Nobel (1887). Questa fase, contraddistinta da un progresso impetuoso, dura sostanzialmente fino alla fine del XX secolo e vede evolvere l'esercizio venatorio da fonte di approvvigionamento di proteine nobili a "hobby" fino a diventare quell'attività di conservazione e gestione sostenibile della fauna dei nostri giorni.

A questa era segue quella contemporanea, che chiamo per semplicità della caccia 5.0, in cui la cultura venatoria – e la sua pretesa di gestione etica e sostenibile – deve fare i conti con il diffondersi di strumenti tecnologici che estendono, apparentemente senza limite, la superiorità del cacciatore sul selvatico. In questo contesto, la domanda non è più se la tecnologia debba entrare nella caccia, ma come debba farlo senza alterarne il senso profondo.
La neutralità del mezzo
Parto da un principio: così come le stesse armi non possono avere un connotato morale intrinseco, non esiste tecnologia buona o cattiva. Sono strumenti neutri, utilizzabili per scopi leciti o illeciti. A determinarne il valore morale è sempre l'intenzione e la responsabilità di chi li impiega. Non vanno pertanto, a mio parere, condannati a priori quando ne è ipotizzabile un utilizzo conforme alle leggi, ai costumi e alle esigenze di gestione del territorio.

È evidente, per esemplificare, che un'ottica digitale di ultima generazione, in grado di indicare con estrema precisione il corretto punto di mira a ogni possibile distanza, tenendo peraltro conto delle condizioni ambientali, riduce il rischio di ferimenti e favorisce il completamento del piano di abbattimento previsto dall'ente di gestione. Se viene invece utilizzata per estendere senza limiti il proprio campo d'azione, e magari "azzardare" il tiro a un capriolo da 800 metri (ma anche molti meno), dove il margine d'incertezza è condizionato da molti parametri non controllabili, ecco che diventa uno strumento che nega lo spirito dell'attività venatoria.

La cultura della legalità
Lo stesso ragionamento può essere fatto per i sistemi di visione notturna. Se utilizzati nelle attività di controllo del cinghiale o di caccia entro le more della legge (che oggi estende l'orario fino alla mezzanotte per contrastare la peste suina), l'uso è ineccepibile e, anzi, meritorio in quanto aiuta a contrastare un virus che ha un impatto gravissimo sull'economia nazionale. Utilizzarli, invece, per sparare ad altre specie, e in orari non consentiti, è evidentemente bracconaggio e va perseguito. Poi ci sono i casi dubbi, come quelli dei censimenti effettuati con il termico, che vanno a modificare le consistenze dei capi contattati e possono pertanto impattare sulle popolazioni oggetto di prelievo.

Va ricordato, e qui faccio riferimento alle osservazioni emerse dal consiglio di Arci Caccia, che la responsabilità delle azioni resta sempre individuale e, pertanto, il fatto che qualcuno utilizzi gli strumenti forniti dal progresso in maniera illecita non può e non deve essere motivo di divieto. Più che vietare, come si dice in questi tempi, è opportuno educare alla legalità. Abbiamo una cornice, costituita dalla legge 157/92 e dai regolamenti regionali, che indica in maniera sufficientemente precisa cosa è possibile fare e cosa no. Chi ritiene che questo non basti, farà ricorso alla propria etica personale – o, se preferisce, a un codice deontologico interiore – per rafforzare il limite che si darà.
Non demonizzare ma ispirare
Per concludere, la tecnologia non va demonizzata. Ne va, piuttosto, normato l'uso in maniera realistica. Il cacciatore deve poi fare propri quei principi che rendono il suo comportamento sostenibile in chiave conservazionistica. È quindi opportuno che tutte le componenti venatorie, a partire dalle associazioni, invitino i cacciatori a una riflessione etica su cosa è giusto o ingiusto così da permettere loro di sviluppare un insieme concreto di regole e valori da applicare nello svolgimento del proprio compito; secondo il principio per cui l'etica ispira, la morale guida e la deontologia disciplina.


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