
di Giuliano Milana
Caccia di sussistenza vs caccia ricreativa
L'ecologia non giudica le intenzioni di chi caccia: misura soltanto se il prelievo rispetta la capacità della fauna di rinnovarsi. È da questa domanda che nasce ogni autentica conservazione
Quante volte abbiamo sentito dire: "La caccia per mangiare è più giusta di quella ricreativa."
È un'affermazione che può apparire intuitiva, ma l'ecologia della conservazione ci insegna che le cose sono più complesse. La sostenibilità di una pratica venatoria non dipende dalla motivazione che spinge al prelievo, bensì dal modo in cui quel prelievo viene esercitato e dalla sua compatibilità con la capacità delle popolazioni selvatiche di rinnovarsi nel tempo.
La storia della conservazione dimostra che anche la caccia di sussistenza, quando non è regolata, può esercitare una pressione insostenibile sulla fauna. In assenza di stagionalità, quote di prelievo, tutela delle femmine riproduttive e monitoraggi scientifici, il bisogno alimentare immediato può superare la capacità naturale delle specie di rigenerarsi.
Non superare la produttività naturale
Uno degli esempi più noti è la cosiddetta bushmeat crisis nelle foreste tropicali dell'Africa centrale e di parte dell'Amazzonia, dove il prelievo a scopo alimentare ha contribuito al drastico declino di numerose specie di primati, ungulati, roditori e uccelli. Il problema, dunque, non è la sussistenza in sé, ma il momento in cui il prelievo supera la produttività naturale delle popolazioni.
Diverso è il contesto europeo; in Italia la caccia è disciplinata da una normativa che prevede specie cacciabili, calendari venatori, carnieri, periodi di tutela biologica e monitoraggi delle popolazioni. Pur con tutti i limiti e le criticità che il sistema presenta, il prelievo è inserito in un modello di gestione che, almeno nelle intenzioni, mira a consentire l'utilizzo della quota biologicamente rinnovabile della popolazione. In altre parole, a prelevare gli interessi senza intaccare il capitale.
Regole ed esperienza
Ciò non significa negare il diritto delle popolazioni locali a utilizzare le risorse naturali per la propria sopravvivenza. È un diritto storicamente riconosciuto anche da numerosi organismi internazionali. Tuttavia, come ricordano Redford e Sanderson, la sostenibilità delle pratiche di sussistenza dipende sempre dal contesto ecologico e dall'esistenza di regole, culturali o istituzionali, capaci di limitare il prelievo. Del resto, anche la cultura rurale dei nostri nonni custodiva principi di gestione di straordinaria attualità; si diceva, ad esempio, di non insistere mai sulla stessa brigata di starne, così da non compromettere la possibilità di ritrovarne in buon numero anche nella stagione successiva. Era una regola nata dall'esperienza, ma fondata su un'intuizione ecologica che oggi la scienza conferma.
Quando queste regole vengono meno, anche una pratica nata per nutrire può trasformarsi in uno sfruttamento incompatibile con la conservazione della biodiversità. Emblematico, in tal senso, è il caso dei moa (Dinornithiformes) della Nuova Zelanda. Le evidenze archeologiche mostrano come, dopo la colonizzazione polinesiana, la caccia a fini alimentari, unita agli incendi e alla trasformazione degli habitat, abbia portato nel giro di pochi secoli all'estinzione di questi grandi uccelli incapaci di volare.
La conservazione ci insegna dunque una lezione semplice ovvero che non è il perché si caccia a determinare la sostenibilità di una pratica, ma il come.
L'ecologia, in fondo, non esprime giudizi morali, non distingue tra chi preleva per fame e chi preleva per "passione" ma risponde soltanto a una domanda: quel prelievo è compatibile con la capacità della popolazione di rinnovarsi oppure no? È questa la domanda che dovremmo continuare a porci ogni volta che discutiamo di caccia.
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