
di Giuliano Milana
Cinghiale: quando la biologia diventa retorica
Un'analisi critica smonta la tesi secondo cui la caccia sarebbe la causa biologica dell'aumento dei cinghiali, richiamando dati, metodo scientifico e complessità gestionale
Negli ultimi anni il dibattito sulla gestione del cinghiale Sus scrofa in Italia si è progressivamente spostato dal piano tecnico a quello ideologico. In questo contesto si colloca il recente lavoro Wild Boar Management and Environmental Degradation: A Matter of Ecophysiology — The Italian Case che attribuisce alla pressione venatoria un ruolo causale diretto nell'aumento demografico della specie, arrivando a sostenere che la caccia sarebbe responsabile di un passaggio della strategia riproduttiva del cinghiale da K a r. Un'affermazione suggestiva ma che, a un'analisi scientifica attenta, rivela fragilità concettuali e metodologiche difficilmente conciliabili con l'attuale stato delle conoscenze ecologiche.
Un modello superato
Il primo nodo critico riguarda proprio l'uso della dicotomia r/K. Tale modello, elaborato negli anni Sessanta e Settanta come strumento descrittivo delle strategie di storia della vita, è oggi considerato largamente superato nella letteratura ecologica moderna. Le popolazioni naturali non "commutano" tra strategie opposte in risposta a singole pressioni ambientali; piuttosto, mostrano una plasticità fenotipica continua, regolata da fattori densità-dipendenti, disponibilità trofica, struttura d'età e contesto territoriale. Parlare di un passaggio adattativo da K a r in tempi gestionali equivale a confondere un modello euristico con un meccanismo biologico reale.
Questo limite emerge con particolare evidenza se applicato al cinghiale che, per definizione biologica e storica, è una specie a elevata fecondità, maturità sessuale precoce e notevole plasticità riproduttiva, come tutti i suidi, tra l'altro nella sua forma domestica avendo costituito un tassello essenziale per l'evoluzione culturale umana. Attribuirgli una presunta "strategia K originaria", da cui la caccia lo avrebbe fatto deviare, significa ignorare le basi della 'Storia naturale' e decenni di letteratura sulla biologia della famiglia, oltre ai dati consolidati prodotti in ambito ISPRA e da gruppi di ricerca europei. Gli stessi documenti ufficiali italiani parlano di compensazione demografica e risposta plastica al prelievo, non di ristrutturazioni strategiche di tipo evolutivo.
Inutile poi sottolineare come, anche in questo caso, si tralasci (volutamente?) di considerare il contesto ambientale e le sue modifiche occorse negli ultimi 100 anni, nel nostro paese e in Europa in generale. Ricordiamo che la caccia, in altro contesto ambientale, aveva contribuito a ridurre drasticamente i contingenti della specie mentre oggi, magicamente, nel bel mezzo del rewilding ne causerebbe l'esplosione demografica.
Un supporto bibliografico discutibile
Il secondo punto critico, forse il più problematico, riguarda il supporto bibliografico delle affermazioni centrali. La figura chiave del lavoro, quella che dovrebbe rappresentare il passaggio da strategia K a strategia r, non deriva da studi sperimentali, né da modelli quantitativi pubblicati su riviste specialistiche, ma da due documenti di natura politica: audizioni dell'autore presso commissioni parlamentari del Senato e della Camera dei Deputati. Si tratta di atti legittimi nel contesto del confronto istituzionale, ma che non possono in alcun modo essere assimilati a fonti scientifiche peer reviewed. Utilizzarli come riferimento per una figura "dimostrativa" rappresenta una forzatura metodologica senza precedenti, che finisce per confondere il piano della consulenza politica con quello della produzione di conoscenza scientifica.
Anche il contesto editoriale merita una riflessione. Il lavoro è pubblicato su Conservation (MDPI), rivista di recente fondazione (2021). Sebbene la testata abbia recentemente acquisito un Impact Factor (1.9) e sia regolarmente indicizzata, essa mantiene una linea editoriale aperta a contributi interpretativi. Non a caso, lo stesso autore definisce il proprio manoscritto come un "documento di posizione in fisiologia ambientale". Tale autodefinizione conferma la natura argomentativa del lavoro, suggerendo cautela nel considerarlo una prova scientifica definitiva o una base oggettiva per orientare politiche faunistiche, trattandosi di una prospettiva scientifica e non di un'evidenza empirica consolidata.
L'uso selettivo delle fonti
Un ulteriore elemento di criticità è l'uso selettivo delle fonti. Nel testo vengono citati studi solidi e autorevoli, inclusi rapporti ISPRA e lavori pubblicati su riviste internazionali di alto livello, che però giungono a conclusioni molto più sfumate rispetto a quelle proposte dall'autore. In particolare, la distinzione fondamentale tra inefficacia di una gestione non pianificata e condanna della caccia come strumento in sé viene sistematicamente elusa, producendo un corto circuito logico che trasforma un problema gestionale in una colpa biologica.
In conclusione, il lavoro in questione non dimostra che la caccia provochi un aumento demografico del cinghiale attraverso un fantomatico passaggio da strategia K a r mai provato e inesistente. Propone piuttosto una lettura interpretativa, basata su modelli concettuali superati e su fonti non scientifiche, che rischia di essere utilizzata in modo improprio nel dibattito pubblico. La gestione del cinghiale è una questione complessa, che richiede dati, pianificazione, monitoraggio e integrazione degli strumenti disponibili, inclusa la caccia regolamentata. Semplificarla in chiave ideologica non aiuta né la scienza né il territorio.
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