Un lavoro scientifico italiano mostra che quasi metà dei lupi dell'Italia peninsulare presenta introgressione da cane domestico, con ibridi recenti e retroincroci. L'ibridazione, iniziata 9–16 anni fa è tuttora attiva e minaccia l'integrità genetica della specie
Un lavoro scientifico italiano mostra che quasi metà dei lupi dell'Italia peninsulare presenta introgressione da cane domestico, con ibridi recenti e retroincroci. L'ibridazione, iniziata 9–16 anni fa è tuttora attiva e minaccia l'integrità genetica della specie - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Gestione del lupo: il campanello d'allarme della genetica

Quasi metà dei lupi italiani mostra tracce di cane domestico. L'allarme scientifico si traduce nella necessità di una gestione attiva: intervenire subito per non perdere l'identità del lupo selvatico

Negli ultimi anni il tema dell'ibridazione tra lupo e cane domestico è uscito dal solo ambito accademico per entrare nel dibattito gestionale e politico. A rafforzare questa tendenza è arrivato lo studio Genetic evidence reveals extensive wolf-dog hybridisation in peninsular Italy: warnings against ineffective management, pubblicato il 22 gennaio 2026 su Biological Conservation. Il lavoro, tutto italiano, è firmato da Rita Lorenzini insieme a Alessio Pizzarelli, Lorenzo Attili, Massimiliano Biagetti, Cristina Sebastiani e Paolo Ciucci, con il contributo dell'Università di Roma La Sapienza. Lo scenario che emerge riguarda direttamente la conservazione del lupo in Italia, ma anche la gestione faunistica nel senso più ampio.

Il lavoro scientifico: dati, metodo e numeri

Relativamente al campione analizzato, i ricercatori hanno lavorato su un dataset composto da 748 lupi rinvenuti morti tra 2020 e 2024 e 26 campioni storici (1993–2003), quindi sufficientemente solido per fornire indicazioni scientificamente provanti. Il profilo genetico è stato ottenuto tramite 23 loci STR autosomici e 5 loci STR del cromosoma Y nei maschi; un'indicazione incomprensibile ai più che fa riferimento a regioni specifiche del DNA che permettono di ricavare la storia genetica complessiva e la linea paterna degli esemplari analizzati e di distinguere, quindi, tra lupi puri, ibridi recenti e introgressioni antiche.

Il risultato di questo studio è per ceri versi dirompente (anche se ampiamente atteso) e indica come il 46,7% dei lupi analizzati presenta introgressione da cane domestico, con un 29,5% di ibridi recenti e un 17,2% di retroincroci di generazioni precedenti. Un valore che, secondo gli autori, non è mai stato documentato in altre popolazioni di lupo nel mondo.

Secondo le analisi genetiche condotte e la loro interpretazione, gli eventi principali di ibridazione risalgono a circa 9–16 anni fa ma la presenza di ibridi di prima generazione dimostra che il fenomeno è attualmente in corso definendo un processo ancora dinamico e non una scomoda eredità del passato.

Ibridazione, un problema biologico

Lo studio richiama un concetto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, quello della qualità genetica della popolazione lupina, principio che va oltre il mero dato numerico della stessa. Un principio a quanto pare difficilmente comprensibile da parte di chi guarda la conservazione puramente numerica (gli ambientalisti da salotto) senza pensare alla salvaguardia della popolazione nel suo insieme.

L'introgressione del cane nella genetica del lupo può infatti comportare la perdita di adattamenti evolutivi specifici, l'introduzione di caratteri maladattativi (quelli che condizionano i cosiddetti lupi confidenti) e il rischio di genetic swamping (diluizione irreversibile del genoma selvatico). Rischi che si estendono alle altre popolazioni europee a causa della dispersione naturale della specie.

Gestione inefficace = rischio irreversibile

Il lavoro parla apertamente di warning against ineffective management (avviso contro una gestione inefficace). Il lavoro è infatti esplicito ed evidenzia come, senza interventi gestionali efficaci, il rischio è la progressiva perdita dell'identità genetica del lupo in contesti fortemente antropizzati. La componente genetica, per gli autori, deve essere sempre presa in considerazione quando si valuta lo stato di conservazione di una specie.

Questo, in estrema sintesi, il sunto dello studio. Da questo punto in poi, inevitabilmente entra in gioco l'interpretazione del dato da parte di chi è interessato alla gestione faunistica, dove ne sono evidenti le ricadute. La prima domanda da porsi è perché aumenti la probabilità di contatto tra lupo e cane. E il fattore primario che condiziona la risposta – stante la riduzione del fenomeno del randagismo, praticamente sconfitto in nord e centro Italia – è l'alta densità del lupo con quanto ne consegue: maggiore dispersione, maggiore pressione territoriale, maggiore probabilità di contatti anomali (accoppiamenti interspecifici).

Il tema della gestione attiva

Per limitare (ulteriori) danni ecologici alla specie è indispensabile un controllo attivo delle densità per ridurre la pressione ecologica, la dispersione anomala e le possibilità di interazione con cani domestici o randagi. Ciò ridurrebbe di molto anche i fenomeni delle predazioni sul bestiame e le potenziali interazioni aggressive con l'uomo (così come il bracconaggio di rivalsa che, pur inaccettabile, ne è purtroppo logica conseguenza).

Inoltre, si rivela l'urgenza, non più solo preventiva visti gli esiti della non gestione sulla specie, dell'eliminazione di tutti i soggetti chiaramente ibridati, così da ridurre la probabilità di introgressione futura nel pool genetico selvatico. Ogni ibrido fertile, non va dimenticato, rappresenta infatti una porta aperta all'introgressione futura; la loro eliminazione significa agire in chiave di prevenzione genetica.

Il valore dello studio

Il lavoro di Lorenzini e colleghi non è solo un esercizio genetico ma, come loro stessi dichiarano, un avviso gestionale. Se l'ibridazione non viene affrontata con strumenti concreti e tempestivi, il rischio non è teorico ma evolutivo e comporta la perdita progressiva dell'identità genetica del lupo nelle aree a forte presenza umana. Pertanto, se l'ibridazione è favorita da densità elevate e da animali sempre più confidenti, allora la gestione attiva non è una scelta ideologica ma uno strumento tecnico di conservazione. Il punto, infatti, non è più se il lupo sopravviverà come specie; piuttosto, se sopravviverà come lupo selvatico geneticamente integro. Ed è qui che il dibattito diventa inevitabilmente gestionale.

Paradossalmente, non intervenire oggi sulle densità potrebbe voler dire perdere in un futuro imminente proprio ciò che si dice di voler proteggere: il lupo.


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