
di Matteo Brogi
Il cacciatore come figura ecologica
La differenza non è tra caccia e conservazione, ma tra sfruttamento e custodia. Una cultura venatoria autentica sopravvive solo se mantiene vivo il proprio fondamento etico
Nel dibattito contemporaneo sulla natura esiste una figura che più di ogni altra viene raccontata attraverso stereotipi e semplificazioni: il cacciatore. Per una parte dell'opinione pubblica rappresenta un residuo del passato, un soggetto incompatibile con la sensibilità ecologica contemporanea o addirittura una minaccia per la biodiversità. Eppure questa rappresentazione, diffusa soprattutto nei contesti urbani e lontani dal territorio rurale, finisce spesso per ignorare la complessità reale del rapporto tra attività venatoria, gestione ambientale e conservazione.
Il problema nasce da un equivoco di fondo: identificare la caccia esclusivamente con l'atto dell'abbattimento. Ridurre il cacciatore al momento del prelievo significa non comprendere la natura della cultura venatoria quando essa si sviluppa all'interno di un quadro di regole, conoscenze e responsabilità. Il cacciatore, in una prospettiva conservazionista, non è semplicemente un utilizzatore della fauna selvatica. È una persona che frequenta il territorio durante tutto l'anno, ne osserva le trasformazioni, conosce gli habitat, segue l'evoluzione delle popolazioni animali e partecipa alla loro gestione.
Il ruolo del cacciatore responsabile
Nel precedente articolo sull'importanza della conoscenza abbiamo visto come Franco Perco individuasse nella triade scienza, conoscenza e coscienza il fondamento di una moderna cultura della conservazione. Quella triade non descrive soltanto un metodo per comprendere la natura: definisce anche il profilo del cacciatore responsabile. Perco, che oltre a essere uno dei maggiori zoologi italiani fu egli stesso cacciatore, non separava mai l'attività venatoria dalla responsabilità verso gli ecosistemi. La sua riflessione offre ancora oggi uno dei criteri più solidi per comprendere quale caccia possa trovare legittimazione nella società contemporanea.
In questa prospettiva il cacciatore non coincide con la caricatura di chi "consuma" la natura. Al contrario, la continuità stessa della pratica venatoria dipende dall'esistenza di ambienti sani e popolazioni animali vitali. Senza habitat integri non esiste fauna selvatica e, senza fauna selvatica, non esiste nemmeno la caccia.
Naturalmente questo non significa idealizzare il mondo venatorio o negarne le contraddizioni, che si sono stratificate nel corso di decenni, soprattutto durante la stagione dei due milioni di doppiette. La caccia può degenerare quando perde il proprio fondamento etico, quando si separa dalla conoscenza del territorio o quando riduce la fauna a semplice oggetto di prestazione o consumo.
Difendere le tradizioni, non le consuetudini
Molto spesso la difesa della caccia viene presentata, in maniera molto approssimativa e poco argomentata, come una difesa della tradizione. Diventa allora importante dare una definizione univoca di cosa sia appunto la tradizione e di distinguerla dalla consuetudine. Le consuetudini sono pratiche nate in uno specifico contesto storico e possono perdere significato quando cambiano le condizioni ecologiche e sociali. La tradizione, invece, consiste nella trasmissione consapevole di valori, conoscenze e responsabilità tra generazioni. Nel caso della caccia, conservare la tradizione non significa ripetere immutabilmente i gesti del passato, ma mantenere vivo un modo responsabile di rapportarsi alla fauna, al territorio e al limite.
È in questo senso che acquista significato la distinzione, spesso attribuita a Julius Evola, tra "onorare la fiamma" e "onorare le ceneri". Onorare la fiamma significa custodire il principio vivo di una pratica, accettando che alcune modalità possano evolvere alla luce delle nuove conoscenze. Onorare le ceneri significa invece ripetere gesti svuotati del loro significato originario soltanto perché "si è sempre fatto così". Una cultura venatoria autentica sceglie la prima strada.
Fauna, risorsa rinnovabile se gestita con attenzione
La fauna selvatica rappresenta una risorsa naturale rinnovabile. Ma proprio perché rinnovabile non è inesauribile. Come ogni risorsa naturale può essere utilizzata soltanto entro la propria capacità di rigenerarsi, andando a prelevare gli interessi e preservando il capitale. È questo il principio stesso della sostenibilità: non il rifiuto di ogni utilizzo, ma un utilizzo compatibile con la conservazione delle popolazioni e degli ecosistemi. Ovvero sostenibile. La liceità del prelievo non deriva quindi soltanto dalla legge, ma dalla sua coerenza con criteri scientifici, gestionali ed etici.
La responsabilità del cacciatore non si esaurisce però nel momento del prelievo. Si manifesta anche nelle scelte tecniche che accompagnano l'attività venatoria. L'impiego di munizionamento privo di piombo, quando possibile e/o imposto dalle normative, rappresenta un esempio concreto di come la cultura venatoria possa evolvere alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, delle necessità di conservazione della fauna selvatica, della salvaguardia della salute pubblica e della sensibilità ambientale delle nuove generazioni. Non significa semplicemente adeguarsi a una norma, ma ridurre un impatto evitabile della propria attività sugli ecosistemi e partecipare alla tutela di un patrimonio che appartiene anche alle generazioni future.
Per un'ecologia della responsabilità
Essere figura ecologica significa inoltre partecipare concretamente alla vita del territorio. Il monitoraggio della fauna, la collaborazione con la ricerca scientifica, la manutenzione degli habitat, il contenimento delle specie invasive, la valorizzazione della filiera della selvaggina, gli interventi di pulizia ambientale e le iniziative di solidarietà sociale rappresentano espressioni diverse di una stessa responsabilità. Il cacciatore contribuisce alla conservazione ogni volta che mette il proprio tempo, le proprie competenze e la propria esperienza al servizio della comunità.
Questa prospettiva si avvicina a ciò che alcuni autori definiscono ecologia umanista, e che preferiamo sintetizzare come ecologia della responsabilità. Una visione che rifiuta sia l'idea dell'uomo come dominatore assoluto della natura sia quella dell'uomo come semplice animale tra altri animali. L'essere umano appartiene pienamente alla comunità vivente, ma proprio perché è capace di conoscere, scegliere e assumersi responsabilità porta con sé doveri particolari verso il territorio, la fauna e le generazioni future. Conservare non significa espellere l'uomo dalla natura, ma renderlo consapevole del proprio posto al suo interno. Il cacciatore come figura ecologica rappresenta una possibile espressione di questa responsabilità: non padrone della natura o spettatore, ma custode partecipe di un patrimonio ricevuto in eredità e destinato a essere trasmesso.
Meritarsi un futuro
Quale caccia meriti di sopravvivere nel XXI secolo diventa allora la domanda centrale. La semplice difesa della tradizione non basta. Nemmeno la rivendicazione di un diritto acquisito è più sufficiente a giustificare una pratica che si confronta con una società profondamente cambiata nella propria sensibilità verso gli animali e l'ambiente.
Una caccia fondata esclusivamente sul prelievo rischia di perdere la propria legittimazione culturale prima ancora che normativa. Al contrario, una caccia fondata sulla conoscenza del territorio, sul rispetto della fauna, sulla gestione responsabile e sulla partecipazione alla conservazione può continuare a offrire un contributo reale alla società e agli ecosistemi. Non è il gesto tecnico dell'abbattimento a definire il valore etico della caccia, ma il contesto di responsabilità entro cui quel gesto si colloca.
In una società che osserva sempre più attentamente il rapporto tra uomo e animali, il futuro della caccia non dipenderà dalla sua capacità di difendersi dalle critiche, ma dalla sua capacità di meritare la propria esistenza. Comunicare bene questi valori è importante, ma non basta: occorre viverli.
La domanda, allora, non è se la caccia abbia un futuro. La domanda importante è, allora, quale caccia meriti di averlo e se i cacciatori sapranno meritarselo.
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