Il lupo è tornato stabilmente nei nostri territori in un contesto rurale profondamente diverso da quello che lo aveva visto scomparire
Il lupo è tornato stabilmente nei nostri territori in un contesto rurale profondamente diverso da quello che lo aveva visto scomparire - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Conservazione
di Giuliano Milana

Il declassamento del lupo, chiave per governare sistemi complessi

Il declassamento del lupo riapre un dibattito polarizzato. Ma il conflitto non nasce solo dalla specie: riflette trasformazioni profonde dell'economia rurale e richiede scelte fondate, non slogan

La recente decisione italiana di recepire il declassamento del lupo da "specie particolarmente protetta" a "protetta" ha riacceso un dibattito che, ancora una volta, rischia di restare prigioniero di una semplificazione ideologica. Si parla di abbattimenti, di tutela, di emergenze locali. Si discute di predazioni e di recinzioni elettrificate. Ma raramente si prova a spostare lo sguardo dal singolo evento al sistema che lo genera.

Il lupo è tornato stabilmente nei nostri territori in un contesto rurale profondamente diverso da quello che lo aveva visto scomparire. Non siamo più nell'Italia dei sistemi pastorali diffusi, del presidio umano costante, delle economie locali integrate nel paesaggio. Oggi l'allevamento opera dentro filiere globali, in una competizione che comprime i margini economici e impone dimensioni aziendali sempre più ampie per sopravvivere. Le trasformazioni innescate dalla liberalizzazione dei mercati agricoli, dalle riforme della Politica agricola comune e dall'integrazione nell'economia globale hanno ridisegnato gli equilibri territoriali molto più di quanto si voglia ammettere.

Il conflitto tra uomo e lupo evidenzia più fragilità

In questo quadro, il conflitto tra lupo e allevamento non nasce in un vuoto ecologico. È il prodotto di un sistema produttivo che ha concentrato superfici e capi, ridotto il presidio quotidiano delle aree interne, favorito lo spopolamento e indebolito quelle reti di saperi tradizionali che rendevano il territorio meno vulnerabile. La predazione, allora, non è soltanto un fatto biologico: diventa un evento economico, culturale e simbolico. Il lupo finisce per rappresentare il volto visibile di fragilità che hanno radici ben più profonde della sua presenza.

In questo senso, la riflessione sviluppata da Valerio Donfrancesco sulle dinamiche tra lupi, allevatori e capitalismo globale, sviluppato nella ricerca Wolves, Farmers & Capitalism e divulgato in questi giorni su Scienza in rete, offre uno spunto utile: la questione non può essere affrontata isolando la dimensione faunistica da quella economica e sociale. Parlare di convivenza senza interrogarsi sul modello agroalimentare significa limitarsi a trattare i sintomi. Una linea interpretativa che trova riscontro anche nelle riflessioni di diversi autori in Riviello e Nappini (2026), i quali evidenziano come la vulnerabilità delle aziende zootecniche moderne sia spesso legata più alla struttura economica che alla pressione faunistica in sé.

Gestione non è caccia

Il declassamento della specie non modifica questo quadro strutturale, ma lo rende più evidente. In Europa il lupo resta tutelato. Ciò che cambia non è la natura del problema, bensì lo spazio di responsabilità decisionale che si apre a livello nazionale.

Ed è proprio su questo terreno che occorre chiarezza. La gestione attiva della fauna selvatica non coincide con la caccia e non può essere confusa con essa. La caccia è attività venatoria regolata da stagioni e piani di prelievo; la gestione straordinaria di una specie protetta è strumento tecnico eccezionale, sottoposto a verifiche scientifiche stringenti, proporzionalità degli interventi e trasparenza amministrativa. Mescolare i due piani significa alimentare una polarizzazione sterile che non giova né alla conservazione né alle comunità rurali (Milana e Gippoliti 2023).

Non trasformare la tutela in dogma

Rifiutare in modo pregiudiziale ogni forma di gestione significa trasformare la tutela in dogma. Accettare che, in determinati contesti documentati, possano rendersi necessari interventi mirati non equivale a dichiarare guerra alla specie, ma a riconoscere che gli equilibri ecologici si governano dentro sistemi complessi, non attraverso slogan.

Il lupo, in questa prospettiva, non è un nemico né un totem. È una specie apicale che svolge una funzione ecologica rilevante, ma è anche un indicatore delle trasformazioni dei nostri territori. Indica aree spopolate, economie fragili, allevamenti lasciati soli in un mercato globale che accelera più velocemente della loro capacità di adattamento. Se la sua presenza genera conflitto, è perché il sistema in cui si inserisce è già attraversato da tensioni profonde.

Il declassamento come prova di maturità istituzionale

Per chi interpreta la cultura venatoria nella sua dimensione più alta, la gestione non è mai una guerra contro un animale. È assunzione di responsabilità verso un equilibrio che comprende fauna, comunità umane, economia rurale e paesaggio. L'etica non si misura nell'assenza di decisioni difficili, ma nella capacità di assumerle con misura, competenza e onestà intellettuale. Anche perché resta l'evidenza che in "non intervento" comporta comunque delle conseguenze gestionali spesso più deleterie di quanto ci si possa aspettare.

Il declassamento, dunque, non è un via libera. È una prova di maturità istituzionale. Potrà diventare occasione di governo consapevole se inserito in politiche che rafforzino la resilienza delle aree interne, sostengano la prevenzione, valorizzino il presidio umano e restituiscano dignità economica a chi custodisce il territorio. Se invece sarà usato come scorciatoia simbolica, avremo semplicemente spostato il conflitto senza risolverlo (Milana e Gippoliti 2023).

La vera sfida non è scegliere tra protezione assoluta e liberalizzazione. La vera sfida è riconoscere che la relazione tra uomo e lupo è parte di un sistema più ampio, in cui economia, ecologia e cultura si intrecciano. Governare questo intreccio richiede visione sistemica, non contrapposizione ideologica. Ed è in questa capacità di tenere insieme complessità e responsabilità che si misura la qualità di una società.



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