Ogni immagine racconta una storia. Le migliori nascono dalla conoscenza, non dalla ricerca del consenso
Ogni immagine racconta una storia. Le migliori nascono dalla conoscenza, non dalla ricerca del consenso - © Stefano Franceschetti
Pubblicato il in Caccia responsabile
di Matteo Brogi

Like, visibilità e credibilità: quale comunicazione per la caccia?

I social media hanno rivoluzionato il modo di comunicare, ma hanno anche modificato i criteri con cui il successo viene misurato

Nel XXI secolo siamo ancora costretti ad assistere a una comunicazione venatoria che troppo spesso si riduce a "tette e culi", machismo di bassa lega, esibizione di carnieri smisurati, nessun rispetto per il selvatico prelevato, provocazioni studiate per raccogliere reazioni e contenuti che oscillano tra superficialità, disinformazione, provocazione fine a se stessa e palese ignoranza dei temi che dovrebbero essere centrali nel pensiero di ogni cacciatore moderno: sostenibilità, conservazione, responsabilità e cultura.

I social network hanno amplificato questo fenomeno in modo esponenziale. Non l'hanno creato, ma certamente lo hanno reso più visibile e pervasivo. Gli algoritmi premiano ciò che genera reazioni immediate: la provocazione, l'esibizione. La complessità, il ragionamento, l'approfondimento e il dubbio faticano invece a trovare spazio.

Il mezzo condiziona il messaggio

Non è un caso. Marshall McLuhan sosteneva che «il medium è il messaggio», intendendo che ogni mezzo di comunicazione finisce per influenzare non soltanto ciò che viene comunicato, ma pure il modo in cui pensiamo e ci relazioniamo agli altri. In un ambiente progettato per massimizzare attenzione e coinvolgimento, anche la comunicazione tende inevitabilmente a privilegiare ciò che è spettacolare rispetto a ciò che richiede riflessione.

Così la comunicazione si trasforma in una rincorsa continua alla visibilità. Non conta più ciò che si dice, ma quanto si viene visti. Non la qualità del contenuto, ma il numero di visualizzazioni. Non la credibilità, ma l'engagement. Perché? Per ottenere like e follower, cioè consenso secondo i parametri di questi strani tempi.

Quando la ricerca del consenso si riduce a fame di senso

In un recente articolo sul Corriere della Sera, che peraltro parla di tutt'altro, Alessandro D'Avenia scrive, impietosamente, che «il consenso è fame di senso camuffata». Una riflessione che oggi appare particolarmente attuale, in un'epoca in cui il consenso si misura attraverso un contatore di visualizzazioni o una pioggia di pollici alzati e di cuoricini. Ma davvero il consenso coincide con il valore di ciò che comunichiamo?

Già nel 1968 Andy Warhol aveva intuito la direzione verso cui si sarebbe mossa la comunicazione moderna quando affermò che ognuno avrebbe avuto il suo quarto d'ora di visibilità. Oggi quei quindici minuti si traducono in visualizzazioni e contenuti virali.

La visibilità non coincide con la credibilità

Sempre sul Corriere, Aldo Grasso scrive che «Viviamo nell'era in cui confondiamo la visibilità con la credibilità». Se Warhol aveva previsto la democratizzazione della fama, i contemporanei D'Avenia e Grasso ci aiutano a comprenderne il prezzo: quando il consenso diventa una misura del valore e la visibilità viene confusa con la credibilità, il rischio è che la ricerca di attenzione prevalga sulla ricerca di significato. Ma la credibilità nasce dalla coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, si costruisce attraverso competenza, coerenza, onestà intellettuale e rispetto.

Le riflessioni di Grasso richiamano inevitabilmente quelle formulate da Karl Popper oltre trent'anni fa nel saggio Cattiva maestra televisione. Popper sosteneva che il problema risiede nella tendenza dei mezzi di comunicazione di massa a privilegiare ciò che cattura l'attenzione rispetto a ciò che accresce la conoscenza. Quando il successo diventa il criterio principale di valutazione, la competenza passa in secondo piano.

Un quarto d'ora di visibilità per tutti

All'epoca Popper parlava della televisione. Oggi la sua analisi sembra descrivere perfettamente il funzionamento dei social network. Con una differenza: mentre ai tempi di Popper la televisione contava ancora un numero contenuto di emittenti, oggi chiunque può diventare produttore di contenuti e competere per conquistare qualche secondo di visibilità. La "cattiva maestra televisione" si è trasformata in una gigantesca arena digitale nella quale ogni messaggio lotta per emergere e dove la visibilità rischia di essere scambiata per autorevolezza.

Popper temeva che la televisione producesse cittadini sempre più passivi e meno inclini a esercitare spirito critico. Oggi il rischio è che i social producano cacciatori-spettatori più interessati all'esibizione che alla comprensione della complessità del mondo venatorio, più attenti all'immagine che alla sostanza, più attratti dal consenso immediato che dalla costruzione di una cultura condivisa.

Un livellamento generalizzato

Nell'arena digitale tutti parlano contemporaneamente. Lo studioso e l'improvvisatore, l'esperto e il superficiale, chi approfondisce e chi ripete luoghi comuni. Come osserva ancora Grasso, il mezzo tende a livellare tutto, attribuendo una parvenza di autorevolezza a qualsiasi affermazione. Il risultato è paradossale: tutti possono sembrare credibili e, proprio per questo, nessuno lo è davvero.

Anche nel mondo venatorio il problema non è solo che esistano contenuti superficiali o costruiti unicamente per raccogliere consenso. Il problema aggiuntivo è che il sistema tende a premiarli. Gli algoritmi valorizzano ciò che genera reazioni immediate, rendendo spesso più visibili l'esibizione e la provocazione rispetto ai contenuti che affrontano temi come conservazione, sostenibilità, gestione faunistica e responsabilità del cacciatore. Così il rumore rischia di coprire la sostanza. E chi ha fame di senso, per citare di nuovo D'Avenia, si butta alla ricerca del facile consenso.

Ripartiamo dalle basi

Possibile che il confronto sulla caccia debba svolgersi a questi livelli? Possibile che una pratica che oggi più che mai necessita di solide basi culturali e scientifiche per contrastare chi vi si oppone, venga raccontata attraverso la ricerca compulsiva dell'approvazione personale?

Chi comunica ha il diritto di farlo come preferisce, ma ha anche la responsabilità di chiedersi quale immagine della realtà sta contribuendo a costruire. Nel caso della caccia, questa domanda assume un peso ancora maggiore, perché ogni contenuto pubblicato finisce inevitabilmente per influenzare la percezione che la società ha del mondo venatorio. La questione non è censurare chi pubblica contenuti provocatori, magari ostentando le proprie grazie per un like in più. La questione è chiedersi se quel tipo di comunicazione contribuisca a costruire una comunità venatoria più consapevole e credibile oppure se alimenti soltanto un consenso effimero.

Noi crediamo di no e per questo Hunting Log preferisce proporre riflessioni che aiutino a comprendere il significato della caccia contemporanea, la sua dimensione culturale, il suo rapporto con la natura, la conservazione e la responsabilità individuale. Vogliamo contribuire a fornire spunti di riflessione per rendere i cacciatori più consapevoli e i cittadini più informati. Noi proseguiamo per la nostra strada, tuttavia, ci sconfortano i messaggi che dominano il dibattito pubblico e che finiscono per rappresentare la caccia agli occhi di chi la osserva dall'esterno.

Comunicare significa avere una responsabilità

La pluralità delle voci è un valore. Ma esiste un limite oltre il quale la comunicazione smette di raccontare una passione, un'attività, una responsabilità – definitela come preferite – e diventa soltanto promozione personale. Un limite oltre il quale la ricerca di attenzione non genera niente.

C'è un insegnamento di Popper che merita di essere ricordato: chi dispone di un mezzo di comunicazione ha una responsabilità sociale, perché contribuisce a formare opinioni e a suggerire comportamenti. Applicato alla caccia, significa che chi comunica non sta semplicemente raccontando se stesso. Sta contribuendo a costruire l'immagine pubblica della caccia agli occhi della società. Per questo, quando la comunicazione si riduce a ricerca del consenso, il danno non riguarda soltanto chi la pratica, ma la credibilità dell'intera comunità venatoria. Ogni messaggio diffuso contribuisce a definire ciò che siamo. E questa responsabilità dovrebbe pesare più di like, follower o visualizzazioni.

Se continuiamo a confondere la visibilità con la credibilità, rischiamo di perdere entrambe.


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