
di Matteo Brogi
Lo stambecco minacciato dall'ibridazione con la capra domestica
La riduzione della variabilità genetica e l'inquinamento dovuto agli incroci con capre domestiche minacciano la sopravvivenza dello stambecco alpino, salvato un secolo fa dall'estinzione
di Piervittorio Stefanone e Massimo Camus
Oltre al lupo, anche lo stambecco (Capra ibex ibex) gode dello status di severa protezione; sebbene da tutti considerato un animale forte e possente, è una specie potenzialmente vulnerabile e la sua fragilità è di natura genetica. La reintroduzione dello stambecco rappresenta uno dei più grandi successi della conservazione della natura a livello mondiale: un piccolo gruppo di meno di 100 soggetti che viveva sul massiccio del Gran Paradiso, grazie alla protezione e alle operazioni di reintroduzione, ha dato origine a tutti gli individui che si trovano attualmente sulle Alpi. Tuttavia, eventi di questo tipo vengono definiti, a livello genetico, dei colli di bottiglia, a seguito dei quali gran parte della variabilità genetica viene persa e con essa il potenziale adattativo della specie, cioè la capacità di adattarsi ai cambiamenti che avvengono nell'ambiente.
Epidemie e inquinamento genetico
L'insorgenza di epidemie, come la rogna o la brucellosi nella zona di Annecy, ha portato i ricercatori a interrogarsi su quali siano le connessioni tra la variabilità genetica e le patologie di questa specie e quali le conseguenze per la conservazione. Infatti, non sono stati trovati capi positivi né tra i camosci né tra i bovini delle medesime aree, ed è noto che la riduzione della variabilità genetica può contestualmente ridurre anche la capacità del sistema immunitario nel rispondere all'attacco da parte di eventuali patogeni.
Un altro fenomeno potenzialmente pericoloso per la conservazione dello stambecco, ma del quale si conosce ancora poco, è rappresentato dall'inquinamento genetico dovuto all'ibridazione, causata dall'accoppiamento con la capra domestica. La capra domestica e lo stambecco hanno un antenato comune non molto distante nel tempo e, pur essendo due specie diverse, possono accoppiarsi generando ibridi fertili. Questi ibridi possono presentare una colorazione del mantello diversa da quella definita come tipica della specie, assenza di corna; alcuni sono già F2 o F3, ovvero figli di ibridi o figli di figli (in altre parole nipoti) di ibridi. Ne consegue che il patrimonio genetico dello stambecco verrebbe a essere modificato da geni della specie domestica (Capra aegagrus hircus). Lo stambecco rischierebbe così di perdere la sua capacità d'adattamento all'ambiente e sarebbe maggiormente esposto alle malattie. Sotto accusa è il pascolo brado che potrebbe compromettere l'esistenza stessa degli stambecchi, salvati dall'estinzione grazie alla creazione del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
L'incontro con la capra
Ma come avviene in natura l'incontro tra capre e stambecchi? Questo può verificarsi quando le capre si disperdono alla fine della stagione di alpeggio o vengono persino abbandonate per l'impossibilità di raggiungerle sugli impervi declivi dove si rifugiano. Un'abitudine diffusasi soprattutto negli ultimi decenni, così come il pascolo brado delle vacche sugli alpeggi, pratiche che in passato gli allevatori non avrebbero mai adottato, ben conoscendo i danni al territorio che ne derivano. Ciò dimostra ancora una volta il ruolo fondamentale dell'essere umano nella gestione dello stambecco.

In passato furono messi in atto alcuni tentativi d'incrocio di stambecchi con capre domestiche allo scopo di creare nuovi insediamenti. Questi tentativi fallirono principalmente a causa della nascita prematura degli ibridi che nella specie caprina avviene già nei mesi da marzo a maggio, quando fa ancora freddo, c'è neve e il cibo è scarso. Tuttavia, recentemente, forse a causa del riscaldamento globale, si è iniziato a prendere in considerazione il fatto per cui gli ibridi nati allo stato brado sopravvivono e possono a loro volta formare degli interi branchi sulle montagne. A conforto di ciò si riporta un esempio accaduto e attentamente seguito in Svizzera, dove capre e stambecchi hanno trovato, su pendii esposti a meridione, uno spazio vitale favorevole alla riproduzione. I giovani nati sono sopravvissuti sul terreno libero e poi si sono riprodotti a loro volta.
Impedire l'ibridazione
Ancora: nei primi anni Novanta cinque capre domestiche abbandonarono il loro abituale pascolo estivo presso il Passo del Turbine in Italia e si spostarono di tre chilometri in territorio svizzero. I tentativi di catturarle fallirono, quindi gli animali si stabilirono in un maggengo abbandonato e vi svernarono a un'altitudine di 1.400-1.800 metri. Nell'estate successiva, le capre salirono a quota più alta, 1.900-2.800 metri, per poi tornare, con l'approssimarsi dell'inverno, nei quartieri più bassi. Quando nell'estate successiva le femmine riapparvero nel loro pascolo sopra i 2.000 metri, ognuna era accompagnata da un capretto. Alcuni perirono di morte naturale ma, nonostante ciò, in soli dieci anni il branco di ibridi crebbe fino a 18 capi, e circa altri dieci soggetti furono catturati dagli allevatori italiani e svizzeri. Tre delle cinque capre domestiche a suo tempo inselvatichitesi furono abbattute dai guardacaccia svizzeri per impedire un incrocio tra gli ibridi e gli stambecchi selvatici. L'ordine dell'abbattimento era stato dato dall'Ufficio per la Caccia e la pesca del Cantone dei Grigioni, una misura in concordanza con gli obiettivi dell'Organizzazione mondiale per la protezione della natura (IUCN).

L'abbattimento si rivelò un'impresa tutt'altro che semplice, in quanto gli ibridi, estremamente sospettosi, si erano raccolti nel loro luogo di dimora autunnale, un'ampia conca ripida e rocciosa. Soltanto a fine 2001 fu prelevato l'ultimo soggetto. Tutti gli ibridi abbattuti furono esaminati e si osservò che erano più grossi e pesanti degli stambecchi della medesima età e che anche le corna mostravano differenze rispetto a quelle tipiche dello stambecco: la lunghezza era maggiore rispetto a quella mediamente riscontrata nello stambecco e nei maschi il primo segmento di crescita era più lungo del secondo, caratteristica tipica nelle capre ma non nello stambecco. Inoltre, si presentavano appiattite o ovali sui fianchi e, in alcuni casi, affilate nella parte anteriore. In alcuni ibridi i nodi risultavano appena accennati, in altri erano più lunghi di quelli dello stambecco. Tuttavia, in un maschio di seconda generazione, la distinzione dalle corna dello stambecco era stata possibile solo con un accurato esame. Differenze erano emerse anche riguardo al pelo e al suo colore: negli ibridi risultavano in parte decisamente più scuri che negli stambecchi. Il colore delle zampe (parte anteriore scura, parte posteriore bianca) era più spiccato di quello nello stambecco.
Il caso dello stambecco bianco
Nel 2020 fu avvistato in Valle di Susa uno stambecco bianco adulto senza corna. Si dedusse che questo incrocio fosse avvenuto tra un maschio di capra domestica (acorne) e una femmina di stambecco alpino, la quale ha permesso al piccolo di far parte del gruppo in cui sembra perfettamente tollerato.
Si narra che in passato degli stambecchi, soprattutto giovani maschi, si univano occasionalmente a greggi di capre, accoppiandosi con queste e generando degli ibridi, ma i discendenti nascevano sotto custodia umana e venivano per lo più macellati dopo pochi mesi.

Il crescente numero di stambecchi e l'elevato numero di greggi ovo-caprini portate in alpeggio (anche grazie alla PAC - Politica Agricola Comunitaria - non sempre in sintonia con il miglioramento delle condizioni del territorio alpino) rappresenta un grosso pericolo sia per la purezza genetica, sia per il rischio del diffondersi di malattie infettive e parassitarie tra gli stambecchi alpini, quali, ad esempio, la rogna delle capre (che è identica alla temuta rogna del camoscio), la brucellosi delle pecore e delle capre e la AEC (artrite-encefalite caprina) che provoca l'infiammazione delle articolazioni e colpisce il sistema nervoso centrale dei caprini.
Sorveglianza e gestione
Da quanto scritto si possono dedurre un paio di considerazioni: la prima riguarda la necessità da parte dell'uomo di svolgere un'attenta sorveglianza e cura dei suoi animali domestici, la seconda riguarda le specie selvatiche con lo status di severa protezione. Sarebbe infatti auspicabile che queste specie, una volta raggiunto uno stato di conservazione soddisfacente, venissero gestite in modo ordinario. Ciò è inoltre espresso dalla stessa Direttiva Habitat (92/43/CEE), Conservazione degli habitat naturali e della flora e fauna selvatica, all'articolo 16, paragrafo 1, che ammette deroghe riferite alle stesse specie... da rammentare a chi si ritiene più realista del re.
È perciò indispensabile, affinché nessun materiale ereditario delle capre domestiche passi alla popolazione di stambecchi e nessun temuto agente patogeno infettivo venga trasmesso, che dopo l'estivazione tutte le capre domestiche ritornino sotto custodia umana. Semmai, le capre inselvatichite dovrebbero essere catturate oppure abbattute prima dell'inverno. Inoltre, si dovrebbe verificare se siano da abbattere quegli stambecchi, perlopiù animali giovani, che temporaneamente si sono uniti alle greggi di capre, per impedire che stambecchi potenzialmente contagiati trasmettano i temuti agenti patogeni di malattie infettive ai compagni di specie. Entrambi i gruppi di animali, stambecchi e capre domestiche, hanno diritto alla vita nelle nostre Alpi, ma per minimizzare il rischio di sgraditi eventi, come già detto, dovrebbero essere ottimizzate la sorveglianza e la cura degli animali.
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