
di Matteo Brogi
Oltre l'emergenza: una nuova narrativa per la convivenza con il lupo
Uno studio indipendente rivela che il vero nodo della conservazione non è più la sopravvivenza del lupo, ma la capacità dell'Europa di cambiare narrativa e adottare modelli di gestione più equi, flessibili e partecipati
Nel panorama europeo della conservazione, uno dei temi più dibattuti riguarda il successo - spesso inatteso - dei programmi di recupero di specie iconiche come il lupo. Dopo decenni di difficoltà della specie, molte popolazioni sono oggi in ripresa, occupano territori sempre più antropizzati e pongono nuove sfide alla gestione. È su questo stato di cose che si inserisce lo studio Now What? The Conundrum of Successful Recovery of Wolves and Other Species for European Conservation, firmato da Hanna Pettersson ed Erica von Essen, un'analisi che invita l'Europa a ripensare profondamente i paradigmi della convivenza con la fauna selvatica.
Un aspetto fondamentale da sottolineare fin dall'inizio è la natura laica e indipendente del lavoro: Pettersson è sostenuta dal Leverhulme Centre for Anthropocene Biodiversity (Grant RC-2018-021), mentre von Essen riceve fondi dal Research Council of Norway (Grant 315567) e dallo Swedish Research Council (BIOrdinary: biodiversity dilemmas in ordinary places, Grant 2022-01778). Nessun contributo proviene da associazioni venatorie, né da gruppi d'interesse che potrebbero orientare il taglio interpretativo. Ci troviamo dunque davanti a un contributo accademico neutrale, utile proprio per questo a leggere con lucidità una questione polarizzante.
La rigidità dei modelli attuali ne mina l'autorevolezza
Partendo dalla modifica dello stato di protezione del lupo da "strettamente protetto" a "protetto" - azione che riflette il recupero delle popolazioni europee (che hanno superato i 21.500 individui) - Pettersson e von Essen individuano nella rigidità dei quadri normativi e gestionali il principale ostacolo alla costruzione di una convivenza duratura. Come si legge nell'abstract:
«Sosteniamo che la rigidità degli attuali quadri normativi stia minando la legittimità sociale e lo sviluppo di strategie di gestione adattativa adeguate al recupero della fauna selvatica in paesaggi antropizzati. La politica e il dibattito sulla conservazione in Europa devono evolvere oltre la modalità emergenziale, per affrontare le sfide distributive e procedurali della convivenza, includendo una redistribuzione efficace dei costi, approcci gestionali transfrontalieri e un'articolazione inclusiva delle diverse visioni di convivenza nei vari contesti».
Dietro queste righe, ispirate alla mancanza di una strategia adeguata a gestire il recupero delle popolazioni, c'è un principio decisivo: continuare a gestire il lupo (e altre specie in espansione) come se fossero ancora in uno stato di crisi è controproducente. Le misure rigide, pensate per la tutela di popolazioni fragili, non sono più adeguate a situazioni in cui la specie è stabile o in espansione. Questa impostazione non solo crea tensioni sociali, ma impedisce l'evoluzione verso forme adattive, partecipate e differenziate di gestione.
Verso una nuova narrativa della convivenza
È nelle conclusioni che lo studio diventa particolarmente incisivo. Le autrici sostengono che il vero problema non è più soltanto la tutela della specie, bensì la costruzione di una narrazione aggiornata che rifletta la realtà contemporanea: un'Europa densamente antropizzata, in cui fauna selvatica e popolazioni umane condividono gli stessi spazi.

La prima azione da attuare è quella di superare il modello emergenziale: restare ancorati all'emergenza produce conflitto e delegittimazione, soprattutto tra le comunità rurali e gli attori che subiscono più direttamente l'impatto del ritorno dei grandi carnivori. Questo, in opposizione alla posizione delle ONG di conservazione, che continuano a utilizzare una narrazione di crisi, esacerbando i conflitti sociali e pregiudicando la coesistenza tra uomo e selvatici.
Inoltre, la convivenza richiede criteri di giustizia distributiva: chi sostiene i costi diretti della presenza del lupo non può essere lasciato solo. Indennizzi, prevenzione, misure di supporto e condivisione europea degli oneri diventano elementi imprescindibili.
È quindi necessario adottare una gestione transfrontaliera e flessibile: il lupo non conosce confini amministrativi. Le politiche, invece, sì. Serve quindi una cooperazione sovranazionale pragmatica, coordinata e adattiva.
Per concludere, non esiste un unico modo "giusto" di vivere accanto ai grandi carnivori. Le autrici invitano a includere nel processo decisionale una pluralità di visioni, esperienze e aspettative: allevatori, cacciatori, amministrazioni, cittadini, ambientalisti. La convivenza non è un modello tecnico: è un patto sociale.
Il coraggio di cambiare la narrazione
Secondo Pettersson e von Essen, la sfida principale è culturale. Abbiamo bisogno di una nuova narrativa che riconosca il successo della conservazione, valorizzi la resilienza degli ecosistemi e - soprattutto - prenda atto che il futuro della fauna selvatica europea si giocherà in aree condivise, non in aree remote.

Non si tratta di scegliere tra tutela e gestione, ma di combinare entrambe in modo intelligente e legittimato. Per farlo, occorre mettere in discussione schemi rigidi, ideologici o ancorati al passato, e aprirsi a una gestione dinamica, partecipata, transnazionale che consideri anche le esigenze delle comunità locali e che combinino necessità ecologiche e socioeconomiche. È fondamentale conservare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Lo studio, proprio perché indipendente e scevro da appartenenze, offre una base preziosa per ripensare il dibattito europeo sul lupo: riportandolo non sul terreno dello scontro ideologico ma su quello, più produttivo, della ricerca condivisa di soluzioni sulla base dei risultati forniti dagli studi scientifici.
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