
di Giuliano Milana
Selvaggina in vetrina: memoria e ipocrisie moderne
Cambiano i tempi ma la morte è ancora esposta. Dalla Roma autentica del dopoguerra alla vetrina globale: ciò che è cambiato è solo il modo di nascondere la realtà
Fotografie in bianco e nero scattate a via in Arcione, non distante da Fontana di Trevi (Roma), tra il 1953 e il 1957. Li era il negozio di pollami e cacciagione di Felice Lorenzoni.
L'attività commerciale era ben avviata: bottega specializzata nella vendita di cacciagione, abbacchi (agnelli) e polli ma vendeva anche funghi coltivati e, a seconda della stagione, anche porcini, asparagi e persino tartufi di Alba. La clientela era variegata, forniva addirittura il vicinissimo Palazzo del Quirinale nonché ristoranti, famiglie nobiliari ma anche semplici cittadini.
Aperto subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il negozio era, per l'epoca, moderno e innovativo. Fu infatti uno dei primi ad adottare l'uso, allora ancora quasi sconosciuto, di un enorme cella frigorifera ricavata nell'ampio sotterraneo per conservare la merce. Le pareti e i banconi, come comune per quegli anni, erano rivestiti in marmo e coperti da lastre spesse fino a 12 cm. Lorenzoni arrivò ad avere anche un minimo di popolarità, sia sulla stampa nazionale che estera, fu fotografato da giornalisti e reporter attirando l'attenzione con le "mostre" che allestiva fuori al negozio per le festività, soprattutto quelle natalizie.
Diverse volte, tramite asta con offerta a busta chiusa, vinse anche la gara d'appalto per l'acquisto della cacciagione proveniente dalla battuta di caccia che, una volta l'anno, si teneva nella Tenuta presidenziale di Castelporziano. Parliamo di cervi, daini, cinghiali e lepri!
Nel negozio non mancava poi ogni tipo di selvaggina da penna: fagiani, germani, beccacce, coturnici, tordi eccetera. Una volta trattò persino una partita di testuggini, in un epoca in cui erano molto comuni e non godevano di nessun regime di protezione. I monaci dei conventi le mangiavano nell'osservanza dei "giorni di magro".
La vista di tutti quegli animali appesi non appartiene più al nostro tempo che preferisce non guardare la morte ma comprarla incellophananata ignorandola, semplicemente, perché distante.
L'attività conobbe il suo declino in pieno boom economico, verso la seconda metà degli anni '60. Il quartiere iniziò a svuotarsi a causa delle ristrutturazioni edilizie dei suoi antichi palazzi e la gente andò via senza farvi più ritorno trasferendosi nei nuovi quartieri che andavano spuntando. I gusti cambiarono e la zona, da quartiere popolare e popolato, iniziò a riempirsi di uffici, appartamenti di lusso e negozi per turisti.
L'attività fallí sotto il colpi di una modernità veloce, cinica, violenta e rapace. Via in Arcione oggi è piena di turisti.
Ad attenderli "mangiatoie per famiglie", sotto l'insegna ristorante o pizzeria, con i loro tavoli a bordo strada e i "buttadentro" sulla porta o, peggio ancora, negozi di souvenir di dubbio gusto, t-shirt o cianfrusaglie da pochi spiccioli made in China.
Forse la selvaggina appesa fuori sarebbe adesso anacronistica, offenderebbe la sensibilità delle "pie dame" oltre a violare le procedure HACCP… eppure la morte esposta oggi nella stessa via è molto peggiore, è più subdola perché mascherata da vita ma sporca di un sangue che non va via perché la distanza impedisce la consapevolezza e autoassolve i fruitori.
Ma "per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti" (Fabrizio De André, La canzone del maggio, 1973).
Se sei interessato alla caccia sostenibile e alla conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica, segui la pagina Facebook e l'account Instagram di Hunting Log, la rivista del cacciatore responsabile.



