Se la pratica venatoria è inserita in un sistema regolato, fondato su conoscenza e limiti, diventa parte di un processo più ampio di gestione e non si riduce a un semplice utilizzo di una risorsa rinnovabile
Se la pratica venatoria è inserita in un sistema regolato, fondato su conoscenza e limiti, diventa parte di un processo più ampio di gestione e non si riduce a un semplice utilizzo di una risorsa rinnovabile - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Sostenibilità: il limite non è una rinuncia

Il limite non impedisce di usare la natura: impedisce di distruggerla

Dopo aver messo in discussione l'idea che vietare sia sufficiente a conservare, resta aperta una domanda più complessa: se il divieto non basta, cosa rende davvero sostenibile il rapporto tra uomo e natura? La risposta, per quanto possa sembrare controintuitiva, sta in un concetto oggi poco valorizzato: il limite.

Secondo la cultura dominante del desiderio illimitato, il limite è percepito in modo negativo. È ciò che impedisce l'appagamento istantaneo di ogni pulsione. In un contesto che tende ad associare il progresso all'assenza di vincoli, il limite appare come un ostacolo alla realizzazione individuale. Eppure, osservando il funzionamento degli ecosistemi, emerge he ogni sistema naturale si regge su equilibri che resistono proprio perché esistono dei limiti nella disponibilità delle risorse, nello spazio, nella capacità di crescita. Quando questi limiti vengono superati, l'equilibrio si altera e il sistema entra in una fase di instabilità. Il limite, pertanto, non è ciò che impedisce il funzionamento di un ecosistema ma ciò che lo rende possibile.

Sostenibilità e conservazione

Questa considerazione aiuta a chiarire uno degli equivoci più diffusi nel dibattito ambientale: l'idea che l'uso della natura sia di per sé incompatibile con la sua conservazione. In realtà, la contrapposizione tra uso e tutela è spesso mal posta. Il problema non è usare la natura, ma usarla senza limite, in maniera non sostenibile.

L'uso, quando è inserito in un contesto di gestione, è compatibile con la continuità degli equilibri. L'abuso, invece, nasce dall'assenza di misura ed è proprio di quando si interviene senza considerare le soglie oltre le quali il sistema non è più in grado di rigenerarsi. In questo senso, la sostenibilità non coincide con la rinuncia all'uso delle risorse, ma con la capacità di stabilire la misura della sua fruizione.

Questa prospettiva diventa più evidente se si considera il contesto europeo. A differenza di altri territori, gran parte degli ecosistemi che oggi definiamo "naturali" è il risultato di una lunga interazione tra attività umane e dinamiche ambientali. I boschi, i paesaggi agricoli, molte comunità faunistiche sono stati modellati nel tempo da pratiche di gestione, di utilizzo e di presenza umana. L'idea che la natura raggiunga la sua forma migliore in assenza dell'uomo, quindi, non trova riscontro nella storia dei nostri territori. Al contrario, l'assenza di gestione produce spesso effetti opposti a quelli attesi.

Il problema non è la presenza dell'uomo ma la qualità della sua presenza

Riconoscere un limite significa accettare che l'intervento umano deve essere calibrato in funzione degli equilibri che si vogliono mantenere e che non può essere illimitato. Significa stabilire quanto, come e quando si può agire, tenendo conto non solo dell'immediato, ma anche delle conseguenze nel tempo. In questo senso, il limite non è solo un principio ecologico, ma anche una forma di responsabilità. Implica la capacità di rinunciare all'eccesso per garantire la continuità, di moderare l'azione per non compromettere il sistema nel suo insieme, sia per la valorizzazione del sistema in sé sia per la trasmissione dello stesso alle future generazioni.

Questa responsabilità non riguarda soltanto le politiche pubbliche o le norme. Riguarda anche i comportamenti individuali di chi, a vario titolo, opera sul territorio. Le regole definiscono un perimetro necessario, indispensabile ma non sufficiente. La sostenibilità reale si gioca all'interno di quello spazio, nella capacità di interpretare il proprio ruolo in modo consapevole così da dare una tempestiva risposta, per esempio, a situazioni di squilibrio che le norme impiegherebbero tempi troppo lunghi per affrontare.

Anche la caccia mira alla conservazione

In questo quadro, anche la figura del cacciatore può essere letta da una prospettiva diversa da quella più diffusa. Quando la pratica venatoria è inserita in un sistema regolato, fondato su conoscenza e limiti, diventa parte di un processo più ampio di gestione e non si riduce a un semplice utilizzo di una risorsa. Il limite non riduce l'azione umana ma la qualifica. Non impedisce di utilizzare le risorse, ma orienta il modo in cui questo utilizzo si concretizza. Non è un vincolo esterno, ma una condizione interna alla sostenibilità che dovrebbe tradursi in comportamenti coerenti in chi si professa a parole custode o addirittura paladino della natura.

In un contesto in cui le risposte ai problemi ambientali oscillano tra l'eccesso e il rifiuto, riscoprire il senso del limite significa accettare che non tutto ciò che è possibile è anche sostenibile. È così che la sostenibilità si trasforma da parola vuota, ma di tendenza, a chiave per guidare i comportamenti individuali e continuare a vivere la natura senza comprometterla.


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