
di Diana & Wilde
Tempo di passo: in attesa di ottobre
Dai valichi appenninici alle pasture, dagli appostamenti ai colombacci fino alla scaccia: guida alle tecniche, ai territori e alle condizioni che rendono ottobre il mese più atteso dai cacciatori di migratoria
di Giuliano del Capecchi
Ottobre, senza dubbio il mese per eccellenza per il migratorista, è un periodo di grande attesa e speranza. È il momento in cui la migrazione autunnale raggiunge il suo apice, offrendo ai cacciatori la possibilità di incontrare numerose specie di selvatici. Un mese durante il quale l'autunno inizia a prendere il sopravvento sull'estate: l'aria mattutina diventa frizzante, le giornate si accorciano e il bosco comincia a cambiare colore. Le condizioni meteo in tutta Europa influenzano direttamente il passo degli uccelli. La nebbia, le forti perturbazioni e gli eventi climatici estremi tendono a rallentare o fermare del tutto la migrazione, creando delle soste forzate in zone ricche di pastura.
La presenza di cibo, come olive, bacche e corbezzoli per i turdidi o mais e ghiande per i colombacci, è fondamentale per prolungare la sosta degli uccelli. Al contrario invece, improvvise ondate di freddo o piogge abbondanti nel Nord Europa possono innescare partenze di massa verso i luoghi di svernamento.

I venti sono un fattore determinante per le linee di passo. I settentrionali spingono gli uccelli lungo il litorale tirrenico, mentre quelli meridionali li indirizzano verso i valichi appenninici, dove la presenza di nebbia non troppo fitta alternata a schiarite con venti da scirocco o libeccio rappresenta la condizione ideale per avere successo e, soprattutto, avere quasi sempre la possibilità di sparare a uccelli a tiro, costretti dal vento nel becco ad abbassare la quota di volo fino a sfiorare le piante del bosco.
La caccia al passo
La caccia al passo è una forma di caccia tradizionale che si basa sull'attesa dei volatili in migrazione nei pressi dei valichi (bocchette) o lungo gli "affili di passo" in montagna, in collina o sul litorale. Questo tipo di caccia richiede levatacce nel cuore della notte per occupare le posizioni migliori. L'azione venatoria si concentra principalmente sullo "spollo" mattutino e successivamente, in particolare per i colombacci, sul resto della giornata.
Lo spollo mattutino, pur durando solo una mezzora, è il momento più intenso della giornata di caccia e interessa gli uccelli che hanno ritardato il volo notturno o si sono fermati per la notte. Per affrontarlo al meglio, si consiglia l'uso di fucili con canne non troppo lunghe (60-65 cm) e strozzature leggere (cyl/****), abbinando cartucce con borra in feltro o dispersanti con piombo 11-12, perfette per tordi e merli. Terminato lo spollo dei turdidi si iniziano a vedere i primi colombacci. Prima quelli che hanno dormito nelle vicinanze e poi branchi più grandi che arrivano da più lontano. Per cacciarli, è consigliabile un fucile semiautomatico con canna da 65 cm e strozzatori intercambiabili. Importantissimo ricordare sempre di sparare solo ad uccelli a tiro e di non farlo assolutamente su branchi che sono al limite o appena fuori dal tiro utile canonico, in modo da non ferire gli uccelli e per non disturbare gli altri cacciatori che praticano altre forme di caccia a questo formidabile migratore autunnale
Le giornate migliori per continuità di avvistamenti sono spesso quelle che precedono o seguono grosse perturbazioni, cioè quando gli uccelli sono nel primo caso obbligati dal maltempo a scorrere velocemente verso sud e nel secondo, invece, dopo essere stati bloccati, possono ripartire senza problemi. Saranno i venti a determinare la scelta del posto di caccia da occupare: con scirocco o libeccio meglio i valici appenninici, ottimi anche in presenza di nebbia non troppo fitta alternata a rapide schiarite, mentre con venti da nord conviene spostarsi verso la costa o in luoghi caratterizzati dallo spostamento verso l'interno di uccelli precedentemente transitati sul mare.
Colombacci con i richiami
Un'altra forma di caccia molto diffusa oggi in Italia è quella al colombaccio con i richiami, che può essere praticata sia dal palco che da terra. Ottobre è il periodo più redditizio, poiché ai colombacci stanziali si aggiungono quelli in migrazione. La caccia dal palco è quella forse più complessa anche perché necessita di un appostamento fisso che deve mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente consentendo ai cacciatori di stare nascosti tra le fronde degli alberi. Il cacciatore deve essere perfettamente integrato in questo contesto e spesso è costretto ad indossare abbigliamento mimetico, guanti e mascherina in rete per coprire la brillantezza di mani e viso. I movimenti devono essere minimi e dopo l'avvistamento dei colombacci e il volo dei piccioni da richiamo, saranno i richiami a rullo, a stantuffo e a ribaltina a fare tutto il lavoro per far avvicinare i selvatici in curata nei pressi dell'appostamento.

La caccia da terra invece, molto popolare tra i cacciatori livornesi che di fatto l'hanno inventata, si svolge in prossimità di pasture, come mais tardivo, coltivazioni di fave, girasoli a perdere o stoppie. L'appostamento temporaneo deve essere piccolo e ben mimetizzato. La conoscenza del territorio e la memoria storica dei luoghi di caccia sono fondamentali per il successo. In entrambi i casi si spara ad uccelli in curata, quindi a distanze medio-corte, per cui un fucile con canne da 65-70 cm e strozzatori intercambiabili (*** o ****) è l'ideale.
La caccia vagante
La scaccia è una forma di caccia di gruppo che affonda le sue radici in Toscana e che richiede molta esperienza e conoscenza del territorio. Un'esperienza che unisce il gruppo e mette alla prova l'ingegno e l'esperienza di ogni cacciatore. Sebbene l'obiettivo principale siano tordi e merli, la sorpresa è sempre dietro l'angolo: un capo di selvaggina stanziale, un colombaccio che si alza improvvisamente o, verso la fine del mese, la comparsa inaspettata di una beccaccia.
Questa tecnica si svolge in piccoli gruppi, di massimo tre persone, che lavorano in sintonia per far alzare gli uccelli da siepi e boschetti che disegnano il paesaggio di campi, vigne e oliveti nel centro e sud Italia. È un'attività tutt'altro che semplice. Il successo non si improvvisa, ma si costruisce con esperienza, affinando la capacità di leggere al volo ogni situazione. Il ruolo del cane da cerca è fondamentale: uno o due ausiliari sono indispensabili per scovare la selvaggina e, non meno importante, per recuperarla velocemente dopo l'abbattimento. All'interno del gruppo, i battitori hanno il compito di sondare la vegetazione, spingendo gli uccelli a volare, mentre i tiratori, posizionati strategicamente dal capo caccia, aspettano che la selvaggina transiti nei punti previsti.

In ottobre, l'attesa è per l'arrivo degli uccelli migratori, che si fermano per rifocillarsi prima di ripartire. La presenza di pasture (olive, uva, bacche) e di zone umide è un vero e proprio "richiamo" per loro, e le aree vicine ai valichi montani diventano i luoghi ideali per la battuta. Qui, la perfetta conoscenza del territorio è un fattore determinante. È quasi un paradosso, ma gli uccelli, pur essendo appena arrivati, seguono spesso gli stessi schemi di anno in anno, rendendo cruciale posizionare i tiratori più esperti nei punti dove il volo è più basso e numeroso. Il compito del battitore è un'arte: far "scorrere" gli uccelli lungo la vegetazione fino a spingerli verso le poste, senza che fuggano lateralmente. L'attrezzatura ideale è un semiautomatico calibro 12 o 20, con canna da 65 cm e strozzatori per adattarsi a diverse distanze di tiro. L'assetto delle munizioni è tipicamente composto da cartucce bior a piombo 10 e una con contenitore a piombo 9 per i tiri più lunghi. Le regole sono poche ma ferree: comanda il capo caccia, per chi è alla posta la sicurezza è la priorità assoluta: non ci si sposta, non si spara ad altezza d'uomo, si spara solo agli uccelli più vicini e si cerca sempre di rimanere, fino all'arrivo dei battitori, sempre con il fucile carico. Questa forma di caccia rimane produttiva anche a novembre e dicembre, quando gli uccelli svernanti, ormai più scaltri, rappresentano una sfida ancora maggiore.
Appostamento fisso ai turdidi
A partire da fine settembre, gli appassionati di caccia da appostamento con richiami vivi iniziano la stagione, prima per tordi e merli, e poi per sasselli e cesene. I primi stormi migratori si avvistano nel Nord Italia, specialmente sulle Alpi, dove i cacciatori vivono giornate ricche di avvistamenti. Man mano che la migrazione si intensifica, il passo si estende a tutta la penisola. Il successo di questa caccia dipende da due fattori cruciali: la qualità dei richiami e la posizione del capanno.

La preparazione del sito è meticolosa e richiede una cura quasi maniacale: potatura delle piante, montaggio di pertiche e secchi, taglio dell'erba e sistemazione della vegetazione, inclusi gli arbusti da pastura. È fondamentale che il capanno si mimetizzi perfettamente per non insospettire la selvaggina. Per cacciare dal capanno si usano fucili di diversi calibri a seconda della distanza del tiro. Un buon assortimento potrebbe includere un combinato .410 - 28, un monocanna calibro 20 e un sovrapposto calibro 12 con canne da 71 cm, ideale per tiri più impegnativi o per selvatici come colombacci e ghiandaie. Questa varietà permette di affrontare ogni situazione, dai tiri ravvicinati con il .410 ai tiri a lunga distanza con il calibro 20, sfruttando cartucce da 25-26 grammi.
A caccia sulle pasture
Quando il passo di tordi e merli si fa più intenso, la caccia all'aspetto alle pasture diventa una delle tecniche più efficaci. Per praticarla con successo, bisogna conoscere i boschi come le proprie tasche e saper individuare le piante dove gli uccelli amano fermarsi per nutrirsi. Sorbi, ciliegi selvatici, corbezzoli, prugnoli, meli da fiore, ligustri, biancospini, allori e, in autunno inoltrato, edera e agrifogli sono le pasture più ambite. Chi conosce l'ubicazione di questi tesori nascosti, lontani da rumori e insediamenti, li tiene segreti, garantendosi così la possibilità di fare sempre qualche buon tiro.

Questa caccia, che a un primo sguardo può sembrare statica, è in realtà molto dinamica e richiede un'alta dose di tecnica. La chiave è sapersi spostare con discrezione, quasi senza rumore, da una pastura all'altra. Anche la scelta del fucile è cruciale: un basculante (sovrapposto o doppietta) con selettore di canna è l'ideale per adattarsi a ogni situazione, meglio se equipaggiato con strozzatori **** e **, caricando munizioni diverse: una con borra in feltro per i tiri ravvicinati e una con contenitore per quelli più difficili e a lunga distanza. La tattica di caccia prevede un approccio circospetto e silenzioso, aspettando in posizioni ben coperte e sparando un massimo di due colpi prima di spostarsi alla pastura successiva.
Le altre forme di caccia

Oltre alle forme di caccia più comuni, e lasciando da parte la caccia agli anatidi, ci sono altre due tecniche da appostamento che offrono grande divertimento. La prima è la caccia all'allodola, che può essere affrontata in modi diversi. Si può utilizzare l'appostamento con gabbie, giostre e stampi (anche in plastica), o praticare la caccia alla "borrita", una tecnica che consiste nel camminare tra i campi per far alzare gli uccelli posati a terra. La seconda quella allo storno, consentita solo in deroga in alcune regioni. Questa è una pratica storica, diffusa specialmente nel Centro Italia e in Emilia-Romagna, che si svolge nei prati usando giostre e stampi. Un tempo si impiegavano richiami vivi posizionati in sottili tunnel di rete, noti come "bresciane", e stampi con piume naturali. Oggi questi strumenti tradizionali sono stati quasi completamente rimpiazzati da giostre e richiami in plastica. Le alternative, soprattutto per gli appassionati cinofili, sono rappresentate dalla caccia ai rallidi lungo le rive di laghetti e canali del piano, quella delle ultime quaglie (specie nel Centro Sud) e perché no, la ricerca in quota delle primissime regine del bosco...
Articolo concesso da Diana & Wilde / Edizioni Lucibello, ottobre 2025
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