
di Matteo Brogi
Uomini, animali e caccia: il paradigma conservativo
Il saggio di Francesco Santilli esplora il delicato equilibrio fra istinto e compassione, storia e filosofia, tradizione e modernità. Una riflessione sul ruolo dell'uomo nell'ecosistema e sulla possibilità di un approccio venatorio fondato sulla conservazione delle risorse naturali
Quale può essere oggi la funzione della caccia nella società contemporanea? E, ancora di più, è possibile immaginare una "caccia conservativa" come paradigma per la gestione delle risorse naturali e per un rapporto etico fra uomo, natura e animali? Sono questi gli interrogativi al centro del saggio di Francesco Santilli Uomini, animali e caccia, disponibile integralmente in formato digitale e scaricabile da questo link.
Un viaggio alle radici del rapporto uomo-animale
Santilli apre la sua riflessione analizzando la lunga storia che lega l'essere umano alla caccia. Per millenni, l'uomo ha cacciato per sopravvivere: l'Homo sapiens ha affinato strumenti e tecniche fino a fare della predazione un carattere essenziale della propria evoluzione. Con l'avvento dell'agricoltura, circa 11.000 anni fa, il bisogno alimentare diretto è progressivamente diminuito, ma non si è spento l'istinto venatorio, che ancora oggi molti percepiscono come naturale richiamo a un contatto primordiale con la foresta e con la sfida della preda.
A questa dimensione ancestrale si contrappone la crescente sensibilità contemporanea per il benessere animale, espressione di un sentimento di compassione che appartiene alla natura stessa dell'uomo e che si è rafforzato in società sempre più urbanizzate, distanti dagli aspetti crudi e violenti della vita in natura.
Animalismo e contro-argomentazioni
È proprio in questo contesto che si è sviluppato l'animalismo moderno, nato negli anni Settanta e Ottanta del Novecento e oggi diffuso a livello globale. Le correnti più radicali, guidate da filosofi come Peter Singer e Tom Regan, negano la superiorità ontologica della specie umana e attribuiscono agli animali veri e propri diritti.
Una posizione che trova però forti critiche, fra cui quelle del pensatore inglese Roger Scruton, per il quale gli animali non sono "persone" e dunque non possono vantare diritti. Ciò non significa – sottolinea Scruton – che l'uomo non abbia doveri morali nei loro confronti: al contrario, proprio in virtù della sua razionalità e della sua coscienza, l'uomo è responsabile del benessere degli animali, della tutela dei loro habitat e di un rapporto etico che escluda crudeltà e sofferenze gratuite.
Oltre le ideologie: la sfida per la caccia
Santilli osserva come, tanto nell'animalismo quanto in certe forme di "ideologia venatoria", si annidino derive emotive e visioni distorte della natura. In alcuni casi, i cacciatori stessi hanno alimentato un approccio antropocentrico eccessivo, fatto di retorica e pratiche gestionali superate, come la lotta indiscriminata ai predatori o l'abuso di ripopolamenti artificiali.

L'autore invita dunque a superare gli estremi, trovando una sintesi tra l'istinto predatorio e la compassione: un equilibrio che riconosca il ruolo dell'uomo come parte della natura ma anche come custode consapevole, capace di assumersi responsabilità verso le altre specie e verso l'ambiente.
La proposta della caccia conservativa
Il cuore del saggio ruota intorno al concetto di caccia conservativa: un modello che non vede nel prelievo un atto distruttivo, ma uno strumento di gestione ecologica, finalizzato a garantire la sopravvivenza delle popolazioni selvatiche nel lungo periodo.
Santilli ricorda come, in numerosi casi, la regolazione delle popolazioni animali da parte dell'uomo sia necessaria per evitare squilibri e conflitti, dall'espansione incontrollata degli ungulati agli incidenti stradali, fino ai danni agricoli. E cita anche esempi virtuosi di sostenibilità, come quello di una comunità precolombiana del Kentucky che, fra il 1300 e il 1650, aveva adottato criteri di caccia selettiva ai tacchini selvatici, prelevando soprattutto i maschi e garantendo così la sopravvivenza a lungo termine della specie.
La caccia conservativa, dunque, non è semplice "tradizione": è gestione attiva, basata su conoscenze scientifiche aggiornate, sull'ecologia animale e sul rispetto degli habitat. È l'unico paradigma che consente alla caccia di avere un futuro eticamente e socialmente accettabile.
Un approccio antropologico ed ecologico
Nella parte conclusiva, Santilli riflette sul ruolo peculiare dell'uomo nell'ecosistema. L'essere umano non è soltanto un elemento perturbatore, come spesso sostengono alcune correnti ambientaliste radicali, ma è anche l'unico essere dotato di coscienza, capace di modificare il proprio comportamento e di prendersi cura dell'ambiente.
In questo senso, la "custodia" diventa la parola chiave: non una protezione passiva che mette la natura sotto una campana di vetro, ma un accompagnamento attivo, che ne sviluppa le potenzialità e ne preserva le risorse. La caccia, se condotta secondo principi conservativi, può rientrare a pieno titolo in questo orizzonte.
Conclusione
Uomini, animali e caccia è un testo che intreccia filosofia, storia ed ecologia, proponendo una visione originale e documentata per ridefinire il ruolo della caccia nel mondo di oggi. Non più contrapposizione sterile fra istinto e compassione, ma sintesi responsabile, in cui il cacciatore diventa custode e gestore delle risorse naturali.
Il saggio completo può essere scaricato qui.
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