La l. 157/92 già prevede che i privati che vogliono vietare la caccia sui propri terreni possano inoltrare istanza alla regione
La l. 157/92 già prevede che i privati che vogliono vietare la caccia sui propri terreni possano inoltrare istanza alla regione - © Dietmar Rabich
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di Redazione

Vietare la caccia sui terreni privati per motivi etici è possibile

Il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza insidiosa che crea un serio precedente giurisprudenziale

Le convinzioni etiche e morali del proprietario contrario alla caccia sono una motivazione sufficiente a supportare la richiesta di sottrazione dei fondi privati da quelli destinati all'attività venatoria. È quanto ha stabilito una recente sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto il ricorso di una cittadina emiliano-romagnola che, supportata da alcune associazioni animaliste, si era appellata al massimo organo della giustizia amministrativa dopo che il Tar aveva convalidato il diniego della Regione nei confronti dell'istanza della donna.

I giudici hanno stabilito che l'elenco delle motivazioni per le quali un terreno privato può essere sottratto all'attività venatoria contemplato dall'art 15 della 157 non è da ritenersi tassativo e che tra le casistiche non espressamente previste, ma tutelate dall'ordinamento, rientrano anche le convinzioni etiche e morali del proprietario. Come immaginabile, la sentenza è stata accolta con esultanza dal mondo animalista che si è subito adoperato per strumentalizzarla trovando la sponda dei soliti media mainstream.

Non c'è però da disperarsi. Per quanto la sentenza ponga le basi giurisprudenziali per simili pretese, contemporaneamente ribadisce chiaramente che la domanda può essere accolta solo se non ostacola la programmazione faunistico venatoria. Tradotto, la Regione può, motivando puntualmente, rigettare comunque la richiesta per diversi motivi. Per esempio se l'accoglimento portasse a vietare la pratica venatoria, programmata o privata che sia, in oltre il 30% di Tasp (territorio agro-silvo-pastorale), o se il fondo fosse funzionale alla gestione di particolari specie, come gli ungulati.

Di fatto la sentenza, che per quanto stabilisca un precedente non produce effetti se non sugli atti impugnati, non si traduce automaticamente nella possibilità per i privati di vietare la caccia sui propri terreni. Qualora interessati a farlo, tali soggetti dovranno prima attendere la procedura di redazione si un nuovo piano faunistico venatorio, presentare domanda nei tempi e modi prescritti e superare il vaglio della struttura regionale. Una gimcana non da poco, sicuramente in grado di scoraggiare molti di quelli che si dichiarano contrari alla caccia e favorevoli al divieto su terreni privati.

Spoiler: anche qualora si giungesse all'istituzione del divieto, le spese di tabellazione sarebbero a carico del proprietario, i danni causati dalla fauna selvatica al fondo non sarebbero rimborsabili e gli animali presenti, ungulati in primis, potrebbero essere comunque oggetto di controllo.


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