In caso di focolai di rabbia i cacciatori e i loro cani risultano maggiormente esposti al virus per via del frequente contatto con animali selvatici vettori, come per esempio le volpi
In caso di focolai di rabbia i cacciatori e i loro cani risultano maggiormente esposti al virus per via del frequente contatto con animali selvatici vettori, come per esempio le volpi - © Alexis Lours
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di Redazione

Rabbia: dopo il Veneto, un caso in Lombardia?

Dalla lettura del verbale dell'Unità di Crisi si apprende di un possibile secondo caso dopo quello registrato in provincia di Treviso

Cresce l'attenzione nei confronti della rabbia dopo la positività a Lyssavirus registrata in un cane in Provincia di Treviso. L'animale, proveniente dal Marocco con transito in Spagna, era stato visitato dopo aver mostrato sintomi neurologici e inappetenza e aver morso ripetutamente la proprietaria; il Centro di referenza, dopo le analisi, aveva confermato la positività al virus della rabbia. La malattia, che può essere trasmessa all'uomo tramite morsi, graffi o contatto della saliva degli animali con ferite o mucose, preoccupa molto le autorità sanitarie. La rabbia infatti risulta essere una delle zoonosi più letali conosciute e, una volta comparsi i sintomi, si rivela quasi sempre fatale.

Per questo, in seguito al caso registrato in Veneto, lo scorso 28 maggio si è riunita l'Unita di Crisi Centrale presso il Ministero della Salute che ha approfondito le dinamiche legate al caso e le possibili strategie. Dalla lettura del verbale della riunione si apprende inoltre che Regione Lombardia ha illustrato un ulteriore caso sospetto relativo a un gatto introdotto irregolarmente da due turisti tedeschi e proveniente anch'esso dal Marocco. La coppia ha viaggiato in auto e campervan e in ferry boat per raggiungere l'Italia prima che il felino manifestasse la sintomatologia tipica del morbo e venisse posto in isolamento e osservazione presso il canile sanitario di Brescia. Al momento, sebbene i due abbiano riferito che non vi sarebbero stati contatti con altri animali o persone, il Ministero della Salute ha sottolineato la necessità di tutela della salute pubblica e prospettato due opzioni, eutanasia o sequestro sanitario per sei mesi, indicando come preferibile la prima, sia per motivi diagnostici che in considerazione della provenienza illegale dell'animale e di altre incongruità rilevate all'indagine epidemiologica. Al momento non si conosce quale decisione sia stata presa dalle autorità sanitarie.

Qualora anche il secondo contagio fosse confermato, entrambi i casi, la vicinanza temporale tra i due e la comune provenienza, sottolineerebbero la necessità di innalzare l'attenzione nei confronti della zoonosi. Una tematica che coinvolge in maniera importante il mondo venatorio, sia perché potenzialmente maggiormente esposto al virus per via del frequente contatto con animali selvatici vettori, come per esempio le volpi, sia per il gran numero di cani da caccia, a loro volta ancor più a rischio di contagio e trasmissione. L'ennesima partita che dimostra come sia fondamentale un approccio "One Health" in grado di riconoscere che la salute degli esseri umani, degli animali e dell'ambiente sono strettamente collegate.


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