
di Giuliano Milana
Abbiamo smesso di fare figli ma non di prenderci cura di qualcuno
Ogni civiltà si riconosce anche da come trasmette la vita e interpreta la cura. Oggi quella relazione sembra attraversare una profonda trasformazione
Nel 2025 in Italia sono nati appena 355.000 bambini, il dato più basso mai registrato nel dopoguerra. La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione generazionale. Le indagini mostrano inoltre che la maggioranza di chi rinuncia ad avere figli indica come causa principale ostacoli economici, lavorativi e sociali (fonte ISTAT). Sarebbe però riduttivo pensare che tutto dipenda soltanto dal reddito. Da anni si osserva come la crisi della natalità italiana sia anche il risultato di fattori culturali come precarietà esistenziale, difficoltà nel progettare il futuro, individualizzazione delle scelte di vita e progressivo rinvio dell'età in cui si decide di costruire una famiglia.
Parallelamente assistiamo a un altro fenomeno, gli animali da compagnia sono sempre più presenti nelle nostre case e il settore economico dedicato alla loro alimentazione e al loro benessere continua a crescere. Cani e gatti sono ormai membri della famiglia sotto il profilo affettivo e nessuno può negare il valore emotivo di questo rapporto.
Un dialogo selettivo
Esiste tuttavia un dato poco conosciuto. Negli Stati Uniti il consumo di alimenti destinati agli animali da compagnia richiede ogni anno una quantità enorme di proteine animali; alcune stime hanno calcolato un impatto equivalente alla macellazione di circa due miliardi di animali terrestri ogni anno. Una cifra immensamente superiore agli animali prelevati annualmente dalla caccia legale. Questo non significa che tenere un cane o un gatto sia moralmente discutibile, nella maniera più assoluta. Significa, piuttosto, che il dibattito etico sul rapporto uomo/animale è spesso selettivo. Ci indigniamo per alcune forme di utilizzo degli animali mentre ne ignoriamo altre molto più estese perché culturalmente normalizzate. La nostra sensibilità morale non sempre segue le quantità, ma spesso segue le narrazioni.
Esiste poi una riflessione ancora più profonda. Dal punto di vista biologico ed evolutivo, l'essere umano possiede un innato impulso alla cura. Gli etologi parlano di comportamento parentale, una predisposizione che può manifestarsi non soltanto verso i figli, ma anche verso altri esseri viventi. È probabilmente una delle ragioni per cui il legame con gli animali domestici può essere tanto intenso. Ma un figlio rappresenta qualcosa di diverso, poiché un figlio non è soltanto qualcuno di cui prendersi cura. È un progetto aperto, irripetibile e imprevedibile. Cresce, sviluppa un'identità autonoma, mette in discussione le nostre convinzioni, sceglie una strada che non possiamo controllare. Ci obbliga ad accettare l'esistenza dell'altro nella sua piena libertà.
Un'epoca di legami fragili
Con un animale domestico il rapporto può essere altrettanto autentico sul piano affettivo, ma resta fondato su dinamiche differenti, caratterizzate da una dipendenza molto maggiore dall'uomo. Forse è proprio qui che emerge il cambiamento culturale del nostro tempo. Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva la modernità come un'epoca "liquida", nella quale anche i legami diventano più fragili, reversibili e orientati alla soddisfazione individuale. Senza forzare questo schema interpretativo, è legittimo domandarsi se qualcosa di simile non stia accadendo anche rispetto alla genitorialità: i progetti più impegnativi vengono rinviati, mentre crescono relazioni percepite come più compatibili con i ritmi e le incertezze della vita contemporanea.
Naturalmente ogni storia personale è diversa. C'è chi non può avere figli, chi sceglie consapevolmente di non averne e chi trova negli animali un affetto autentico e insostituibile. Questa riflessione non vuole giudicare nessuno, vuole semplicemente porre una domanda. Se il desiderio di prendersi cura di qualcuno continua a esistere, ma sempre più raramente si traduce nella scelta di diventare genitori, siamo davvero di fronte soltanto a una crisi economica? Oppure stiamo osservando una trasformazione molto più profonda del nostro modo di concepire la responsabilità, il tempo, la famiglia e persino la libertà?
Le grandi trasformazioni storiche iniziano spesso in silenzio. E la demografia, prima ancora che una scienza dei numeri, è una straordinaria lente attraverso cui osservare l'evoluzione della nostra civiltà.
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