
di Giuliano Milana
Caccia e cinghiali: quando la scienza smentisce i luoghi comuni
Non la "matriarca", ma l'abbondanza di risorse e la scarsa pianificazione regolano la riproduzione del cinghiale: la biologia smentisce i luoghi comuni e invita a un controllo fondato su dati scientifici
In un recente articolo apparso su L'Unione Sarda (La caccia fa aumentare il numero dei cinghiali, altro che soluzione contro gli incidenti stradali), si sostiene che il prelievo venatorio, distruggendo le strutture sociali dei branchi, provocherebbe un aumento della prolificità dei cinghiali, poiché "solo le femmine dominanti si riproducono" e la loro eliminazione libererebbe le subordinate dal controllo "matriarcale". È un'affermazione suggestiva, ma scientificamente superata.
La teoria della "matriarca", infatti, non trova più riscontro nella ricerca contemporanea. Numerosi studi recenti hanno dimostrato che la struttura sociale del
Sus scrofa è sì articolata in gruppi femminili, ma non rigidamente matriarcali. Le cosiddette "sounder", composte da femmine imparentate e giovani, cooperano nella difesa e nell'allevamento, ma non esiste un vero monopolio riproduttivo da parte di una singola femmina dominante.
Iacolina et al. (2009) hanno analizzato popolazioni italiane intensamente cacciate e dimostrato che la correlazione tra parentela e appartenenza al gruppo è bassa, e che la riproduzione non è limitata alla sola femmina anziana. Analogamente, Podgórski et al. (2014) hanno documentato in Polonia strutture sociali femminili basate su legami di parentela, senza evidenze di controllo riproduttivo da parte di una "matriarca". In altre parole, la gerarchia sociale non regola la fertilità soprattutto quando il cibo è abbondante: le dinamiche riproduttive del cinghiale dipendono da fattori fisiologici, non da presunti meccanismi di dominanza.
È principalmente la condizione corporea, non la "matriarca", a determinare la fertilità. Oggi la letteratura scientifica concorda nell'identificare il peso soglia della scrofa come il fattore cruciale per l'avvio della riproduzione. Apollonio et al. (2009) hanno individuato una soglia compresa fra 27 e 33 kg come limite minimo per l'ovulazione e la gestazione. Studi successivi (e.g. Bieber & Ruf 2005; Gethöffer et al. 2007; Servanty et al. 2009) confermano che la fertilità è strettamente legata alla condizione corporea e alla disponibilità trofica stagionale. Ciò implica che, in un ambiente dove l'offerta alimentare aumenta, come accade oggi in molte aree mediterranee, anche per la riduzione dei maiali bradi che competono per le stesse risorse, le femmine raggiungono più facilmente la soglia di peso e quindi anticipano la riproduzione o aumentano la dimensione della figliata. Non è quindi la rottura del "clan matriarcale" a far crescere la popolazione, bensì la maggiore disponibilità di risorse energetiche, conseguenza di cambiamenti ambientali e agricoli.
Il cosiddetto "effetto paradosso" della caccia va contestualizzato; è in parte vero che, in alcune circostanze, un abbattimento eccessivamente selettivo o non programmato può provocare un fenomeno di riproduzione compensatoria: meno individui, più risorse, condizione corporea migliore, più nati. Ma questo non significa affatto che la caccia aumenti i cinghiali: significa che la gestione inefficiente e scoordinata può ridurne solo temporaneamente la densità.
Ricordiamo che la caccia, e la caccia in braccata, aveva portato la specie sulla soglia dell'estinzione all'inizio del ‘900 nel nostro paese, segno tangibile che ci sono altre variabili a giocare un ruolo cruciale (Milana 2023). Quando la gestione è pianificata agendo sulla struttura per età, sul contenimento delle fonti trofiche e sulla regolazione del prelievo, il prelievo venatorio è uno strumento efficace di controllo demografico, come dimostrato in numerosi contesti europei (Bieber & Ruf 2005; Massei et al. 2015). A questo va sicuramente aggiunto che i numeri delle braccate sono sicuramente maggiori e che proprio nel contesto sardo abbiamo giocato un ruolo centrale nella gestione della PSA.
L'articolo in questione menziona poi l'ibridazione con i maiali domestici come fenomeno recente e causa della perdita di "timore dell'uomo". In realtà, il cosiddetto cinghiale sardo (
Sus scrofa
meridionali
s
) rappresenta una popolazione di origine in parte domestica, rinselvatichita da secoli e successivamente differenziatasi in isolamento insulare (Fabbri et al. 2023). Parlare di ibridazione recente è dunque improprio: si tratta di un ceppo endemico, già introgressato, che conserva tratti morfologici e comportamentali derivati dall'antico
Sus domest
icus
mediterraneo. In Italia la distinzione tra ceppi autoctoni, introgressi o rinselvatichiti è tutt'altro che ovvia e merita valutazione scientifica (cfr. Milana 2023). Ne consegue che, dal punto di vista biologico, l'argomento dell'ibridazione recente come causa della proliferazione è debole. La vera differenza la fa ancora una volta l'abbondanza trofica: discariche, colture, pascoli abbandonati, mancanza di competitori naturali.
L'espansione incontrollata del cinghiale non è solo un problema agricolo o viabilistico, ma una minaccia diretta alla biodiversità sarda. L'isola ospita un patrimonio faunistico e floristico di straordinaria unicità che subisce la pressione crescente di un onnivoro opportunista. Lo studio di Amori et al. 2016 ha documentato come la presenza di cinghiali influisca negativamente sulla composizione e sull'abbondanza delle comunità di micromammiferi, con alterazioni significative degli equilibri ecologici locali.
I cinghiali, attraverso il grufolamento e la predazione opportunistica, modificano la struttura del suolo, riducono le tane e la copertura vegetale, e determinano una perdita di diversità funzionale negli ecosistemi mediterranei insulari. Questo dato scientifico, purtroppo, è raramente ricordato nel dibattito pubblico, dove la discussione resta confinata ai danni agricoli o agli incidenti stradali. Eppure, la vera posta in gioco è la conservazione della fauna endemica sarda, un bene ecologico e culturale di valore inestimabile.
Attribuire la crescita demografica del cinghiale esclusivamente alla caccia è una semplificazione non scientifica, non troviamo nel testo una sola citazione di un lavoro su rivista peer review. Il problema reale risiede nella gestione disomogenea, nell'assenza di strategie di controllo integrato e nella modifica del paesaggio rurale, che oggi fornisce ai suidi selvatici un buffet permanente.
Laddove la caccia è pianificata secondo criteri ecologici e supportata dal monitoraggio (peso, età, fecondità, biomassa trofica), si ottengono popolazioni più stabili e danni ridotti. Come ricorda Servanty et al. (2009), la regolazione efficace del cinghiale dipende dalla combinazione di prelievo selettivo, controllo delle fonti trofiche e gestione territoriale coordinata.
La biologia del cinghiale non risponde a logiche sociali semplicistiche, ma a leggi energetiche e demografiche. Non è la "matriarca" a regolare le nascite, bensì il peso corporeo che riflette l'equilibrio fra disponibilità di risorse e densità di popolazione.
Il resto: miti, moralismi o nostalgie etologiche appartiene al passato o a un futuro improbabile. Il cinghiale è giunto in Sardegna con l'uomo sotto forma di maiale nei primi stadi di domesticazione. Se ne discute da 150 anni ed è curioso che un medico esperto non lo sappia.
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