La vera distanza dalla natura, dunque, non si misura soltanto in chilometri: nasce quando il territorio cessa di essere esperienza e diventa rappresentazione
La vera distanza dalla natura, dunque, non si misura soltanto in chilometri: nasce quando il territorio cessa di essere esperienza e diventa rappresentazione - Immagine generata con IA per Hunting Log – ©️ Moonshot Media Srl SB
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Caccia e urbanizzazione: quanto conta la distanza dalla natura?

Non è la modernizzazione a cancellare la cultura venatoria. A fare la differenza sembra essere la distanza culturale dalla natura, dalla fauna e dalla gestione concreta del territorio

Non soltanto il numero dei cacciatori, dunque, ma il luogo in cui vivono. Quanto è urbanizzata una società? Quanta parte della popolazione mantiene un rapporto quotidiano con campagne, boschi, pascoli e ambienti naturali? E, soprattutto, esiste una relazione fra questo rapporto con il territorio e la percezione della caccia?

La domanda è interessante perché consente di andare oltre una spiegazione assai diffusa, secondo la quale la persistenza della caccia sarebbe semplicemente il risultato di un "retaggio culturale" destinato inevitabilmente a scomparire con la modernizzazione. La realtà europea sembra essere più complessa.

La Sardegna: quando il territorio conserva una cultura

Partiamo dalla Sardegna, nell'isola vivono circa 31.000 cacciatori residenti, una quota che corrisponde a poco più del 2% della popolazione, all'incirca un cacciatore ogni cinquanta abitanti, una proporzione sensibilmente superiore alla media italiana. In Italia i cacciatori rappresentano poco più dell'1% della popolazione.
Ma il dato diventa ancora più interessante se lo si mette in relazione con la struttura insediativa dell'isola. Secondo i dati ISTAT utilizzati nel precedente confronto, in Sardegna soltanto il 17,1% della popolazione vive in aree densamente popolate, contro il 35,2% della media italiana. Il 32,9% dei sardi vive invece in aree rurali, quasi il doppio della media nazionale, pari al 16,9%. Anche la popolazione residente nelle aree interne raggiunge il 36,4%, contro il 22,6% dell'Italia.

Sono numeri che non dimostrano, naturalmente, che la ruralità "produca" la caccia ma suggeriscono qualcosa. Dove il territorio continua a essere vissuto quotidianamente, dove il rapporto con l'ambiente agro-pastorale non è soltanto quello del fine settimana e dove la fauna selvatica è una presenza concreta, è plausibile che anche una cultura venatoria profondamente radicata abbia maggiori possibilità di conservarsi. Non perché il cacciatore sia necessariamente "più rurale", ma perché la caccia continua a essere inserita dentro un sistema culturale e territoriale ancora vivo.

Qual è la situazione all'estero?

Il confronto europeo rende il quadro ancora più interessante. In Corsica le stime citate nel confronto precedente collocano i cacciatori intorno a 15-17 mila persone su circa 359 mila abitanti, siamo quindi nell'ordine del 4-5% della popolazione.

In Scandinavia troviamo percentuali altrettanto significative. In Norvegia, nel 2025/26, 184.747 persone hanno pagato la tassa/licenza venatoria, requisito necessario per poter cacciare; rapportate a una popolazione di circa 5,6 milioni di abitanti, sono poco più del 3%. Il registro ufficiale comprende invece 558.527 persone abilitate, una categoria che non coincide con i cacciatori effettivamente attivi. In Finlandia la quota dei cacciatori effettivamente attivi è anch'essa nell'ordine di alcuni punti percentuali della popolazione. E anche la Svezia si colloca storicamente su livelli analoghi.

Insomma, dalle isole mediterranee alle società nordiche emerge una costante: la caccia continua a essere una pratica socialmente significativa proprio in Paesi nei quali il rapporto con il territorio e con la natura conserva un'importanza culturale molto forte. Ma attenzione, qui arriva il caso che impedisce di costruire una teoria troppo semplice.

L'eccezione danese

La Danimarca è un Paese densamente popolato e fortemente urbanizzato. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2024 l'88,7% della popolazione danese viveva in aree urbane. Eppure la caccia non è affatto marginale, infattii cacciatori attivi rappresentano circa il 3% della popolazione, una quota nettamente superiore a quella italiana e persino superiore a quella della Sardegna.

Le statistiche ufficiali danesi contavano nel 2024 220.943 persone abilitate a ottenere la licenza di caccia. Il numero di persone che effettivamente riscattano il titolo è naturalmente inferiore, perché essere abilitati non significa necessariamente cacciare ogni anno. La proporzione dei cacciatori danesi è quindi sorprendentemente elevata per una società tanto urbanizzata. Ed è proprio questo il punto più interessante. Se la ruralità fosse sufficiente a spiegare la persistenza della cultura venatoria, la Danimarca sarebbe difficile da interpretare. Quasi nove danesi su dieci vivono in aree urbane e, nonostante questo, la caccia mantiene una presenza sociale tutt'altro che trascurabile.

La città cambia la percezione della caccia

Il caso danese, tuttavia, non cancella completamente il rapporto fra urbanizzazione e percezione della caccia. Lo rende semplicemente più interessante. Uno studio scientifico condotto sulla popolazione danese ha rilevato che il 43% degli intervistati aveva un atteggiamento positivo nei confronti della caccia, il 31% era neutrale e il 26% negativo. Ma soprattutto ha evidenziato una differenza significativa legata al luogo di residenza: i residenti nelle aree rurali mostravano atteggiamenti più favorevoli rispetto ai residenti urbani.

Dunque, l'urbanizzazione non sembra necessariamente cancellare la cultura venatoria, però può modificare il modo in cui la caccia viene percepita. Questa è una distinzione fondamentale, una cosa è praticare la caccia, un'altra è considerarla una componente normale e legittima del rapporto fra uomo, fauna e territorio. Il vero confronto, forse, è culturale.

Il confronto è culturale

A questo punto possiamo provare a mettere insieme i pezzi e trarre le conclusioni. Sardegna, Corsica, Finlandia, Svezia e Norvegia sembrano suggerire che dove il rapporto con gli ambienti naturali e rurali è più diretto, la cultura venatoria trova condizioni favorevoli alla propria conservazione. La Danimarca dimostra però che questa non è una regola meccanica. Una società può essere altamente urbanizzata e continuare a mantenere una presenza venatoria consistente. Perché?

Probabilmente perché la cultura del territorio non coincide necessariamente con il luogo in cui si abita. Una persona può vivere a Copenhagen e avere una rappresentazione della natura, della fauna e della caccia profondamente diversa da quella di chi vive in una metropoli nella quale la fauna selvatica viene incontrata quasi esclusivamente attraverso uno schermo. La distanza geografica dalla campagna e la distanza culturale dalla natura sono due cose diverse. Ed è probabilmente quest'ultima a essere più importante.

La caccia non è soltanto una statistica. Questo aiuta anche a comprendere un equivoco ricorrente nel dibattito italiano: quando una società si urbanizza, diminuisce il numero delle persone che hanno un rapporto quotidiano con il mondo rurale. Cambiano le professioni, gli stili di vita, le occasioni di incontro con la fauna. E cambia inevitabilmente anche il modo di percepire gli animali selvatici.
Un cinghiale incontrato durante una giornata trascorsa nei boschi è una cosa, un cinghiale conosciuto attraverso un video sui social network è un'altra. Un animale che interagisce quotidianamente con agricoltura, allevamento e territorio è una cosa. Un animale trasformato esclusivamente in simbolo, immagine o categoria morale è un'altra.

Il rapporto diretto con l'ambiente naturale

Questo non significa che il cittadino urbano sia necessariamente contrario alla caccia. Significa piuttosto che il rapporto diretto con il territorio costituisce una delle variabili che possono contribuire a formare il modo in cui la fauna e la sua gestione vengono percepite. La ricerca danese, del resto, va proprio in questa direzione: l'urbanizzazione risultava associata comunque, anche in quel contesto, ad una maggiore negatività nei confronti della caccia. E allora?

I numeri non autorizzano a dire che la ruralità produce la caccia, sarebbe una conclusione troppo forte, ma ci autorizzano certamente a porre una domanda diversa: quanto della percezione contemporanea della caccia dipende dal progressivo allontanamento della popolazione dal territorio nel quale la caccia viene praticata?

L'allontanamento dal territorio

La Sardegna rappresenta un caso nel quale ruralità, aree interne e forte presenza venatoria convivono. La Scandinavia mostra società moderne, ricche e tecnologicamente avanzate nelle quali la caccia continua a essere una pratica socialmente importante. La Danimarca ci offre invece il controesempio più interessante ossia una società fortemente urbanizzata nella quale la cultura venatoria non è affatto scomparsa. E forse proprio la Danimarca ci consegna la chiave per leggere tutti gli altri casi. La caccia non sopravvive semplicemente perché esistono campagne, sopravvive quando una società continua a riconoscere un significato al rapporto fra uomo, territorio, fauna e gestione della natura.

La modernizzazione può trasformare il paesaggio, può spostare milioni di persone dalle campagne alle città, può modificare professioni, abitudini e stili di vita. Ma non determina automaticamente la cancellazione di una cultura. Il territorio può urbanizzarsi molto più rapidamente di quanto si urbanizzi la cultura. E forse, quando discutiamo della percezione della caccia nelle società contemporanee, dovremmo smettere di chiederci soltanto quanti cacciatori ci sono. Dovremmo cominciare a chiederci anche quanto è ancora vicino alla natura il Paese nel quale quei cacciatori vivono.


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