Cane in ferma tra le vigne. La caccia è una potenziale soluzione alle contraddizioni del vivere contemporaneo
Cane in ferma tra le vigne. La caccia è una potenziale soluzione alle contraddizioni del vivere contemporaneo - © Felice Modica
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di Diana & Wilde

Civiltà agricola e ritorno alla natura: il ruolo della caccia

Se l'agricoltura ha segnato la conquista della natura, caccia e gestione del territorio possono diventare gli strumenti per ristabilire un equilibrio necessario alla sopravvivenza futura

di Felice Modica

Tutto nasce con l'agricoltura. In principio eravamo – i primi uomini, intendo – piccole comunità nomadi dedite alla caccia e alla raccolta dei frutti spontanei. Con l'agricoltura nascono il villaggio, la casa stabile, la città, la civiltà coi vantaggi che conosciamo, pur se disegualmente distribuiti nelle varie aree del mondo. Adesso, noi discendenti di agricoltori civilizzati, mitizziamo la natura del Mulino bianco, pagando fior di denaro per trascorrere weekend agresti, cosa molto diversa dal passare tutta una vita esposti agli elementi, senza gadget tecnologici e abiti di Gore-tex, anzi, seminudi e affamati…

Oggi si vive fino ad 80 anni e anche più, almeno nei Paesi avanzati. Tutto questo grazie all'agricoltura, che è stata vista per secoli come la soluzione ai problemi dell'uomo, trascurando che il suo esasperato sviluppo avrebbe finito col causare il problema per antonomasia: l'esplosione demografica incontrollata.

Dalla nascita dell'agricoltura alla selezione genetica dei cereali

Quando si cominciò con gli esperimenti di selezione genetica dei cereali – siamo nell'agricoltura neolitica – c'erano 5 milioni di abitanti in tutto il pianeta. Adesso siamo 7 miliardi e mezzo e, nel 2050, saremo quasi 10 miliardi, secondo la stima ufficiale della FAO. Sono passati 10mila anni dai campi di Gerico, da quando, in Medio Oriente, nella cosiddetta Mezzaluna fertile, nasceva l'agricoltura, ma continuiamo a pensarla come il primo agricoltore che scoprì il miglioramento genetico delle piante coltivate e si convinse che fosse tecnicamente possibile produrre sempre più cibo, condannandoci alla crescita continua. La quale passa sempre attraverso deforestazione e distruzione di habitat, quindi erosione, alterazione del suolo con perdita di fertilità, salinizzazione, sfruttamento eccessivo dell'acqua, crescita di popolazione, reddito e consumi.

È in genere il momento in cui caccia e pesca, da fonti di sussistenza che erano in origine, diventano problema o compiono un salto di qualità e si trasformano in elemento di gestione dell'ambiente. Spesso, a peggiorare le cose, ci si mette pure l'introduzione di specie alloctone. Inoltre, come scrive Jared Diamond (Guns, germs and steel Vintage, 2005), un ruolo peggiorativo non trascurabile è svolto dal cambiamento climatico, dall'accumulo di sostanze chimiche tossiche nell'ambiente, dal consumo insostenibile di energia. Il nostro sistema di vita ha teorizzato una crescita infinita, in termini di misurazione fisica, impossibile.

La crescita infinita, un'anomalia

La crescita, così come oggi la si intende, è un'anomalia temporanea, destinata a finire presto. Non amo i quaresimalisti ma, se si guarda al passato, sappiamo che è già successo: comunità agricole localizzate (per esempio le civiltà precolombiane) non sono sopravvissute al loro modello di produzione di cibo. Il saggio di Mauro Balboni, Il pianeta mangiato. La guerra dell'agricoltura contro la terra (Dissensi, 2017) ne parla diffusamente. In questa sede, però, ci preme sfatare il mito "dell'agricoltura naturale". L'agricoltura è la più innaturale fra le attività umane, poiché mira al controllo della natura. Aspira a piegare la natura alle necessità dell'uomo. Allontana dalla natura: è l'atto fondante della società umana con cui l'uomo muove alla conquista della terra.

Pensate a cosa succede quando si lascia un terreno incolto. Prima si riempie di erbacce, poi di arbusti e di cespugli che, col tempo, diventeranno alberi: è la "giungla sartriana" quiescente anche in un vasetto di terracotta, pronta a rinascere non appena l'uomo si faccia da parte. L'unico modello che ne consente la sopravvivenza è la Wilderness che, per trovare il suo equilibrio, necessita di spazi molto estesi. Possiamo, dobbiamo, limitare le monoculture, favorendo la biodiversità, privilegiare gli allevamenti estensivi, mangiare di meno, mangiare meglio. Approvare leggi che incentivino realmente un uso razionale del suolo. Magari togliendo finanziamenti a chi ne fa un uso di rapina. La selvaggina è povera di colesterolo; a volte, per cattiva gestione, è diventata un problema. Facciamola diventare un elemento che contribuisca alla soluzione…

Articolo concesso da Diana & Wilde / Edizioni Lucibello

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