
di Matteo Brogi
Conservazionismo, ambientalismo, ecologismo: cerchiamo di capirci
Non è l'uomo il problema, ma il modo in cui agisce
Nel dibattito sull'ambiente (e sulla caccia) si usano spesso le stesse parole per indicare cose diverse. "Ambientalismo", "ecologia", "sostenibilità" sono termini familiari ma sempre più ambigui perché destinati a includere approcci molto differenti della conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica. Per questo è necessario fare chiarezza. Non per una questione meramente lessicale, ma per capire e capirci meglio quando parliamo di natura e, soprattutto, del tipo di rapporto vogliamo avere con essa.
Facciamo allora un passo avanti e parliamo di conservazionismo, un termine di origine anglosassone (conservationism), poco utilizzato nel dibattito italiano, che meglio di tutti gli altri potrebbe definire il nostro rapporto con l'ambiente.
Cos'è il conservazionismo
Il conservazionismo è un approccio alla natura che ne promuove l'uso sostenibile, regolato e consapevole, con l'obiettivo di garantire che le risorse naturali restino disponibili nel tempo. Non si basa sull'idea di lasciare la natura intatta escludendo l'uomo (in questi casi gli americani utilizzano il termine preservationism, e di questo approccio fu teorico J. Muir), ma sul suo contrario: nel riconoscere che l'uomo è parte degli ecosistemi e non può sottrarsi alla responsabilità della loro gestione, che include anche forme di uso regolato. In altre parole, l'obiettivo è quello di conservare attraverso un uso consapevole e sostenibile delle risorse naturali.
Questo approccio implica tre condizioni fondamentali: conoscenza (scientifica e pratica), limiti definiti e responsabilità verso le generazioni future. Franco Perco parlava di scienza, conoscenza e coscienza.
Un linguaggio concreto, non un'idea astratta
Il conservazionismo non è una teoria recente ma nasce in forma strutturata negli Stati Uniti tra XIX e XX secolo, con figure come Gifford Pinchot, che parlava di "massimo bene per il maggior numero, nel lungo periodo", e il presidente repubblicano Theodore Roosevelt, che trasformò questi principi in politiche pubbliche, istituendo parchi e regolando l'uso delle risorse. Con Aldo Leopold, il conservazionismo compie un passo ulteriore: l'uomo non è solo gestore, ma membro di una comunità biotica, e quindi portatore di una responsabilità anche etica.
Questa visione non è solo americana; infatti in Europa - specialmente nell'Europa centrale - esiste da secoli come pratica nella gestione dei boschi, nell'agricoltura e nella regolazione della caccia e si è tradotta in pratiche di uso consapevole delle risorse (ricordiamo che anche la selvaggina, se gestita correttamente, è una risorsa rinnovabile). Garantendo, al tempo stesso, la conservazione. Secondo questa visione, l'uomo non è un problema per la natura, ma può diventarne il custode, se agisce con responsabilità.
Ambientalismo: un concetto troppo ampio
La confusione nasce quando si parla di ambientalismo, un contenitore che oggi sembra contenere tutto, dagli approcci gestionali tipici del conservazionismo a visioni più astratte o ideologiche. Ricordiamo, per esempio, che sia il WWF sia URCA sono per statuto (e riconoscimento legale) associazioni ambientaliste.
Una parte dell'ambientalismo contemporaneo (astratto) vede l'uomo come fattore di disturbo per l'ambiente e sposa approcci non gestionali ma di esclusione delle risorse dall'uso umano e una preferenza per i divieti rispetto alla gestione. Ambientalismo astratto ed ecologismo ideologico spesso si sovrappongono.
Cosa ben diversa dal conservazionismo, che riconosce l'uomo come parte dell'ecosistema, favorisce l'uso sostenibile delle risorse promuovendo una gestione attiva e ponendo, semmai, l'accento sulla centralità del limite della fruizione delle stesse. In definitiva, proteggere la natura non significa necessariamente sottrarla all'uomo (il suo valore trova nella relazione con l'uomo una delle sue forme più concrete di tutela).
Perché questa distinzione è importante
Senza questa distinzione concettuale, rischiamo di non capirci nemmeno sui presupposti. Da un lato, si finisce per essere accusati di voler difendere l'uso delle risorse senza criteri, confondendo la libertà con l'assenza di limiti. Dall'altro, si corre il rischio di giustificare un'idea di natura da proteggere escludendo ogni intervento umano, ignorando che molti ecosistemi esistono proprio grazie a una gestione continua (anche mediante l'attività venatoria).
Dove si colloca la caccia
All'interno di questo quadro, la caccia può essere riletta e ridefinita come una delle forme possibili di uso regolato delle risorse naturali, inserita in un sistema di gestione più ampio, a patto che sia praticata entro limiti definiti, su basi scientifiche e con piena assunzione di responsabilità. In questo senso, la caccia è un esempio concreto di approccio conservazionista.
In Italia il termine "conservazionismo" è poco usato. Eppure, descrive con precisione un modo di pensare l'ambiente che esiste già nella pratica, ma raramente viene nominato se non – per esempio – dagli amici dell'Associazione italiana per la Wilderness. Portarlo nel dibattito pubblico significa costruire un linguaggio più preciso per parlare di ambiente, gestione e responsabilità. Da questo dipende la qualità del nostro rapporto con l'ambiente, quindi anche il suo futuro.
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