
di Diana & Wilde
Convivenza con il lupo: la non-coesistenza è l'unica via possibile
Dai pascoli alpini alle politiche europee, l'espansione del lupo svela contraddizioni, interessi e illusioni. La gestione non può essere ideologica: senza decisioni rapide e territoriali, il conflitto è destinato ad aggravarsi
di Piervittorio Stefanone e Massimo Camus
Domenica 25 agosto 2024 è uscito nelle sale cinematografiche il film-documentario Pericolosamente vicini del regista tedesco Andreas Pichler, ambientato in quel Trentino dove, con l'aumento del numero degli orsi, sono aumentate anche le tensioni, le paure e la rabbia per una tragedia che poteva essere evitata: la morte di Andrea Papi, il runner sbranato da un'orsa.
Giovedì 3 luglio 2025: un motociclista italiano è sbranato da un'orsa cui aveva scattato foto a distanza ravvicinata in Romania. Ancora una volta i rapporti problematici tra grandi carnivori e uomo balzano alla ribalta nella loro drammaticità mettendo a nudo l'indecisione della politica, la mancanza di capacità gestionali, la scarsa conoscenza e la comunicazione sovente… deviata.
Due forme di pensiero radicate e divisive
La coesistenza tra grandi carnivori e uomo, come sempre accade parlando di animali selvatici, ha dato origine a due forme di pensiero entrambe fortemente radicate e divisive. Da una parte, coloro che propendono per il protezionismo assoluto, non rivolto però alla conservazione della specie in senso lato, ma alla salvaguardia di ogni soggetto indipendentemente dalla propria indole e dal proprio comportamento, pronti a estenuanti battaglie legali ma senza proporre soluzioni alternative accettabili e/o praticabili. Dall'altra, si schierano coloro che invocano una totale eradicazione dei predatori, puntando il dito contro l'ideologia urbana che vive nell'utopia della natura incontaminata e del delirio animalista.
Il baratro che divide questi due schieramenti dovrebbe essere colmato da una conoscenza scientifica seria, da una informazione scrupolosa e da una comunicazione trasparente, che possa rappresentare una situazione reale e non opinioni soggettive o, ancor peggio, manipolate. È ovvio che non siano linee guida valide quelle dettate da chi ritiene di possedere il verbo sull'argomento e che elargisce a piene mani perle di aria fritta up to down, rigurgitanti di parole come ignoranza e pregiudizi e, di contro, da chi esterna manifestazioni di vittimismo per una montagna perennemente costretta alla difensiva, sfruttata e abbandonata a se stessa.
Da un lato coloro che si adagiano sulle loro conoscenze settoriali, lontani anni luce dalla più ampia realtà, e dall'altro quelli che considerano il "montanaro vero" semplicemente un baluardo contro il lupo o l'orso che avanza, scordando che chi vive in montagna non sta sempre e solo in trincea ma lavora, produce cultura, economia, biodiversità.
Un baratro ideologico che produce paralisi
Quale potrebbe essere la via da intraprendere per iniziare a colmare questo baratro ideologico che ha portato da decenni alla paralisi della gestione consapevole dei grandi predatori? Per prima cosa bisognerebbe evitare ogni forma di comunicazione mirata a essere ritenuta l'unica fonte d'informazione sull'argomento, a uso e consumo dei frequentatori della montagna mordi e fuggi, luogo di ritrovati momenti di wilderness, favorendo invece una ricerca autonoma, più laica e più critica, sicuramente sarebbe già un buon risultato. Il passo successivo sarebbe quello di considerare con lucidità scevra da fanatismi la problematica della convivenza. Proviamo a parlarne, facendo riferimento soprattutto alla specie lupo in considerazione del suo ritorno sulle Alpi e della sua espansione anche in territori pianeggianti.

Si può dire che la conservazione del lupo sia legata alle azioni messe in atto per mitigare i contrasti venutisi a creare tra la popolazione delle aree montane (ma non solo) e il predatore stesso. Le trasformazioni del territorio montano avvenute negli ultimi cinquant'anni come, per esempio, l'abbandono dei terreni coltivati e il conseguente aumento demografico delle specie di ungulati selvatici, ha fatto sì che il lupo abbia trovato una fonte di sussistenza eccezionale e un momento più che propizio per riconquistare i territori perduti, senza apparire in maniera evidente agli occhi dell'uomo. Si è trattato di una specie di… invasione silente.
Garantire la coesistenza di interessi diversi
L'abbondanza di ungulati selvatici è inversamente proporzionale ai danni causati dal lupo alle greggi; tuttavia, bisogna comprendere che anche in un solo attacco a un gregge si può verificare la predazione di un numero considerevole di capi. È questa una condizione particolare, chiamata dagli esperti surplus killing, che si verifica quanto la preda non è preparata a far fronte all'arrivo del nuovo predatore ed è bloccata dalla paura o da un ostacolo. Così che il lupo, eccitato, continua la caccia. Si pone quindi la necessità di garantire la coesistenza d'interessi diversi: da una parte tutelare il lupo e dall'altra l'attività antropica, considerando che sulle Alpi la presenza del lupo, satura all'ovest (Piemonte e Valle d'Aosta) è in espansione verso est.
Certamente il conflitto tra l'allevatore e il lupo è una delle più tangibili minacce alla conservazione del predatore in quanto coinvolge sia la sfera economica sia quella emotiva. È evidente, infatti, che l'allevatore è costretto a sostenere nuovi e incisivi costi per la protezione dei propri animali in un settore incontestabilmente già in crisi a causa del costo d'affitto dei pascoli, della scarsità di manodopera qualificata a cui si aggiungono le difficoltà di mettere in atto misure di prevenzione in modo corretto, il controllo costante delle greggi che determina un sovraccarico di lavoro, la tipologia del pascolo (se in zone boscate o cespugliate il pericolo di predazione è più evidente), i costi per lo smaltimento della carcassa degli animali predati. Tuttavia, anche da parte dell'allevatore vi sono dei black holes che non si possono ignorare se si vuol dare a questa problematica una corretta visione d'insieme.
Il tema pascoli
Gli appetibili contributi elargiti dalla PAC (Politica Agricola Comunitaria) hanno creato una speculazione su quelli che si possono definire come pascoli alti. Infatti, nelle aste pubbliche questi terreni vengono aggiudicati al miglior offerente, così che i proprietari delle grandi aziende agricole di pianura hanno maggiore facilità di acquisizione rispetto al piccolo allevatore di montagna, ottenendo le agevolazioni europee.
La riforma della PAC del 2003 ha introdotto il disaccoppiamento dei contributi destinati all'agricoltura che vengono distribuiti in base ai titoli (ad esempio curriculum allevatore, monticazione di razze locali a rischio estinzione, iscrizione degli animali monticati ai libri genealogici, durata monticazione, condizioni igienico sanitarie, manutenzione e miglioramento del pascolo, esperienza specifica di gestione, essere coltivatori diretti e quant'altro) e non alla produzione, come sostegno al reddito. Ciò per evitare problemi di dumping cioè il verificarsi di situazioni di concorrenza sleale di agricoltori di Paesi non UE. Chiariamo meglio: dumping deriva dal verbo inglese to dump che significa scaricare. Dumping è una strategia commerciale che consiste nel fissare prezzi diversi a consumatori diversi.
Questo prezzo ridotto e artificioso è dovuto, in genere, all'elargizione di sussidi statali a favore delle imprese da parte del Paese d'origine. Il tentativo da parte della PAC di contrastare fenomeni di dumping ha creato in Italia, Paese di furbetti, delle interpretazioni, delle distorsioni, che hanno portato ad una mancanza di chiarezza al limite della legalità. Dato che, come detto in precedenza, questi contributi PAC vengono elargiti per titoli, si nota una certa disparità tra i calcoli di questi titoli relativi agli allevatori di pianura rispetto a quelli di montagna.
Le distorsioni del modello prevalente
Le notevoli risorse finanziarie messe in atto con la programmazione comunitaria, insieme alla necessità delle aziende zootecniche di pianura di disporre di ampie aree agricole in relazione alla Direttiva Nitrati, hanno impresso una forte corsa all'acquisto di pascoli alpini, senza preoccuparsi minimamente della loro conservazione se non proprio del loro miglioramento. Inoltre, i grandi allevamenti intensivi necessitano di ampi spazi territoriali per poter dimostrare di non superare (sulla carta) i limiti stabiliti dalla Direttiva Nitrati per lo spargimento dei liquami.
I pascoli comunali, poi, meritano un discorso a sé. Infatti, i Comuni montani, da sempre in difficoltà a causa dello spopolamento della montagna, si sono trovati improvvisamente di fronte a offerte di affitto assai redditizie da parte di allevatori di pianura, alle quali sovente non hanno potuto resistere. Per dirla come Marlon Brando nel film Il Padrino, un'offerta che non si può rifiutare… una truffa a norma di legge. Un flusso di denaro pronta cassa, anche se non particolarmente limpido ma che, comunque, alletta gli amministratori di piccoli Comuni con bilanci alla canna del gas.
Su questi pascoli alti si può evidenziare un affollamento di bestiame ovi-caprino, sovente mal gestito da personale salariato a cui poco importa la sicurezza degli animali che vengono lasciati a sé, dato che la loro gestione non è facile sia per il numero di animali sia per l'asperità del territorio, sicuramente una situazione più che favorevole per un branco di lupi affamati in caccia!
Utopica convivenza
Tutte queste problematiche rivelano quanto sia utopico prospettare una convivenza tra il predatore e il bestiame domestico all'alpeggio; inoltre, portano inesorabilmente alla constatazione che è quasi impossibile trovare zone di montagna in cui lupi e bestiame domestico non vengano a contatto. Quindi la domanda è: c'è veramente un modo che permetta la convivenza tra l'uomo e il lupo senza disturbarsi a vicenda?
A questo riguardo, in un articolo comparso in Frontiers Conservation Science, viene riportato uno studio condotto in Spagna nel 2020 la cui conclusione evidenzia l'impossibilità di una risposta univoca al problema, ma l'obbligo di adottare strategie specifiche diverse per ogni area interessata. Quindi le soluzioni vanno ricercate a livello locale, confrontandosi con le singole comunità, in quanto le risposte generalistiche non sono altrettanto efficaci. Occorre un serio studio di fattibilità, tenendo conto che le risposte variano parecchio a seconda di quanto la popolazione conosca il predatore.
Progetti per la migliore convivenza
In Italia il declassamento dello status di protezione del lupo ha originato la nascita di nuovi progetti LIFE UE che, abbandonando gli obiettivi della conservazione giunti ad essere abbondantemente superati, si sono riciclati in progetti di miglioramento della coesistenza tra uomo e lupo. Alcuni di questi progetti hanno precorso i tempi essendo stati posti in atto tra il 2019 e il 2024 come quello dal titolo Azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina, con un budget totale di circa 11 milioni di euro, di cui un contributo finanziario UE di 7 milioni di euro.
Le linee di intervento del progetto erano molteplici e variegate: dal supporto alla prevenzione degli attacchi del lupo al controllo dell'ibridazione, dalla comunicazione scientifica equilibrata con verifica sistematica dei fatti al coinvolgimento dei portatori di interesse nella ricerca e implementazione di soluzioni condivise, dalla valutazione dell'impatto del lupo sulle prede selvatiche in collaborazione con il mondo venatorio all'antibracconaggio. Bellissime finalità, alcune delle quali in attesa di implementazione, altre piuttosto evanescenti o indirizzate verso aree ove il confronto si rivelava piuttosto scontato in quanto privo di contradditorio.
È evidente che la tendenza della popolazione lupina in Europa sia in crescita nonché in espansione territoriale, tuttavia i sostenitori di questi progetti ritengono che tale trend non sia ancora garantito nel tempo proprio a causa del conflitto con le attività antropiche. Pare inoltre che per il Large Carnivore Initiative for Europe questo declassamento non sia stato supportato da "solide basi scientifiche" permettendo una gestione frettolosa e frammentata.
Non si considera la rimozione
Sembrano contestazioni pretestuose e mirate essenzialmente a continuare a gestire (si fa per dire) il problema lupo in maniera centralizzata, standardizzando criteri e procedure, disconoscendo il fatto che ogni Regione ha problematiche diverse quali l'incidenza dell'allevamento, la natura del territorio (montagna), il turismo eccetera. In ciascuna di esse, poi, l'incremento del numero dei lupi è diverso, specie in termini di sostenibilità. Ci si prefigge la prevenzione dei danni e lo studio di metodi indirizzati a migliorare la convivenza tra le attività antropiche e la presenza del carnivoro senza considerarne la rimozione attiva. Basterebbe dare un'occhiata al Piano lupo francese per non scervellarsi troppo e realizzare allo stesso tempo che la presenza di un numero elevato di lupi, in crescita, non può prescindere da una coordinata ed attenta rimozione.
WolfAlps EU afferma che la convivenza uomo-lupo è possibile ma che, tuttavia, i sistemi di prevenzione testati sulle Alpi, seppur in parte in grado di ridurre l'impatto, hanno costi piuttosto elevati: occorrono incentivi, forme d'accompagnamento per eventuali cambiamenti da effettuare in ambienti rurali a volte poco disponibili. Alla fine della fiera… servono soldi! A qualcuno potrebbe sembrare un atteggiamento ipocrita destinato a non portare a nulla, ma appare necessario che, quando si manifestano delle criticità, bisogna definire chiaramente il problema e agire velocemente, evitando stravaganze operative o l'eventualità che si inneschino meccanismi burocratici tali da provocare sfiducia nello Stato e il ricorso al fai-da-te (bracconaggio).
Tutelare l'animalità
Sarebbe auspicabile giungere a una comunione d'intenti, combattere l'ibridazione lupo-cane e tutelare l'animalità, cioè quel complesso di qualità specifiche della vita animale con le proprie logiche e regole, comprendendo, una volta per tutte, che i lupi non devono intravvedere negli insediamenti umani un'opportunità per sfamarsi, il che innesca nel predatore un processo di assuefazione progressiva alla presenza antropica: i lupi confidenti.
Cani da guardiania spesso gestiti malamente, reti elettrificate che devono essere smontate e rimontate a ogni cambio di pascolo, a volte su terreni impervi, dissuasori luminosi e acustici ai quali il lupo si abitua in fretta così che si dimostrano efficaci solo se usati per brevi periodi di tempo, fladry (*) e biofencing (**), pur contribuendo alla protezione del bestiame bovino e ovicaprino, non sono sufficienti a garantire la coesistenza tra uomo e lupo quanto invece la presenza fisica del pastore/allevatore in grado di svolgere un'adeguata opera di deterrenza attiva, regolamentata dalle leggi. Bisogna, in ultima analisi, fare in modo che questi grandi carnivori siano costretti a mantenere la loro naturale diffidenza rispetto all'uomo. Il trucco sta proprio qui: l'unica possibilità di coesistenza sta nel tutelare la non-coesistenza.
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