La natura non è solo paesaggio: è cultura, memoria e presenza umana. Difendere l'ambiente significa custodire anche le comunità che lo abitano e lo hanno disegnato
La natura non è solo paesaggio: è cultura, memoria e presenza umana. Difendere l'ambiente significa custodire anche le comunità che lo abitano e lo hanno disegnato - © Hunting Log
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Difendere la natura significa difendere chi la abita

Un territorio senza persone non è necessariamente più naturale. Molto spesso è soltanto un territorio abbandonato

Esiste una contraddizione nel modo contemporaneo di parlare di ambiente. Da un lato cresce l'attenzione verso la tutela della natura e della biodiversità; dall'altro si fatica a riconoscere il ruolo delle comunità umane che quei territori hanno modellato e mantenuto nel tempo (e il loro diritto a fruirne). Come se la natura potesse essere pensata separatamente da chi la vive.

Eppure, gran parte dei paesaggi europei che oggi consideriamo "naturali" non nasce dall'assenza dell'uomo. Boschi, campagne, pascoli, mosaici agricoli sono il risultato di una relazione lunga secoli tra attività umane e ambiente. Il paesaggio, quindi, non è soltanto un fatto estetico bensì una forma di equilibrio culturale. Dentro un territorio si sedimentano pratiche, conoscenze, ritmi stagionali, economie locali, modi di abitare e utilizzare le risorse.

L'abbandono delle aree rurali e montane degli ultimi decenni mostra chiaramente che, dove scompaiono le attività tradizionali, non emerge automaticamente una natura più ricca. Più spesso si produce una perdita di presidio e di biodiversità. Scompare chi conosce il territorio e, con esso, anche una parte del territorio stesso.

Restare per conservare

In questa prospettiva assume particolare importanza il concetto di restanza, sviluppato dall'antropologo Vittorio Teti nell'omonimo saggio edito da Einaudi (2022). Restare, nella sua riflessione, non significa semplicemente non partire, né opporsi in modo nostalgico al cambiamento. Significa piuttosto scegliere consapevolmente di mantenere un legame con i luoghi, continuando ad abitarli, interpretarli e custodirli. La restanza diventa così una forma di resistenza allo svuotamento dei territori rurali e montani, sempre più esposti al rischio di trasformarsi in paesaggi privi di memoria e vita comunitaria. Chi resta mantiene vive pratiche, conoscenze, economie locali e forme di appartenenza che contribuiscono anche alla continuità ecologica del territorio. In questo senso, la tutela dell'ambiente non riguarda soltanto la conservazione degli ecosistemi, ma anche la possibilità che quei luoghi continuino a essere vissuti e tramandati. Per Teti, infatti, restare non equivale a immobilizzare il passato, ma può diventare un gesto creativo nelle cosiddette aree marginali: un modo per sviluppare nuove forme di comunità economicamente autonome senza spezzare il rapporto con la propria storia e con il proprio paesaggio.

Questo è un aspetto che il dibattito ambientale affronta con difficoltà. Molte discussioni si svolgono su un piano distante dalla realtà dei luoghi, delle economie e delle persone che li abitano. Si ragiona in termini globali, attraverso obiettivi generali e categorie astratte, spesso ideologiche. Si pensi per esempio al controverso tema della convivenza con i grandi predatori. Ma gli ecosistemi non funzionano in astratto.

Il localismo contro l'omologazione

È qui che il conservazionismo incontra il localismo, nell'idea che la tutela dell'ambiente non possa essere separata dai concreti e dalle comunità che li abitano. Difendere la natura – e il paesaggio – significa difendere le economie locali, le pratiche tradizionali e le identità culturali che hanno reso quei luoghi abitabili. Territorio, economia e cultura, in questa prospettiva, non possono essere separati.

Custodire un bosco, una valle o una campagna non significa soltanto proteggere un ecosistema, ma anche mantenere viva la relazione storica tra quel luogo e le persone che lo hanno attraversato, gestito e trasformato nel corso delle generazioni. È una visione che appartiene profondamente anche alla tradizione culturale italiana. Giuseppe Prezzolini, pur lontano dal linguaggio dell'ambientalismo contemporaneo, diffidava degli astrattismi ideologici e riconosceva nelle comunità e nelle tradizioni il centro della vita civile.

Pierpaolo Pasolini, pur partendo da una sensibilità molto diversa, aveva colto un nodo simile. Nei suoi scritti la distruzione del paesaggio italiano coincide spesso con la dissoluzione delle culture che lo hanno modellato nel tempo. La sua critica non riguarda solamente l'urbanizzazione o il consumo di suolo, ma soprattutto l'omologazione culturale prodotta dalla modernità consumistica. Pur non sviluppando un pensiero ambientalista in senso contemporaneo, Pasolini intuiva che un territorio privato delle sue relazioni umane e delle sue identità perde inevitabilmente una parte del proprio significato.

In questa prospettiva, la tutela ambientale non coincide con la costruzione di modelli standardizzati validi ovunque, ma con la capacità di conservare la specificità dei territori. Ogni paesaggio porta con sé una memoria e una cultura propri. E ciò che vale per una metropoli del Nord Europa non necessariamente vale per una valle alpina o un'area rurale dell'Appennino. Il filosofo inglese Roger Scruton ha descritto questo tema attraverso il concetto di oikophilia: l'attaccamento alla propria casa, intesa come luogo vissuto, paesaggio condiviso, comunità. Secondo Scruton, la tutela dell'ambiente nasce più facilmente dal senso di appartenenza che dall'adesione a un'ideologia.

Oikophilia e la tendenza a proteggere ciò che si sente proprio

Quello di Scruton è un punto di vista importante perché sposta il tema ambientale dal piano puramente teorico a quello della responsabilità personale. Chi vive un territorio sviluppa inevitabilmente una relazione più diretta con i suoi equilibri: ne osserva i cambiamenti, ne subisce le fragilità, ne conosce i limiti. Questo non significa che ogni pratica tradizionale sia automaticamente sostenibile, né che il legame con il territorio basti da solo a garantire la conservazione. Significa però riconoscere che esiste una differenza sostanziale tra chi considera la natura un'esperienza occasionale e chi ne dipende quotidianamente.

Anche la caccia, letta da questa prospettiva, assume un significato diverso da quello con cui viene spesso rappresentata. Non semplicemente attività "ricreativa" o forma di prelievo, ma parte di una cultura territoriale che mantiene vivo un rapporto continuo con gli habitat, con la fauna e con le stagioni. Scruton – venuto a mancare nel 2020 a 75 anni – osservava come il cacciatore tradizionale sviluppi un rapporto diretto con la natura. La selvaggina non viene percepita come prodotto anonimo da consumare, come nell'industria, ma come parte di una continuità ecologica e simbolica che dipende dalla qualità del territorio.

Per questo la caccia tradizionale, almeno nella sua dimensione culturale originaria, tende storicamente a conservare gli ambienti da cui essa stessa dipende, perché senza quei luoghi la pratica venatoria stessa verrebbe meno. In questo senso, la conservazione non nasce soltanto da norme o divieti. Nasce anche dalla continuità delle relazioni tra persone e territorio. Si protegge meglio ciò che si conosce, si frequenta e si sente parte della propria storia.

Conservare come atto di responsabilità intergenerazionale

Qui entra in gioco anche la responsabilità intergenerazionale, quel patto tra vivi, morti e non ancora nati che unisce la memoria storica alle generazioni future mediante la continuità culturale. Conservare la natura non significa immobilizzarla, ma trasmettere alle generazioni future un territorio ancora abitabile, riconoscibile e vivo. Significa lasciare non soltanto ecosistemi funzionali, ma anche culture territoriali capaci di continuare a custodirli.

È probabilmente questa una delle questioni ambientali più importanti dei prossimi anni: capire se vogliamo territori semplicemente "protetti" o territori vissuti e abitati. Perché un territorio senza persone non è più autentico ma soltanto un territorio abbandonato.


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