
di Redazione
Fake news e luoghi comuni sul cinghiale e sulla caccia
A Caccia Village 2025, quattro voci fuori dal coro hanno portato l’attenzione sulla problematica gestione del cinghiale
Tra le tante iniziative, Caccia Village 2025 ha fatto anche da palcoscenico a una tavola rotonda inedita, fuori dagli schemi, nella quale quattro relatori hanno mirato a presentare una differente narrazione sul tema cinghiale. Una narrazione che ha mirato, da una parte, a smontare fake news e pregiudizi sulla caccia e sui cacciatori, dall’altra ad accendere l’attenzione sui comportamenti realmente problematici messi in atto dagli stessi. Un’occasione di confronto per affrontare la cosiddetta emergenza cinghiale con realismo e per invitare i cacciatori ad abbandonare una visione miope per contribuire in maniera fattiva alla gestione della specie.

Spartaco Gippoliti, l’identità del cinghiale italiano
Nel corso del suo intervento, lo zoologo-tassonomo Spartaco Gippoliti ha ripercorso la complessa storia scientifica della classificazione dei cinghiali in Italia, sollevando interrogativi ancora oggi aperti sull’identità delle popolazioni presenti nella penisola e nelle isole. Specie nota all’uomo sin dalla preistoria, il cinghiale (Sus scrofa) presenta una distribuzione che si estende dalla Penisola Iberica al Sud-est asiatico. Ma è davvero un’unica specie? Le differenze morfologiche tra le popolazioni sono significative e interrogano da oltre un secolo gli zoologi. Già nell’Ottocento, studiosi come Fortyth-Major e Strobel si concentrarono sulle particolarità dei cinghiali italiani, in particolare di quelli sardi, notando discontinuità morfologiche e qualitative (differenze nella forma dell'osso lacrimale).

Forsyth-Major riconobbe nel cinghiale sardo una forma distinta, battezzata Sus meridionalis, ipotizzando un collegamento ancestrale tra il cinghiale sardo e quello asiatico. Negli anni Venti, i naturalisti de Beaux e Festa confermarono l’esistenza di una forma maremmano-toscana distinta da quella francese (che si era re-espansa in Liguria dopo la Prima guerra mondiale), dedicando la sottospecie a Forsyth-Major (Sus scrofa majori). Negli anni Ottanta, un’analisi craniometrica ed elettroforetica (Randi, Toso e Apollonio) suggerì che le differenze tra le popolazioni italiane non fossero nette, ma piuttosto espressione di un “cline”, ovvero una variazione graduale lungo assi geografici. Tuttavia, studi successivi di Genov identificarono quattro sottospecie: Sus scrofa scrofa, Sus scrofa attila, Sus scrofa lybicus e Sus scrofa meridionalis.
Le conquiste del nuovo millennio
Con l’arrivo del nuovo millennio, Gippoliti e Amori rilanciano il dibattito, distinguendo tra forme realmente selvatiche e quelle insulari, spesso frutto dell’introduzione da parte dell’uomo di maiali di prima domesticazione. Il cinghiale sardo, secondo questa visione, non sarebbe una sottospecie naturale ma una forma rinselvatichita di maiale domestico, portata probabilmente dai Fenici.

Oggi, il progresso degli strumenti di indagine genetica offre nuove conferme: studi recenti hanno evidenziato l’esistenza di linee genetiche uniche in Maremma (Castelporziano) e nel Caucaso. L’Atlante dei Mammiferi d’Italia, di recente pubblicazione, apre alla possibilità che Sus scrofa majori – il cinghiale maremmano – abbia una propria identità (specie o sottospecie che sia). Ancora dibattuto lo status tassonomico del cinghiale sardo, che resta testimone di una storia millenaria di interazioni tra uomo e natura.
Giuliano Milana, il cinghiale fantastico
Successivamente Giuliano Milana, zoologo-cacciatore, è intervenuto per accendere i riflettori su alcune delle più diffuse fake news riguardanti i cinghiali in Italia, offrendo una lettura documentata e storicamente fondata del fenomeno. L’obiettivo? Ridare complessità a un dibattito troppo spesso appiattito da narrazioni semplicistiche.

Ripopolamenti o reintroduzioni?
La prima grande bufala riguarda il presunto rilascio indiscriminato di cinghiali ungheresi da parte dei cacciatori. Una confusione semantica che, secondo il relatore, occulta una realtà ben più articolata. La distinzione tra "reintroduzione" e "ripopolamento" è cruciale: nel primo caso si parla di specie estinte localmente, nel secondo di incremento di specie in crisi con esemplari della stessa specie e con le stesse caratteristiche genetiche. E se oggi si pretende rigore filogenetico, in passato la prospettiva era diversa. Nel 1929, per esempio, addirittura l’acclimatazione di specie esotiche era vista come un arricchimento faunistico (Esperienze di acclimazione ed allevamento di selvaggina esotica, Alessandro Chigi). I principali responsabili non furono solo i cacciatori, ma anche istituzioni e scienziati dell’epoca. Inoltre, si chiede retoricamente Milana: «perché scandalizzarsi per i cinghiali se accettiamo l’introduzione di caprioli centroeuropei o castori bavaresi? Perché pretendere un "pedigree" solo dal cinghiale»?

La braccata che destruttura e il mito della matriarca
Seconda bufala: la caccia in braccata contribuirebbe alla crescita incontrollata dei cinghiali perché ne destruttura la società. Ma, anche secondo dati ISPRA, non esistono prove di una gerarchia sociale rigida nei cinghiali e la famosa "matriarca" non esercita alcun controllo sull’estro delle femmine. Il vero motore della crescita, oggi, è la disponibilità trofica, favorita da un ambiente più ospitale rispetto al passato: meno agricoltura intensiva e più boschi. Il boom dei cinghiali, dunque, non è legato solo alla pressione venatoria ma a una serie complessa di fattori ecologici e ambientali.
Il lupo non è la soluzione
Terzo mito: "ci pensa il lupo". In realtà, il lupo è un predatore opportunista e, come affermato anche da ISPRA, la sua presenza non è sufficiente a contenere la popolazione di cinghiali perché la natura non risponde mai in maniera lineare. Servono invece strategie gestionali integrate tra braccata, selezione e controllo. E, ironia della sorte, se i cacciatori sono accusati di aver favorito la crescita dei cinghiali, si può dire anche che proprio grazie a loro il lupo ha trovato condizioni favorevoli alla propria diffusione.
Fioravante Serrani: la filiera delle carni tra idealismo e realtà
Successivamente Fioravante Serrani, tecnico faunistico-cacciatore, ha offerto una riflessione su come la specie cinghiale rappresenti una potenziale risorsa economica che finora non siamo stati capaci di sfruttare. Ha quindi portato l’attenzione sulla filiera delle carni, chiedendosi: «Come possiamo pensare di svilupparla se abbiamo un "nero" che potenzialmente azzera tutti gli sforzi?» e così denunciando una realtà fatta di irregolarità che soffocano ogni sforzo imprenditoriale serio. «Le cose vanno dette», ha ribadito Serrani, «con il nero la filiera è destinata a fallire». È quanto successe proprio a Bastia Umbra già negli anni '90, quando fu tentata la strada della valorizzazione della carne di selvaggina attraverso un mattatoio specializzato: purtroppo non ebbe successo perché l’imprenditore ha bisogno di tempi, costanza e produzione, deve rispondere all’industria della trasformazione e non può basarsi su un’attività che, nella sostanza, è “ludica”.

Anche la beneficenza (strada tentata in alcune regioni come la Toscana con l’accordo con il Banco alimentare, ndr) subisce la critica di Serrani: «Belle parole, ma la realtà e un’altra, la metà degli utenti delle mense Caritas sono musulmani» e non possono mangiare carne di suino.
L’inefficacia degli sforzi venatori
Infine, l’intervento ha evidenziato il crescente carico richiesto ai cacciatori — quattro mesi di braccate, selezione anche notturna eccetera — senza che si vedano risultati concreti. Il motivo? La presenza delle aree protette; per risolvere davvero il problema, è stato l’appello conclusivo, serve un piano omogeneo, che utilizzi tutte le tecniche, tutti i tempi e tutti gli spazi.
Matteo Brogi, i cacciatori ai tempi della psa
Ha concluso la tavola rotonda Matteo Brogi, giornalista-cacciatore, che ha ricordato come l’Italia sia nel pieno dell’epidemia di peste suina, tema che troppo spesso si tende a dimenticare facendo finta che non esista. Ha ricordato il diffondersi del virus dal primo caso isolato il 7 gennaio 2022 a Ovada, in Provincia di Alessandria, e l’insorgere dei successivi focolai che ancora interessano la Nazione a macchia di leopardo. Al fianco delle limitazioni che hanno portato nella gestione venatoria, ha ricordato Brogi, la psa impatta in maniera devastante sulle attività economiche. Ciò nonostante, anche la comparsa del virus ha alimentato fake news e leggende; all’interno del mondo animalista così come, purtroppo, anche all’interno della comunità dei cacciatori. Tra le varie azioni introdotte dai tre commissari straordinari che si sono succeduti, il depopolamento è quello più incisivo per eradicare la malattia, come dimostrato dall’esperienza dei paesi europei che l’hanno affrontata prima e più incisivamente di noi. Eradicarla è fondamentale perché i costi diretti e indiretti della sua presenza sono pesantissimi (oltre 60 milioni di euro per la sola Lombardia nel 2024) e il comparto suinicolo vale, in Italia, fra i 20 e i 30 miliardi di euro e sostiene per circa il 2% il Pil nazionale.

"Il cinghiale è mio e lo gestisco io"
Come hanno reagito i cacciatori a questa emergenza che li ha coinvolti in prima persona anche nella veste di possibili interlocutori presso le istituzioni? Per rispondere a questa domanda, Brogi ha portato l’immagine dello struzzo che proverbialmente nasconde la testa sotto la sabbia per “mimetizzarsi” nell’ambiente. Un comportamento ottuso che spazia – uscendo dalla metafora – tra negazionismo, chiusura mentale ed evitamento delle difficoltà. Il contributo dei cacciatori alla soluzione del problema è stato – salvo lodevoli eccezioni – di resistenza al depopolamento di quella che, per molti, è considerata una risorsa a proprio uso e consumo. A livello nazionale, gli interventi volti alla gestione emergenziale del cinghiale sono stati a volte contrastati, a volte boicottati. In alcune Regioni, addirittura, tuttora si rivela impossibile procedere con il depopolamento o, meno ambiziosamente, al prelievo in selezione.
Arrivano i professionisti
Non a caso, Regione Lombardia – subito dopo l’insorgere della prima positività in un allevamento di suini – ha proceduto ad arruolare con un’ordinanza degli operatori che, mediante ditte specializzate, sono diventati veri e propri “cacciatori professionisti”, il braccio armato delle Polizie provinciali. Lo stesso governo nazionale ha fatto espresso riferimento a queste ditte specializzate nel decreto legge 75/2023. Al momento, queste nuove figure integrano lo sforzo venatorio dei cacciatori ma sono la conferma che il mondo della caccia ha perso – con la peste suina – la migliore opportunità per proporsi alle istituzioni come interlocutori credibili e negoziare l’accettazione del proprio ruolo con la società. Cosa che hanno fatto per esempio in Svezia, dove – con tutte le differenze dovute alla specifica conformazione del territorio – la peste suina è stata eradicata in un solo anno grazie all’impegno disinteressato della comunità dei cacciatori. La differenza la fanno le statistiche: in Svezia la caccia è accettata dall’88% della popolazione mentre in Italia vede solo il 18% della popolazione favorevole e il 23% mediamente favorevole.

Conclusioni
A riassumere i contenuti emersi dalla tavola rotonda, possiamo scrivere che l’identità del cinghiale italiano rimane un affascinante campo di studio, con ricadute per la conservazione e la gestione faunistica. Gestione che, peraltro, richiede conoscenze scientifiche, storiche e culturali da diffondere anche nell’opinione pubblica, tuttora caratterizzata da un approccio poco critico e disinformato. Come dimostra l’attenzione che riponiamo nelle varie filiere di carni di selvaggina selvatica, il cinghiale può essere una risorsa, ma solo se ci si confronta con serietà, trasparenza e coerenza. Eliminando il nero, per iniziare, e pretendendo dai cacciatori uno sforzo gestionale che vada oltre il proprio interesse particolare.
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