La commercializzazione delle carni di fauna selvatica parte dal cinghiale, risorsa ampiamente disponibile grazie all'attività di controllo faunistico
La commercializzazione delle carni di fauna selvatica parte dal cinghiale, risorsa ampiamente disponibile grazie all'attività di controllo faunistico - © Fondazione Una
Pubblicato il in Caccia responsabile
di Matteo Brogi

Filiera alimentare, ora si fa sul serio

Parole che diventano realtà. Si potrebbe riassumere così il contenuto dell'annuncio dato a metà marzo da Regione Lombardia, Metro, Iab Roda, Filiera agricola italiana e Fondazione Una: la carne dei cinghiali abbattuti in Regione - prevalentemente in attività di controllo faunistico - è disponibile per il consumo attraverso Metro Italia, leader del commercio all'ingrosso e del settore alimentare

Si è così finalmente concretizzata l'aspirazione di molti portatori d'interesse: quella di valorizzare, mediante la commercializzazione e una filiera corta, la carne di selvaggina italiana. Fabio Rolfi, assessore all'Agricoltura, alimentazione e sistemi verdi della Regione Lombardia, ha sottolineato come lo sfruttamento delle carni di fauna selvatica diventa una «concreta opportunità economica per il territorio e per tutta la filiera, garantendo ai consumatori prodotti assolutamente certificati sotto ogni punto di vista». Dopo tanto parlare, insomma, il cinghiale si trasforma da problema, come percepito da tanti, a risorsa. In un contesto che garantisce la sicurezza alimentare del consumatore ed esalta le qualità organolettiche delle sue carni.

Si parte da lontano

I prodotti alimentari che derivano dal prelievo rappresentano una fonte rinnovabile e sostenibile che sfrutta una biomassa senza impatto ambientale. Regione Lombardia - come altre realtà, per la verità - si è data da tempo le basi normative per la creazione di una filiera di carne di selvaggina mediante linee guida che attuano il pacchetto igiene comunitario (Regolamento CE 853/2004) e le normative nazionali che lo hanno recepito (atto 34 Csr); sono presenti sia i cacciatori formati, sia i centri di sosta e di lavorazione delle carni di selvaggina, strumenti essenziali per la creazione della filiera.

Tre protagonisti dell'accordo. Da sinistra: Maurizio Zipponi, presidente di Fondazione Una, Tanya Kopps, amministratore delegato di Metro Italia, Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura, alimentazione e sistemi verdi della Regione Lombardia
Tre protagonisti dell'accordo. Da sinistra: Maurizio Zipponi, presidente di Fondazione Una, Tanya Kopps, amministratore delegato di Metro Italia, Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura, alimentazione e sistemi verdi della Regione Lombardia - © Fondazione Una

Il coinvolgimento di soggetti economici importanti, tra cui un distributore su larga scala, può dare vita allo sviluppo di un'economia locale e diventare esempio del corretto sfruttamento di una risorsa sostenibile con ricadute benefiche su tutto il territorio. Tanya Kopps, amministratore delegato di Metro Italia, azienda presente in 16 Regioni con 49 punti vendita che servono circa 200.000 clienti professionali, ha voluto sottolineare come per Metro sia fondamentale «trasmettere l'importanza di intraprendere azioni concrete a beneficio delle aree nazionali in cui operiamo, valorizzando una catena di approvvigionamento locale in un'ottica sostenibile, e assicurare ai nostri clienti Horeca un prodotto di alta qualità».
Obiettivo dell'accordo non è quindi quello di penalizzare il mercato locale, anzi. Prevede infatti che alla grande distribuzione venga riservato il surplus di produzione che non può essere assorbito dalla filiera locale. Creare una filiera selvatica nazionale e operare su una scala più ampia permette di spingere sulla consapevolezza del consumatore sia nei confronti della caccia sia nella scelta di una produzione nazionale, ottenuta in accordo con normative sanitarie rigorose che ne tutelano la salute. Permette quindi di dare respiro alle piccole economie locali e di ridurre la dipendenza dall'estero: fino a oggi il grosso della carne di selvaggina commercializzata in Italia proviene dagli Stati dell'Europa orientale che si sono dotati con tempismo delle strutture e delle normative utili allo sfruttamento anche economico della risorsa selvaggina.

Un sistema virtuoso

Il sistema che sta dietro a questa iniziativa è virtuoso a monte, in quanto permette all'ente di gestione (Atc, Ca, Parco) di generare profitti per ristorare i danni causati dalla fauna selvatica, e a valle, perché promuove il consumo di carni particolarmente salubri, garantite da professionisti che hanno seguito un percorso di formazione (i cacciatori formati in materia di igiene e sanità) e da successivi controlli presso il Centro lavorazione carni di selvaggina; qui la carcassa arriva accompagnata dalla documentazione che garantisce la tracciabilità e i rilievi dell'ispezione dei visceri e viene sottoposta a visita sanitaria da parte di un veterinario che esegue i prelievi per le analisi di laboratorio secondo i Piani di monitoraggio sanitario della fauna selvatica. Una volta ricevuti i risultati favorevoli delle analisi, le carni possono essere bollate e ritirate da chi si occuperà della loro trasformazione. Maurizio Zipponi, presidente di Fondazione Una, ha sottolineato che «la carne di cinghiale 100% italiana disponibile in Metro porterà anche i marchi "Selvatici e buoni" e "Firmato dagli agricoltori italiani", garanzia di provenienza da filiera controllata. Questo progetto rappresenta un passo in avanti rispetto al Protocollo d'intesa siglato da Fondazione Una con Regione Lombardia nel 2019 per favorire la creazione di una filiera sostenibile della selvaggina».
Il cinghiale è l'apripista di un processo che in futuro dovrebbe coinvolgere tutte le specie oggetto di prelievo venatorio. È auspicabile che questo sistema virtuoso appena inaugurato venga replicato in altre realtà regionali così da sostenere le economie di frontiera condannate dalla concorrenza alla marginalità.

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