Tra la visibilità di una campagna sui social e la capacità di mobilitare concretamente le persone può esserci una distanza significativa. Il numero delle interazioni digitali non coincide necessariamente con quello delle adesioni reali
Tra la visibilità di una campagna sui social e la capacità di mobilitare concretamente le persone può esserci una distanza significativa. Il numero delle interazioni digitali non coincide necessariamente con quello delle adesioni reali - © Immagine generata con IA per Hunting Log – ©️ Moonshot Media Srl SB
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

I referendum che non sono arrivati al traguardo

Quasi centomila firme online non sono mezzo milione: il mancato traguardo dei due quesiti invita a distinguere il rumore dei social dalla capacità di costruire consenso reale

In ogni battaglia politica e culturale, c'è un momento nel quale la realtà presenta il conto e, per i due referendum abrogativi sulla caccia, quel momento è arrivato con la chiusura della raccolta delle firme

La soglia prevista dalla Costituzione era di 500.000 sottoscrizioni per ciascun quesito. I due quesiti, promossi nel 2026, riguardavano rispettivamente l'articolo 842 del Codice civile, relativo all'accesso dei cacciatori ai fondi privati, e l'articolo 19-ter delle disposizioni di coordinamento e transitorie del Codice penale, con l'obiettivo di eliminare il riferimento alla caccia tra le attività disciplinate da leggi speciali. Le iniziative erano state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale e la raccolta digitale era stata aperta il 15 luglio. Il risultato finale, quale che sia l'ultimo aggiornamento delle sottoscrizioni tradizionali, non cambia la sostanza: la distanza dalla soglia necessaria è rimasta enorme. E questo dato merita una riflessione che va oltre la contrapposizione, ormai logora, fra "caccia sì" e "caccia no".

La visibilità digitale alla prova delle firme

La raccolta online rappresentava, probabilmente, il banco di prova più diretto della mobilitazione costruita sui social. Chi incontrava un appello, una grafica o un invito alla firma poteva passare dalla condivisione alla sottoscrizione senza uscire dallo stesso ambiente digitale, utilizzando SPID o Carta d'identità elettronica. Proprio per questo il dato delle firme online assume un significato particolare: non misura l'opinione degli italiani sulla caccia, ma consente di confrontare la grande visibilità ottenuta dalla campagna con la sua capacità di trasformare l'attenzione in un atto concreto di adesione. Alla vigilia della chiusura della raccolta online (30 settembre), i contatori indicavano circa 99 mila sottoscrizioni per il quesito sull'articolo 842 e 96 mila per quello sull'articolo 19-ter, ancora molto lontane dalle 500 mila necessarie.

A queste dovranno naturalmente aggiungersi le firme raccolte in forma tradizionale, presso i Comuni e attraverso gli altri canali previsti (il termine era l'11 settembre). È ragionevole attendersi che possano incrementare il totale, ma sarebbe imprudente attribuire loro, prima del conteggio definitivo, una consistenza tale da colmare una distanza di circa quattrocentomila sottoscrizioni per ciascun quesito. La firma cartacea richiedeva un passaggio ulteriore rispetto alla mobilitazione digitale: recarsi fisicamente presso uno degli uffici nei giorni e negli orari stabiliti. Diversi Comuni avevano infatti predisposto la raccolta presso i propri uffici elettorali o amministrativi.

Il punto, dunque, non è sostenere che la campagna non abbia avuto seguito. Quasi centomila firme sono un dato significativo. È osservare la distanza fra visibilità, adesione e capacità di mobilitazione: tre grandezze che nel dibattito sui social tendono facilmente a sovrapporsi, ma che un procedimento referendario obbliga a distinguere.

Due quesiti, non un referendum sulla caccia

C'è poi un'altra questione sulla quale vale la pena essere precisi, nel dibattito pubblico i due quesiti sono stati spesso presentati semplicemente come il "referendum contro la caccia" ma, tecnicamente, non si chiedeva agli italiani di votare direttamente sulla soppressione dell'attività venatoria. Il primo quesito interveniva sull'articolo 842 del Codice civile, eliminando i primi due commi che disciplinano l'accesso ai fondi altrui per l'esercizio della caccia, il secondo riguardava invece l'articolo 19-ter, cercando di eliminare il riferimento alla caccia dall'ambito delle leggi speciali richiamate dalla norma.

Sono dunque due interventi normativi specifici, con effetti giuridici differenti e questa distinzione non è un dettaglio per giuristi; è precisamente il motivo per cui, quando si parla di referendum, sarebbe sempre opportuno leggere il quesito e non soltanto lo slogan che lo accompagna.

I precedenti che pochi ricordano

Ci sono due curiosi precedenti storici: già nel 1986 furono effettivamente raccolte oltre 500.000 firme per una richiesta referendaria riguardante anche l'articolo 842 del Codice civile. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 28 del 1987, dichiarò però inammissibile quella specifica richiesta. Una nuova raccolta di firme sull'articolo 842 si concluse nel 1990, ma poi il referendum non raggiunse il quorum. Sono particolari interessanti perché dimostrano quanto sia complesso il percorso referendario; raccogliere le firme è necessario, ma non è sufficiente. Dopo la raccolta intervengono infatti ulteriori controlli sull'iter e sull'ammissibilità del quesito; il referendum, insomma, non è un sondaggio e neppure una petizione, è uno strumento costituzionale con regole precise.

E adesso?

Qui, forse, sta la riflessione più interessante, la bocciatura di una raccolta firme non dimostra che la caccia sia "popolare" ma, allo stesso modo, una campagna molto rumorosa contro la caccia non dimostra che esista una maggioranza sociale disposta ad abolirla. Il dato referendario misura una cosa precisa, la capacità di una proposta di raccogliere le sottoscrizioni necessarie entro il termine previsto. Non misura da solo nemmeno l'opinione complessiva degli italiani sulla caccia. Ed è proprio questa distinzione che spesso scompare nel rumore della comunicazione digitale. Da una parte abbiamo una comunità venatoria che talvolta rischia di interpretare ogni campagna animalista come la rappresentazione dell'intera società e dall'altra abbiamo campagne animaliste che possono confondere la propria enorme visibilità digitale con una rappresentatività sociale altrettanto ampia.

Né l'una né l'altra equivalenza è dimostrata dal semplice numero di condivisioni, la caccia non si difende soltanto contando le firme; per chi, come me, considera la caccia una componente possibile di una fruizione e di una gestione responsabili della fauna, la lezione dovrebbe essere altrettanto chiara.

Non basta (ma è lecito) festeggiare quando un referendum non raggiunge la soglia, ma la vera partita è un'altra, quella di dimostrare che la caccia può stare dentro una moderna cultura della conservazione, della conoscenza scientifica, della responsabilità e del rispetto del territorio. Una caccia sostenibile deve poter spiegare perché si esercita, quali limiti accetta, quali specie possono essere prelevate, con quali dati, con quali controlli e con quale attenzione al benessere della fauna. Perché il consenso non si costruisce soltanto contro qualcuno, si costruisce anche attraverso una proposta credibile.

Il vero risultato

Alla fine, dunque, il risultato di questa raccolta firme non dovrebbe essere utilizzato come una medaglia da appuntarsi sul petto, ma dovrebbe essere letto per quello che è. Una proposta referendaria che mirava a intervenire sulla disciplina della caccia non ha raggiunto la soglia costituzionalmente richiesta per portare quei quesiti al successivo passaggio del percorso referendario. E questo è un fatto e i fatti, soprattutto quando riguardano temi divisivi, hanno il pregio di non aver bisogno di essere caricati di proclami. La caccia continuerà a essere discussa, continuerà il confronto sulla gestione della fauna, sulla legge 157/1992, sulla proprietà dei fondi, sulla conservazione delle specie e sul rapporto fra attività venatoria e tutela della biodiversità.

Ma forse possiamo ricavarne una piccola lezione di stile, che è poi la regola per il Gentiluomo di Campagna: meno tifoserie, più conoscenza, meno chiasso, più territorio. E, pur essendone un assiduo fruitore, meno social, quando servono esclusivamente a sostituire o alterare la realtà, e più realtà quando si pretende di parlare in nome di un'intera società. Un bosco non si governa con gli striscioni, né la fauna si conserva a colpi di "cuoricini" o reel strappalacrime. Si tutelano con conoscenza, responsabilità, gestione e presenza sul territorio.


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