Una tavola riccamente imbandita, simbolo di un benessere alimentare che le generazioni precedenti avrebbero faticato a immaginare. L'abbondanza, però, rischia di farci perdere la consapevolezza del valore del cibo, delle risorse necessarie a produrlo e della responsabilità di non sprecarlo. Richiamando, al tempo stesso, il valore della caccia
Una tavola riccamente imbandita, simbolo di un benessere alimentare che le generazioni precedenti avrebbero faticato a immaginare. L'abbondanza, però, rischia di farci perdere la consapevolezza del valore del cibo, delle risorse necessarie a produrlo e della responsabilità di non sprecarlo. Richiamando, al tempo stesso, il valore della caccia - © Immagine generata con IA per Hunting Log – ©️ Moonshot Media Srl SB
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Il bicchiere mezzo vuoto di una società che ha tutto

Abbiamo più di quanto le generazioni precedenti potessero immaginare, eppure continuiamo a desiderare ciò che ci manca. Una riflessione sul benessere, sullo spreco, sulla necessità di recuperare il senso della misura e sulla caccia

Non è nostalgia, e non vuole esserlo; non è neppure un elogio della miseria, che resta una condizione di privazione e di sofferenza che nessuno dovrebbe rimpiangere. È piuttosto una riflessione sul modo in cui siamo cambiati, su ciò che oggi consideriamo necessario e su quella curiosa insoddisfazione che sembra accompagnare, quasi come un'ombra, il nostro crescente benessere materiale.

I nostri nonni conoscevano una povertà che oggi facciamo fatica persino a immaginare. Per molti di loro la carne non era un alimento quotidiano, certi acquisti richiedevano mesi di risparmio e il semplice fatto di poter mettere in tavola qualcosa di più del necessario poteva rappresentare una piccola festa. Se ieri a tavola c'era soltanto un piatto di pasta al sugo e oggi, sopra quella pasta, compariva anche un pezzetto di spezzatino, non era semplicemente un pasto più ricco, era una conquista, un motivo per essere contenti. È un'immagine che appartiene alla memoria di un'Italia povera e contadina e che, in forme diverse, è stata raccontata anche dalla cultura popolare del dopoguerra.

Il tema dell'adattamento edonico

La questione, naturalmente, non è sostenere che quella povertà rendesse felici. Sarebbe una semplificazione persino offensiva nei confronti di chi l'ha vissuta. Il punto è un altro: quando una cosa è difficile da ottenere, siamo generalmente più consapevoli del suo valore. Quando invece quasi tutto è disponibile, immediatamente e con una facilità che per le generazioni precedenti sarebbe apparsa straordinaria, rischiamo di considerare normale ciò che normale non è affatto.

La psicologia ha studiato questo fenomeno attraverso il concetto di adattamento edonico; ciò che inizialmente ci procura soddisfazione tende, con il tempo, a diventare parte della nostra normalità e lasciare spazio a nuovi desideri. A questo si aggiunge il confronto sociale, che nella società contemporanea è diventato quasi permanente. Un tempo il termine di paragone era rappresentato soprattutto dalle persone che vivevano intorno a noi; oggi, attraverso televisione, pubblicità e soprattutto social network, possiamo confrontare continuamente la nostra vita con quella, spesso accuratamente selezionata e costruita, di migliaia di altre persone. Il risultato è paradossale e non misuriamo più ciò che abbiamo rispetto a ciò che avevamo, ma ciò che abbiamo rispetto a ciò che ancora ci manca.

Un mercato del desiderio

È probabilmente qui che nasce una delle contraddizioni più interessanti della nostra società dei consumi. Il benessere ha certamente liberato milioni di persone da privazioni che non avevano nulla di romantico, ma nello stesso tempo ha creato un mercato del desiderio capace di trasformare continuamente il superfluo in necessità. Non desideriamo soltanto ciò che ci serve; impariamo a desiderare ciò che ci viene mostrato, ciò che possiedono gli altri, ciò che viene associato a un determinato stile di vita. E quando finalmente otteniamo ciò che desideravamo, spesso ci abituiamo rapidamente alla sua presenza e cominciamo a desiderare qualcos'altro.

È un meccanismo che non riguarda soltanto gli oggetti ma riguarda il cibo, l'abbigliamento, le vacanze, le automobili, le esperienze e persino il modo in cui rappresentiamo noi stessi. Una parte considerevole dei nostri consumi nasce infatti da bisogni che, prima di essere soddisfatti, qualcuno ha dovuto insegnarci a percepire. Non è un caso che una parte della ricerca sul materialismo abbia evidenziato come l'attribuzione di un valore eccessivo al possesso dei beni non corrisponda necessariamente a un maggiore benessere personale; in molti casi, al contrario, può associarsi a una minore soddisfazione della vita. E qui il discorso conduce inevitabilmente al nostro rapporto con il cibo.

La filiera si allunga, la consapevolezza scompare

Abbiamo costruito una filiera alimentare straordinariamente efficiente, capace di portarci sulle tavole prodotti provenienti dall'altra parte del mondo in qualunque stagione. È una delle grandi conquiste della modernità, ma ha avuto anche un effetto collaterale ossia quello di aver progressivamente perso il contatto con la storia degli alimenti che consumiamo. La carne arriva confezionata, la frutta lavata e selezionata (anche sbucciata!), il cibo trasformato, porzionato e pronto per essere consumato. Dietro quella confezione scompaiono la terra, l'acqua, l'energia, il lavoro e il tempo necessari per produrla. La filiera si allunga e, paradossalmente, la nostra consapevolezza della sua origine si accorcia.

Forse anche per questo oggi sprechiamo con tanta facilità. Quando un alimento è sempre disponibile, il suo valore psicologico diminuisce. Ci sembra sostituibile, e ciò che è facilmente sostituibile finisce per essere considerato facilmente sacrificabile. La FAO ha sottolineato più volte come lo spreco alimentare non riguardi soltanto il cibo che finisce nella spazzatura, ma anche tutte le risorse impiegate per produrlo come suolo, acqua, energia, lavoro e capitale. In questo senso, lo spreco rappresenta una delle contraddizioni più evidenti di una società che parla continuamente di sostenibilità mentre dispone di una quantità di risorse e di alimenti che le generazioni precedenti non avrebbero nemmeno potuto immaginare.

La caccia insegna la responsabilità

È anche per questo che considero interessante il rapporto che la caccia, ovviamente quando esercitata responsabilmente e inserita in una corretta gestione faunistica, può avere con il nostro modo di intendere il cibo. Non perché la caccia sia l'unico modo possibile per procurarsi carne ma perché essa rende nuovamente visibile una realtà che la moderna filiera alimentare tende a nascondere: la carne non nasce in una confezione.

Dietro la carne di selvaggina c'è un animale, c'è un territorio e c'è una responsabilità. Il prelievo venatorio, fondato su conoscenze e su limiti biologicamente sostenibili, obbliga a confrontarsi con il concetto di limite, che è precisamente ciò che il consumo moderno tende invece a rimuovere. Non si può prelevare indefinitamente da una popolazione selvatica senza conseguenze, così come non si può consumare indefinitamente senza considerare le risorse che rendono possibile quel consumo.

In questo senso la caccia può ricordarci qualcosa che abbiamo progressivamente dimenticato, ovvero che il cibo ha un'origine e che l'origine porta con sé una responsabilità. È una consapevolezza che non dovrebbe appartenere soltanto al cacciatore, ma a chiunque mangi carne e non solo. La differenza è che il cacciatore non può nascondersi dietro la confezione del supermercato; vede l'animale, conosce il luogo in cui vive, decide di effettuare un prelievo e ne assume direttamente la responsabilità.

Riconoscere il valore di quanto possediamo

I nostri nonni, che spesso avevano conosciuto davvero la fame, probabilmente avrebbero fatto fatica a comprendere il nostro rapporto con lo spreco. Non perché fossero migliori in assoluto, ma perché la necessità aveva insegnato loro una cosa che l'abbondanza rischia di farci dimenticare, quella di distinguere ciò che è necessario da ciò che è soltanto desiderabile. Un alimento perfettamente buono non diventava improvvisamente inutile perché non più di moda, perché non corrispondeva all'ultima tendenza alimentare o perché non soddisfaceva un capriccio. Non dobbiamo quindi rimpiangere la loro povertà, dovremmo piuttosto recuperare, quando possibile, la loro capacità di attribuire valore alle cose.

Forse il problema della nostra epoca non è che abbiamo troppo, ma che abbiamo smesso di riconoscere quanto abbiamo. Abbiamo più possibilità, più comodità e più accesso ai beni materiali di quasi tutte le generazioni che ci hanno preceduto, eppure continuiamo a percepire la nostra vita attraverso ciò che ancora non possediamo. Il nostro bicchiere è pieno, ma continuiamo a guardarlo come se fosse mezzo vuoto perché abbiamo imparato a confrontarlo continuamente con quello degli altri.

Non credo che la soluzione sia tornare indietro, il progresso non è il nemico e nessuno dovrebbe desiderare il ritorno delle privazioni che hanno segnato la vita di milioni di persone. Forse dovremmo semplicemente imparare a distinguere il progresso dal consumo e il benessere dall'accumulo, tornando a chiederci, ogni tanto, non soltanto che cosa possiamo permetterci di avere, ma che cosa valga davvero la pena desiderare.

Il Gentiluomo di campagna e il benessere

È forse questa una delle forme più semplici di quella misura che dovrebbe appartenere alla cultura del Gentiluomo di campagna: non rinunciare al benessere, ma non diventarne schiavi; non disprezzare ciò che possediamo, ma conoscerne il valore; non consumare meno per principio, ma consumare meglio e con maggiore consapevolezza.

Perché una società può diventare sempre più ricca e, nello stesso tempo, sempre meno capace di sentirsi appagata. Probabilmente la vera povertà del nostro tempo non consiste nel non avere abbastanza, ma nel non riuscire più a sentirsi soddisfatti di ciò che si ha, perché abbiamo imparato a desiderare continuamente ciò che ci manca. Dovremmo allora tornare, ogni tanto, a guardare il nostro bicchiere senza pensare a quello degli altri; sicuramente scopriremmo che, rispetto a quello dei nostri nonni, è già colmo da tempo.


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