Un siberian husky con il cappottino: quando la cura rischia di trasformarsi in antropomorfizzazione. Rispettare un animale significa anche riconoscerne natura, attitudini ed esigenze, senza necessariamente adattarlo alle nostre
Un siberian husky con il cappottino: quando la cura rischia di trasformarsi in antropomorfizzazione. Rispettare un animale significa anche riconoscerne natura, attitudini ed esigenze, senza necessariamente adattarlo alle nostre - © Immagine generata con IA
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Il cacciatore violento e il cane con il cappottino

Tra il cane che lavora nei boschi e quello trasformato in un "bambino peloso", una riflessione sul confine tra amore, antropomorfizzazione e rispetto della natura animale

C'è una cosa che non ho mai capito della retorica animalista più urbana ed è perché il cacciatore che va a caccia con il proprio cane venga considerato violento, mentre il rapporto con l'animale venga giudicato tanto più rispettoso quanto più lo si allontana dalla sua vera natura.

Il cacciatore, generalmente, il cane se lo sceglie con attenzione. Lo paga, spesso parecchio, lo cura, lo nutre bene, lo porta regolarmente dal veterinario, lo addestra (o, meglio, più spesso si "addestrano a vicenda), lo porta alle esposizioni e alle prove di lavoro. Gli dedica tempo, denaro e, soprattutto, amore. Per lui è molto, è l'amplificatore dei sensi sopiti, è il motore principale di tutta la genesi cinegetica.

Il cane e il cacciatore

Il cacciatore, soprattutto, conosce il cane che ha davanti e le sue esigenze, la sua natura. Un segugio è stato selezionato per seguire una traccia. Un setter o un pointer per cercare e fermare la selvaggina. Non sono caratteristiche casuali, sono il risultato di generazioni di selezione artificiale atta a un preciso scopo funzionale.

Quando li vediamo lavorare, quindi, non stiamo assistendo a un animale costretto a fare qualcosa contro la propria natura, stiamo vedendo un animale che manifesta proprio quelle attitudini che l'uomo ha selezionato, consolidato e conservato per secoli. E il buon cacciatore questo lo sa, sa leggere il proprio cane. Sa quando è stanco, quando ha bisogno di fermarsi, sa riconoscere un problema, sa che quel cane non è un oggetto da utilizzare e sostituire quando non serve più.

Il cane antropomorfizzato

Poi penso a certa concezione del cane che arriva dalle nostre città dove il cane diventa sempre più spesso una specie di bambino peloso, va dal parrucchiere, ha la torta di compleanno, ha il suo guardaroba. E magari un siberian husky vive in un attico a Palermo, con quaranta gradi fuori, mentre il proprietario in inverno gli mette pure il cappottino e si sente moralmente superiore al cacciatore che porta il proprio cane nei boschi.

Ecco, forse dovremmo fermarci un momento, perché amare un animale non significa necessariamente trasformarlo in qualcosa che ci assomiglia. Un Husky è stato selezionato per vivere e lavorare in condizioni ambientali molto diverse da quelle di un appartamento cittadino, un segugio ha un olfatto e un istinto di ricerca straordinari. Un setter ha una predisposizione naturale alla cerca e alla ferma. Perché dovrebbe essere più rispettoso impedire loro di esprimere queste caratteristiche?

Il punto, naturalmente, non è sostenere che tutto ciò che fa un cacciatore sia automaticamente giusto. Un cane deve essere tenuto bene, curato e trattato con rispetto. Su questo non dovrebbe esserci discussione. Ma una cosa è il maltrattamento, un'altra è utilizzare un animale secondo le sue attitudini naturali e farlo attraverso una relazione costruita nel tempo.

Amare l'essenza, non l'immagine

Io diffido molto di chi giudica il rapporto tra un uomo e il suo cane soltanto dall'immagine che ne vede, perché magari vede il cacciatore con il fucile e il cane al suo fianco e pensa alla violenza. Io vedo due animali sociali che hanno imparato a conoscersi, che in tempi remoti firmarono un patto di non belligeranza, un armistizio utile ad entrambi che decretò il successo di una "simbiosi" che dura ancora e gli permette di lavorare insieme negli ambiti più disparati.

E quando vedo un buon cane da caccia lavorare, penso che forse il rispetto per gli animali non consista nel farli vivere come noi, ma consista nel permettere loro, per quanto possibile, di essere ed esprimere quello che sono. Anche quando questo non coincide con quello che piace a noi. Forse, è proprio questa la differenza tra conoscere gli animali e semplicemente amarne l'immagine.


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