Sono 15 i punti proposti dal Manifesto di Trieste per ripensare la caccia e la gestione della fauna
Sono 15 i punti proposti dal Manifesto di Trieste per ripensare la caccia e la gestione della fauna - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Il Manifesto di Trieste, bussola per definire la caccia del XXI secolo

Quindici punti per definire il futuro della caccia in un'ottica di conservazione della fauna. Così si articola la proposta del Manifesto di Trieste che - a meno di due anni dalla sua pubblicazione e in un clima politico oggettivamente cambiato - può fungere da bussola per una seria riforma della legge quadro sulla caccia

Il Manifesto di Trieste, presentato a maggio 2021, è un documento che riveste una significativa importanza nel disegnare una prospettiva per la caccia del XXI secolo. Primo firmatario fu Franco Perco (ne ho tracciato qui un ritratto nel trigesimo della morte) che si spese - insieme ad altri - per definire i principi di una caccia sostenibile e responsabile. Rappresenta uno degli ultimi documenti cui ha lavorato, a pochi mesi dalla scomparsa, e può a buona ragione essere considerato un lascito per ripensare la caccia e darle un futuro. Perché "Posto che la caccia non svolge più, in Italia, il suo antico ruolo di fonte essenziale di cibo, tuttavia nel mondo contemporaneo c'è ancora posto per essa, a precise condizioni tecniche e scientifiche. Le principali sono: conoscenza, utilizzo programmato scrupoloso e parsimonioso, sostenibilità, trasparenza, contributo positivo alla gestione / conservazione degli ambienti naturali". Ed è su queste condizioni che il Manifesto di Trieste si concentra.

Da dove partire?

Nel preambolo, il Manifesto definisce i principi che stanno alla base di una caccia moderna, responsabile e sostenibile:

- gli animali selvatici (la fauna) sono elementi vitali per l'ecosistema;
- la loro conservazione è pertanto indispensabile;
- l'utilizzo della fauna per finalità umane, esercitato in modo consapevole o anche inconsapevole, può portare a conseguenze negative;
- esserne consci è solo un primo dovere per Homo sapiens;
- anche la fruizione apparentemente più innocua può avere effetti disdicevoli;
- pertanto, più che una politica di meri divieti, è opportuno che Homo sapiens si dia delle regole di comportamento basate su scienza e coscienza;
- corretta fruizione e conservazione non sono in contrasto.

Una riforma urgente

La riforma della legge che inquadra l'esercizio venatorio - sostengono i firmatari del Manifesto - è indispensabile in quanto "mostra evidenti segni del trascorrere del tempo" che, nel documento, sono evidenziati nel dettaglio. In particolare, la 157/92 è basata su un "impianto liberistico-ricreativo", inadeguato "per concretizzare i principi della conservazione del patrimonio faunistico nazionale e per la definizione e il raggiungimento di alti standard di sensibilità nei confronti della fauna e dell'ambiente". Inoltre:

"Non possiamo dimenticare che la caccia fa parte della gestione faunistica, scienza che è la tecnica e l'abilità di prendere decisioni e agire, per conservare ed utilizzare al meglio il patrimonio faunistico. 
Esiste, di conseguenza, l'obbligo di discutere con urgenza e di porre sul tavolo della politica la necessità di una radicale revisione della 157, mantenendone intatti alcuni dei criteri principali, aggiungendo però quelli necessari ed eliminando drasticamente ciò che non è più attuale. 
Il tutto, coinvolgendo nel dibattito i portatori di interessi, che intendano ovviamente contribuire a formare una caccia moderna e non semplicemente ad abolirla tout court o a svuotarla artatamente di ogni contenuto gestionale. 
I seguenti principi sono pertanto indispensabili quali considerazione preliminare a una revisione profonda della sopracitata legge, pur nel rispetto delle autonomie provinciali non in oggettivo e palese contrasto con i principi suddetti".

 1. La caccia è l'esercizio concreto della gestione venatoria. 
 2. La gestione venatoria fa parte della gestione faunistica. 
 3. La caccia è in grado, se del caso, di contribuire al controllo della fauna. 
 4. La supervisione pubblica è indispensabile. 
 5. In particolare, la gestione venatoria deve: 
- avvalersi, oltre che della caccia, di attività quali valutazioni numeriche delle specie oggetto di caccia, statistiche di prelievo eccetera;
- non pregiudicare la conservazione delle popolazioni cacciate; 
- creare un alto senso di responsabilità negli esecutori; 
- basarsi su di una pianificazione poliennale, fondata sulla scienza e sulla tecnica; 
- avvalersi di tecnici specifici; 
- puntare a una crescita tecnica e culturale degli operatori coinvolti. 

Una proposta articolata in quindici punti

A questi principi segue la proposta vera e propria che i promotori (oltre a Perco spiccano Silvano Toso, docenti universitari, tecnici faunistici, figure istituzionali e l'Associazione Rinascita venatoria e ambientale) articolano in quindici punti, elencati in ordine prioritario di realizzabilità e di opportunità (i primi tre):

1. obbligo di pubblicare annualmente tutti i dati relativi alla fauna oggetto di caccia, in un registro digitale pubblico, a libero accesso;
2. normazione nazionale sulla filiera della carne di selvaggina cacciata, anche da un punto di vista fiscale e sanitario;
3. definizione e istituzione della figura professionale del tecnico faunistico;
4. definizione delle forme di utilizzo della fauna, non solo venatorie, e della relativa disciplina;
5. abolizione dei ripopolamenti anche di quelli pronta caccia e impulso alle reintroduzioni;
6. Unità territoriali di gestione venatoria (Utgv), sociali o private, su base comunale o sub comunale, federate in un Distretto venatorio (ex Atc, Ca);
7. obbligo per ogni Utgv di dotarsi di un piano di gestione pluriennale;
8. numero chiuso degli associati, basato esclusivamente sul massimo prelievo teorico sostenibile;
9. associazione alle Utgv di cacciatori anche non residenti, ma sulla base di una graduatoria adeguatamente regolamentata;
10. possibilità di ricevere un numero programmato di cacciatori ospiti;
11. restituzione dei risultati della gestione mediante conferenze annuali indette dai Distretti venatori;
12. danni da fauna oggetto di caccia a carico dei Distretti venatori;
13. formazione dei cacciatori, su standard elevati e stabiliti per legge, erogata da soggetti accreditati;
14. sorveglianza specializzata a cura dell'Ente pubblico competente;
15. revoca della gestione venatoria, nel caso di gravi manchevolezze.

Una modesta proposta per il legislatore

È passato poco più di un anno e mezzo dalla pubblicazione del documento e la riforma della legge quadro che regolamenta la caccia resta un tema cruciale per definire il futuro della nostra passione e, soprattutto, la sua collocazione in un più ampio contesto di gestione / fruizione della fauna e dell'ambiente. Il clima politico è sicuramente cambiato e oggi si può prendere in considerazione l'ipotesi di riforma della 157/92. È però indispensabile evitare "fughe in avanti", aumentare il controllo sulla formazione dei cacciatori, monitorare i continui cambiamenti dello status di conservazione delle specie oggetto di prelievo. È quindi opportuno che gli sforzi di tutti coloro che ispireranno il cambiamento siano improntati a "scienza e coscienza". E, in questo sforzo, il Manifesto di Trieste può ancora fungere da bussola per procedere nel cammino.

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