
di Giuliano Milana
Il mito del "ritorno alla natura"
Dietro il mito del "ritorno alla natura" si nasconde spesso una visione ideologica che dimentica come biodiversità, paesaggio e cultura rurale siano frutto della lunga relazione tra uomo e ambiente
L'idea, diffusasi negli ultimi giorni, che la riduzione o l'eliminazione dell'allevamento conduca automaticamente a un "ritorno alla natura" rappresenta una semplificazione concettuale priva di solide basi ecologiche. Si tratta, più propriamente, di una costruzione culturale, una narrazione che confonde la naturalità con l'assenza dell'uomo, ignorando la lunga storia di coevoluzione tra attività antropiche e sistemi ecologici.
I paesaggi italiani, frequentemente percepiti come "naturali", sono in realtà sistemi semi-naturali modellati da secoli di pratiche agro-silvo-pastorali. Pascoli, prati stabili, coltivi tradizionali e ambienti di transizione costituiscono un mosaico eterogeneo che sostiene livelli elevati di biodiversità, spesso superiori a quelli riscontrabili in ecosistemi forestali chiusi e maturi (Benton et al., 2003; Plieninger & Bieling, 2012).
La ricolonizzazione forestale post abbandono
L'abbandono delle pratiche pastorali e agricole tradizionali, fenomeno ampiamente documentato in Europa meridionale, innesca processi di ricolonizzazione forestale che, se da un lato incrementano la copertura arborea, dall'altro determinano una progressiva omogeneizzazione del paesaggio e una perdita di habitat aperti. Le conseguenze sono ben documentate e mostrano il declino di specie legate agli ambienti prativi e agro-pastorali, tra cui numerosi uccelli di interesse conservazionistico, insetti e piante specialiste (Sirami et al., 2007; Queiroz et al., 2014).
In questo contesto, l'ipotesi di un'Italia trasformata in un continuum boschivo, esteso senza soluzione di continuità lungo la penisola, da Reggio Calabria a Bolzano, non rappresenta un aumento della biodiversità, bensì una sua riconfigurazione verso forme meno diversificate sul piano strutturale e funzionale. La biodiversità, infatti, non è un valore assoluto legato alla "naturalità" percepita, ma dipende dalla diversità degli habitat e dalle dinamiche ecologiche che li sostengono. Negli ultimi decenni si è assistito, ad esempio, al recupero di molte popolazioni di ungulati in seguito all'espansione forestale, mentre diverse specie legate agli ambienti aperti (come alcuni galliformi alpini) mostrano segnali di declino.
Le tradizioni come patrimonio immateriale
A questa dimensione ecologica si affianca quella culturale ed economica. L'allevamento, in particolare nelle sue forme estensive e tradizionali, è parte integrante dei sistemi territoriali italiani; contribuisce alla gestione del paesaggio, al mantenimento di pratiche storiche e alla produzione di beni alimentari che rappresentano un patrimonio riconosciuto a livello internazionale. La stessa UNESCO ha riconosciuto la rilevanza delle nostre tradizioni culinarie come patrimonio immateriale, evidenziando il legame tra cultura, territorio e sistemi produttivi. Analogamente ad altre espressioni culturali antropiche, quali il David di Michelangelo Buonarroti o l'ultima cena di Leonardo da Vinci, anche le razze autoctone e le produzioni agroalimentari tradizionali devono essere considerate esiti di processi storici di selezione e coevoluzione tra uomo e ambiente, "unici" o "rari", e pertanto componenti rilevanti del patrimonio bioculturale.
In tale quadro, anche la presenza dei grandi carnivori, come il Canis lupus italicus, deve essere interpretata all'interno di un sistema complesso e dinamico. Il predatore svolge il proprio ruolo ecologico, ma la sua interazione con le attività umane, in particolare con la zootecnia estensiva, richiede strumenti di gestione basati su evidenze scientifiche e non su rappresentazioni ideologiche.
La semplificazione non aiuta
Ridurre questa complessità a una contrapposizione binaria, natura contro uomo o selvatico contro domestico, non costituisce un approccio ecologico, bensì una distorsione analitica. La conservazione efficace della biodiversità passa attraverso il riconoscimento del carattere ibrido e co-costruito dei paesaggi europei, nei quali l'intervento umano, lungi dall'essere un elemento esclusivamente perturbativo, ha storicamente contribuito alla creazione e al mantenimento di elevati livelli di diversità biologica.
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