La provenienza della carne destinata agli animali d'affezione riguarda tutti, non solo i cacciatori: anche la selvaggina può finire nella ciotola di cani e gatti. Ignorare questa realtà rende fortemente selettivo il giudizio morale sulla caccia e sull'uso alimentare della selvaggina
La provenienza della carne destinata agli animali d'affezione riguarda tutti, non solo i cacciatori: anche la selvaggina può finire nella ciotola di cani e gatti. Ignorare questa realtà rende fortemente selettivo il giudizio morale sulla caccia e sull'uso alimentare della selvaggina - Immagine generata con IA per Hunting Log – ©️ Moonshot Media Srl SB
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Il paradosso della morte che non si vuole vedere

Possiamo discutere limiti, regole e sostenibilità della caccia. Più difficile è condannarla in assoluto senza interrogarsi sulle altre forme, spesso invisibili, attraverso cui utilizziamo gli animali

Avrete sicuramente letto qualche mese fa della campagna della Fondazione Capellino contro la caccia. A me ha colpito soprattutto uno slogan: "Niente giustifica la caccia". Una frase perentoria: non "questa caccia", non "una caccia non sostenibile", non "una caccia che non rispetta determinati criteri" ma un perentorio "Niente giustifica la caccia". Punto.

Legittimo, ognuno può avere le proprie convinzioni e può anche battersi perché la caccia venga abolita. Ma quando si sceglie di costruire una campagna pubblica su un'affermazione così assoluta, allora bisogna essere pronti ad accettare una domanda molto semplice: il principio vale sempre o soltanto quando parliamo del cacciatore?

Il motivo al centro

Perché la stessa realtà che attraverso una campagna pubblicitaria ci spiega che niente giustifica la caccia produce, attraverso Almo Nature, alimenti per cani e gatti che contengono carne e pesce. E tra le carni utilizzate compare, pensate un po', anche il cinghiale. La risposta alle polemiche che ne sono seguite è che si tratta di carne proveniente dalla filiera destinata all'alimentazione umana e che quindi il pet food non determinerebbe, secondo la Fondazione, un'ulteriore uccisione di animali. Ma, allora, il problema non è più l'uccisione dell'animale. Il vero problema diventa il motivo per cui quell'animale viene ucciso. Se viene ucciso dal cacciatore, è moralmente inaccettabile, se viene ucciso per entrare nella filiera alimentare e poi una parte di quella carne finisce nella ciotola di un cane, invece va bene. È una posizione possibile, naturalmente. Ma non è la stessa cosa di dire che "niente giustifica la caccia".

E qui arriviamo al punto che continuo a trovare curioso nel dibattito contemporaneo sulla caccia. Sembra che l'animale diventi improvvisamente portatore di "diritti" diversi a seconda di chi ne determina la morte. Il cacciatore vede l'animale, conosce il territorio, conosce le stagioni, osserva il comportamento della specie e, quando effettua un prelievo, se ne assume direttamente la responsabilità. Nella nostra vita quotidiana, invece, possiamo mangiare carne senza aver mai visto l'animale da cui proviene. Possiamo acquistare un alimento per il nostro cane o il nostro gatto senza sapere praticamente nulla della sua filiera. La morte, in special modo quella animale, è semplicemente scomparsa dalla nostra vista (quella umana non è più un tabù, basta vedere un qualsiasi tg).

Un paradosso morale

E forse è proprio questo il grande paradosso della nostra società, abbiamo delegato la morte degli animali a qualcun altro e poi ci siamo convinti di essere moralmente migliori perché non la vediamo. Io non sostengo, né ho mai sostenuto, che la caccia sia automaticamente sostenibile perché è caccia. Al contrario, la caccia, come qualsiasi attività che utilizza una risorsa naturale, deve rispettare regole, conoscenze scientifiche, consistenza delle popolazioni, habitat e capacità degli ecosistemi. Quando questi criteri vengono meno, ovviamente, viene meno anche la sostenibilità del prelievo.

Ma questo ragionamento è molto diverso dal dire che la caccia sia, per sua stessa natura, ingiustificabile e, soprattutto, è molto diverso dal pretendere di stabilire una gerarchia morale tra le diverse forme attraverso cui l'uomo utilizza gli animali.

Il Gentiluomo di campagna dovrebbe avere almeno l'onestà di non raccontarsi o raccontare favole sulla natura. La natura non è un'immagine patinata con un cane felice che corre in un prato, la natura è vita e morte, predazione e competizione, nascita e sopravvivenza. E l'uomo, che piaccia o no, ne fa parte. Possiamo discutere di come debba comportarsi, possiamo stabilire limiti, regole e responsabilità e perfino decidere che alcune attività non ci piacciono. Ma se vogliamo affrontare seriamente il rapporto tra uomo e animali, dovremmo almeno partire da un principio molto semplice: la coerenza.

Perché prima di chiedere agli altri di cambiare il proprio rapporto con gli animali, sarebbe opportuno guardare con attenzione al nostro per scoprire che il problema non è così semplice come vorrebbero farci credere certe campagne pubblicitarie. La natura non ha bisogno di questo, ha bisogno di conoscenza, responsabilità e misura. Questo è il punto da cui, secondo me, dovrebbe ripartire anche il dibattito sulla caccia.


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