
di Giuliano Milana
In difesa della caccia (e delle minoranze impopolari)
La libertà non consiste nel proteggere soltanto le idee condivise, ma nel garantire rispetto e cittadinanza anche a chi sostiene posizioni minoritarie, purché lecite e rispettose delle regole comuni
Vi è un curioso paradosso del nostro tempo. Ci si proclama difensori della diversità, dell'inclusione e del rispetto delle minoranze, purché siano quelle che non mettano in discussione la morale dominante. Quando ciò accade, il linguaggio cambia e il dialogo lascia il posto alla delegittimazione, il confronto alla condanna.
La comunità venatoria rappresenta oggi una delle minoranze culturali più stigmatizzate d'Italia. Non si contesta soltanto ciò che fa, ma spesso le si nega persino il diritto di esistere come espressione legittima di una diversa concezione del rapporto tra uomo e natura oltre che attività lecita come da prescrizioni legislative nazionali nonché da indicazioni tecnico/scientifiche. È un fenomeno che merita una riflessione, indipendentemente dall'essere o meno cacciatori.
In una società liberale il diritto non coincide con la morale di una sola parte. Una società libera si fonda sul pluralismo dei valori quindi persone ragionevoli possono perseguire concezioni diverse del bene senza che una debba necessariamente annientare l'altra. Quando una convinzione morale pretende di trasformarsi nell'unico criterio legittimo per tutti, il pluralismo lascia il posto al dogmatismo.
Questa distinzione è fondamentale. Ritenere la caccia moralmente inaccettabile è una posizione perfettamente legittima. Pretendere però che quella convinzione diventi l'unica norma valida per tutti significa oltrepassare il confine tra opinione e imposizione.
Persino l'etologia e la biologia della conservazione ci insegnano che il rapporto tra l'uomo e la fauna non può essere ridotto a categorie assolute di "bene" e "male". Numerosi zoologi ed ecologi hanno evidenziato come la gestione della fauna richieda conoscenze ecologiche, valutazioni scientifiche e mediazioni sociali. La conservazione della biodiversità non coincide automaticamente con l'abolizione di ogni forma di prelievo, così come il prelievo non equivale necessariamente alla distruzione della natura.
Il Gentiluomo di campagna dovrebbe ricordare, prima di ogni altra cosa, che la forza delle idee non si misura dalla capacità di mettere a tacere quelle altrui. Chi ama davvero la libertà difende anche il diritto dell'altro a vivere secondo principi diversi dai propri, purché nel rispetto delle leggi e della convivenza civile.
Noi non chiediamo che tutti diventino cacciatori. Non pretendiamo che chi prova repulsione per la caccia la pratichi. Chiediamo soltanto che una scelta lecita, regolata e storicamente radicata possa continuare a essere discussa con argomenti, e non demonizzata con anatemi morali. La civiltà non consiste nell'uniformità del pensiero, ma nella capacità di convivere con differenze profonde senza trasformarle in motivo di esclusione. Quando una società pretende di eliminare ogni minoranza culturale che non condivide la sensibilità dominante, smette di essere pluralista e rischia di assomigliare proprio a ciò che dice di combattere.
Forse il vero banco di prova della democrazia non è il modo in cui tutela le idee della maggioranza, ma quello in cui protegge le minoranze più impopolari. La libertà non si misura da quanto siamo disposti a difendere chi la pensa come noi, bensì da quanto siamo capaci di garantire dignità, parola e cittadinanza anche a chi sostiene idee che non condividiamo. Se un'opinione può essere messa a tacere soltanto perché è minoritaria o impopolare, allora nessuna libertà è davvero al sicuro.
Se sei interessato alla caccia sostenibile e alla conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica, segui la pagina Facebook e l'account Instagram di Hunting Log, la rivista del cacciatore responsabile.



