
di Redazione
La caccia alla beccaccia: guida pratica per la Regina del bosco
Dai luoghi di sosta alle condizioni meteorologiche, dal corretto approccio al cane fino alla scelta del momento giusto per sparare: una guida ricca di esperienza pratica per comprendere davvero la caccia alla beccaccia, dove la conoscenza del bosco vale più di qualsiasi attrezzatura
In fin dei conti, tutti (o quasi) possono praticare la caccia alla beccaccia; è sufficiente disporre di un cane, di un fucile e qualche cartuccia (sovente molto poche), un bosco o un luogo che si conosce e si presume frequentato dall'arcera e il gioco è fatto. Ma è realmente così?
No, assolutamente; senza voler tirare in ballo per forza di cose un'etica che ci deve accompagnare in ogni gesto venatorio, la caccia alla Regina del bosco presenta di fronte al cacciatore una serie di regole (alcune non scritte) che devono però essere conosciute e rispettate. Così come una serie di accorgimenti tecnici e balistici che cercheremo di sviscerare.
I luoghi di caccia
Fatto salvo il turismo venatorio in posti più o meno frequentati dalle beccacce, dove spesso e volentieri i mirabolanti sogni di carnieri opimi di beccacce si scontrano con la realtà dei fatti e del buonsenso, un cacciatore di beccacce si troverà a calcare i boschi della sua zona o di zone limitrofe. Non tutti i posti sono oggetto di passaggio e sosta, malgrado possano sembrare i più accoglienti della terra per lo scolopacide. Parimenti, alcune zone che sembrano depresse e prive di selvaggina appaiono popolate dallo sfuggente e imprevedibile selvatico. Perché questo? Molte ipotesi sono state fatte in proposito e non vi sono certezze. Anzi, dubitate di chi vi racconta morte e miracoli delle beccacce; sarà il primo a non sapere. Vige un detto di un mio amico; "sulle beccacce più so e più… non so!", che esprime anche la frustrazione per non venire mai a capo di certi comportamenti del selvatico.

Certo, con l'esperienza, imparerete che alcune zone, alcune "buche" sono più facilmente zona di sosta dello scolopacide; non troverete mai una beccaccia in mezzo a un campo pulito, a meno che non sia ferita o sorpresa in un atteggiamento di pastura (peraltro incompatibile con gli orari leciti di caccia). Però è capitato di trovarne più esemplari anche in piccole e limitate strisce di siepe, più adatte a fagiani che cercano di nascondersi che non a beccacce in sosta. Così come l'ho trovata in canneti, in cespugli che sembravano l'ultima forma di vegetazione sulla terra e invece celavano la preziosa preda. Ma anche in luoghi dove, camminando alla ricerca di una via di fuga, si erano letteralmente andate ad incastrare nell'intricata e spinosa vegetazione, dove neppure il cane riusciva a sfondare. Questo è uno degli aspetti più belli della caccia alla beccaccia; l'imprevedibilità!

La beccaccia predilige zone ombrose per il riposo dall'abbuffata notturna di vermetti e lombrichi, possibilmente in zone umide o con acqua vicino. E, questo sì, sempre con una (o più) via di fuga. Magari voi non l'avete identificata, ma è molto difficile sorprendere una beccaccia "incantonata" in un angolo. Il suo luogo di posata sarà sempre un posto che le consente di involarsi e cercare la salvezza. Sovente partirà da una punta (di bosco, di siepe, di cespuglio), magari dopo aver pedinato nella speranza di disorientare il cane.
Dalla teoria, alla pratica
Vi racconto uno dei mille episodi che ho vissuto realmente, praticando la caccia alla beccaccia in luoghi fra i più strani dell'Italia e del pianeta… io e il mio "socio" di caccia siamo entrati in un bosco in pieno autunno, caratterizzato da una marcata siccità; lo conoscevamo bene e sapevamo essere solitamente popolato da alcune beccacce nel pieno periodo del passo. Niente, non troviamo assolutamente niente, anche se abbiamo avuto la percezione di un paio di involi a notevole distanza. Ma facevamo fatica perché la siccità creava un continuo rumore di foglie secche e di rami spezzati sotto i nostri passi; addirittura sotto l'incedere dei cani. Il giorno dopo abbiamo ritentato il bosco, ma io sono letteralmente uscito, per andare in testa a esso, mentre il mio compare procedeva all'interno, more solito, con i cani. Orbene, ho visto transitare sopra la mia testa, a 15 metri di altezza non una, non due, non tre, ma ben sette beccacce! Evidentemente, smaliziate, non appena sentivano rumori molesti nel bosco, si involvano. Inutile dire che non ho sparato un colpo.

Pur se ognuno di noi vuole portarla a casa nel carniere, la beccaccia va "colta" nel modo più rispettoso possibile, non certo fucilata come un pollo qualsiasi. È un animale scaltro e sono sempre dell'idea che quando la incarnieriamo, è perché ha sbagliato qualcosa lei, più che essere bravi noi.
A proposito di zone più o meno idonee, la temperatura è fondamentale; se la beccaccia non riesce a piantare il becco per terra alla ricerca del cibo perché il terreno è gelato, state pur sicuri che partirà nottetempo alla ricerca di altri territori. E questo accade dalla sera alla mattina, per tutte le beccacce presenti nella zona, anche se erano tanti gli incontri registrati solo il giorno precedente. Quindi, in aggiunta alla temperatura esterna, sono le condizioni ambientali a fare la differenza.

Ancora un esempio; Croazia, giornata da ricordare per il numero di incontri. Tutti contenti ci prepariamo per il giorno dopo, convinti di replicare l'odierno. Nella notte arriva una bufera di neve a vento, che in un paio di ore riesce a coprire il terreno. Risultato? Beccacce sparite, letteralmente; ne trovammo un paio sotto quei pochi alberi che ancora non avevano la base ricoperta di neve. Non avevamo portato i fucili, sempre per evitare "fucilazioni", solo perché costretti dalle avversità meteo.
E ancora; più o meno la stessa situazione appena descritta, ma verso la sera del giorno di caccia comincia a calare una nebbia fitta, insistente nella conca. Risultato? Ancora una volta l'indomani le beccacce erano sparite, evidentemente disturbate dalla nebbia che attanagliava forme e contorni del territorio. Stesso discorso se si preannunciano perturbazioni, che possono essere foriere dell'arrivo di beccacce sospinte dal maltempo o scacciate dal maltempo stesso nelle zone di sosta.
Una o due? O più?
Talvolta capita di girovagare per giornate intere senza vedere volare una penna e poi… due beccacce a pochi metri l'una dall'altra. Anzi, che dico, tre! Anzi, quattro, cinque in 100 metri quadrati. Fantasia? Deliri o sogni improbabili? Forse, ma qualche volta si realizzano. Noi non lo sappiamo il perché di questi assembramenti ma le beccacce sì; e non possiamo che prenderne atto, magari nella speranza di ripercorrere quei luoghi l'anno successivo, data l'abitudine delle beccace di frequentare gli stessi luoghi. Condizioni favorevoli per l'alimentazione, per il nascondiglio, chissà. Fatto è che si trovano ammassate, in un modo persino indecoroso per la specie.

Altro episodio reale: cane in ferma dopo una lunghissima guidata in discesa su un pendio, poche foglie sulle piante e ampia visuale. Mi posiziono al meglio (quella che pensavo fosse la miglior posizione) e ripercorro mentalmente il quadro che mi si dipinge davanti. Tocco il pulsante della sicura del mio sovrapposto per verificare che sia disinserita, controllo che il fucile sia chiuso, mi avvicino lentamente al cane fremente che aspira aria dalle nari a più non posso. Parte la beccaccia, con il solito – emozionante – frullo fragoroso che tante volte mi ha lasciato inebetito. Bam! La beccaccia si accartoccia ma il cane non parte al recupero. Non capisco e incito il cane, perdendo la concentrazione. Aveva ragione l'ausiliare, ovviamente; dallo stesso punto di involo della prima, parte una seconda beccaccia e – con grande fortuna – recupero la posizione e un minimo di postura per allungare la seconda fucilata ed intercettare il volo del selvatico.

Volete sapere una cosa? Di beccacce ce n'era pure una terza, a circa quattro metri dalle prime due. Ovviamente fucile scarico, ovviamente impotente. Quindi, quando alzate una beccaccia, quale che sia l'esito, non perdete la concentrazione; raro, ma può verificarsi il fatto che ve ne sia un'altra nei pressi, potremmo stare a discutere sul fatto che quando ne troviamo due possa trattarsi di una coppia, ma il sesso delle beccacce è come quello degli angeli, anche se una cosa ve la dirò alla fine.
La posizione del cacciatore
Sembra elementare ribadire che il cacciatore debba posizionarsi nel modo a lui più favorevole, ma l'enfasi, la frenesia di un avvicinamento frettoloso con il cuore in gola, talvolta in ripida salita, la fatica, la vegetazione, fanno sì che la beccaccia riesca a saltare su e involarsi nella direzione di sparo meno congeniale. Perché questo? Perché il cacciatore si posiziona male. Quello che sembra un innocente rametto fra noi e il cane, si rivelerà un ostacolo formidabile per la corretta messa in mira dell'arma; quella che sembra una visuale aperta, si rivelerà uno stretto spiraglio in cui sperare di indirizzare le canne del fucile e così via discorrendo. Come rimediare? Certamente con l'esperienza, ma vi consiglio di fare delle prove "in bianco". L'occasione migliore è nel periodo di caccia chiusa, quando possiamo portare il cane o i cani proprio sulle beccacce; pur tuttavia, facendo affidamento sulla memoria dei posti frequentati, potete farlo anche senza cane. Immaginate che il cane sia in ferma in un punto impervio del bosco e cercate di mettervi in quella che potrebbe essere la posizione migliore di tiro. Non è un esercizio inutile, tutt'altro; a forza di analizzare la situazione che ci circonda, cercheremo istintivamente di trovare la posizione migliore anche quando serve, ossia quando la beccaccia è realmente a pochi passi da noi.

Un errore da evitare riguarda l'avvicinamento; deve risultare il più possibile silenzioso (quando si può fare, naturalmente); se la beccaccia appare più confidente nei confronti del cane che l'ha fermata, non lo è con un umano magari corpulento che si avvicina sbuffando, sbraitando e facendo un rumore paragonabile a quello di un carro armato in manovra. Correte il rischio di sentirla frullare senza vederla o di vederla per un fugace istante, per poi sparire nella vegetazione. Naturalmente questo vale ancor di più se la beccaccia oggetto dell'incontro non è appena arrivata; se l'arcera ha infatti già cognizione di cani e cacciatori, sarà molto più "nervosa" e pronta a saltare via, rispetto a una beccaccia arrivata notte tempo, magari stanca, affamata e ingenua.
Le situazioni appaiono molto diverse fra loro; beccacce che partono al minimo accenno di cani e cacciatori a debita distanza di sicurezza e beccacce che invece le abbiamo a meno di un metro dalla punta del naso del cane, immobili. In questo caso l'esperienza non solo vostra, ma del vostro cane, aiuterà a capire in quale situazione ci troviamo.

Sparo sì o sparo no?
Conosco cacciatori che non sparano se non "a colpo sicuro" e altri che sparerebbero anche alle zanzare, se solo avessero il becco lungo. Chi ha ragione? Difficile dirlo; chi spara sempre ha un suo perché, mentre chi è avverso a questa pratica giustifica una certa lentezza nel compiere i movimenti (molto rapidi) che seguono l'involo della beccaccia; oppure vuole evitare confusione, ferimenti inutili, spreco di piombo o altri materiali nell'ambiente. Tutte ragioni valide. Però, c'è un però, la beccaccia non è certamente un selvatico molto resistente e sovente uno o pochi pallini sono sufficienti ad arrestarne il volo, specialmente se la numerazione del pallino non è troppo piccola.

Si deve poi tenere in considerazione il fatto che la Regina è fenomenale nel riuscire a frapporre fra sé e il cacciatore quanti più ostacoli possibili, con il risultato che buona parte della sventagliata di piombo (o altro) si perderà nella vegetazione.
Altri due esempi di caccia vissuta; dopo un lungo "corteggiamento", riusciamo a far frullare un'arcera che sembrava veramente furba nel suo comportamento teso a far impazzire cani e cacciatori; parte male e arrischiamo un colpo sia io, sia il mio socio di giornata. Non la vediamo più, ma neppure viene trovata dai cani. Cerchiamo in una zona piuttosto intricata per una buona mezzora e stiamo per desistere quando una leggera piumetta svolazza nella brezza… cosa che rafforza la convinzione nella cerca. Dopo tanto faticare, la vediamo a malapena, infilatasi di testa (dalla parte del becco) in uno spinosissimo cespuglio di more, praticamente celata alla vista e a circa 1,5 metri di altezza da terra.

Ancora; io e mio padre arriviamo sul cane in ferma e parte una beccaccia; sparo un colpo, convinto però di non averla colpita. Mio padre asserisce il contrario, avendo una visione migliore dalla sua posizione. Andiamo alla cerca, poco aiutati dal cane. Dopo qualche minuto, la vediamo come "appoggiata" su un cespuglio, composta, con le ali chiuse e la testa parzialmente reclinata verso il petto. Tutto contento faccio per prenderla con le mani, quando la beccaccia a pochi centimetri dal mio palmo apre il meraviglioso occhione e vola via con un battito d'ali fragoroso e stupefacente. Né io, né mio padre siamo stati capaci di prendere il fucile e spararle, malgrado fosse in volo completamente al pulito, lontano da ogni ostacolo. Cosa era successo? Non lo sappiamo, ovviamente; l'ipotesi più accreditata è che l'animale fosse stato colpito da residui del borraggio (o del dispersore), cosa che ha provocato uno shock momentaneo, tramortendolo. Ma non aveva accusato nessuna ferita da pallini che potesse invalidarla. Terminato lo shock, semplicemente si è ripresa e si è data alla fuga, con relativo stupore immobilizzante dei cacciatori.
A caccia in compagnia
La compagnia? Limitata al massimo: la persona fidata, il compagno di caccia da una vita, l'amico con il quale condividete gioie e dolori nella vostra passione sì; la compagnia caciarona di conoscenti anche no! Abbiamo già ribadito la necessità di cacciare il più possibile in silenzio, figuriamoci con persone che urlano ogni dieci metri per segnalare la loro posizione, che chiamano il cane con fischietti che neppure una vuvuzela del Sudafrica, che non perdono occasione per chiamare/rispondere al telefono nel bel mezzo di un negoziato con la Regina; insomma, avrete capito che nel bosco si va in silenzio. Il bosco ci accoglie, ci ospita temporaneamente e cerchiamo di rispettarlo. Già lo sparo è una fonte di rumore inevitabile ma piuttosto forte nell'economia di un ambiente silvano; cerchiamo almeno di limitare gli altri.

Questo mi da l'occasione per aprire un ulteriore capitolo, quello dei localizzatori. Sto parlando dei GPS dei collari satellitari, di tutte le diavolerie moderne che consentono di avere sempre sottomano la posizione del cane o dei cani e anche del compagno di caccia. Avendo diverse primavere sulle spalle, ricordo che gli albori della mia pratica beccacciaia prevedevano soltanto un piccolo campano attaccato al collo del mio setter inglese; mio nonno non tollerava altro (non c'era altro) e sovente lo staccava pure, in quanto il cane era abituato a restare in contatto visivo. Questo, in effetti, non vale per tutti i cani e per tutti i territori, laddove la vegetazione intricata può effettivamente celare alla vista la posizione dei compagni di caccia e degli ausiliari, pur se a pochi metri. I dispositivi satellitari oggi appaiono irrinunciabili, anche per non correre il rischio di perdere il cane; fra i mille presenti sul mercato, la mia scelta personale va a quelli che permettono una connessione con il telefono e che non disturbano con dei beeper invadenti. Un beep continuo, insistente, potente, talvolta è fastidioso sia per noi, sia per la beccaccia. Ci consente di capire dov'è il cane in ferma questo sì, ma cerchiamo un compromesso.
Il sesso delle beccacce
Questione che ha provocato milioni di commenti e opinioni differenti, sino a giungere alla conclusione (da parte degli autorevoli esponenti del Club della Beccaccia) che è possibile determinare il sesso delle beccacce soltanto all'autopsia, evidenziando le gonadi maschili o femminili. È così?

Un giorno di tanti anni fa, in Croazia, un vecchio cacciatore locale, un tipo poco raccomandabile dati i trascorsi militari, mi stupì dicendo che era capace di determinare il sesso. Come? Prendendo il capo appena abbattuto, girandolo a pancia in su e andando con un dito, senza fare pressione, nei pressi dell'osso pubico; se la punta del dito, assolutamente senza forzare (per via della mobilità intrinseca di questi ossicini) percepiva la punta delle due ossa attaccate, si trattava di un maschio; se la punta del dito percepiva un piccolo spazio (qualche mm) fra le punte della sinfisi ischio-pubica, trattavasi di una femmina; se lo spazio era maggiore (più di 1 cm), trattavasi di una femmina che aveva già deposto almeno una volta le uova. Fantasia? Forse, ma ogni volta che ci ho provato e poi verificato all'autopsia, il sesso era quello predetto. Incredibile, no? Da provare, quanto meno.
Dove riporre il capo abbattuto
La risposta più appropriata sarebbe: "dove volete, ma con rispetto della spoglia". Ed è così; c'è chi preferisce riporre il capo abbattuto nella "ladra" (tasca posteriore della giacca), dopo aver reclinato la testa con il lungo becco sotto un'ala, chi utilizza i sacchetti di carta del pane, che permettono di non scompaginare il bellissimo piumaggio autunnale delle Regina, chi passa la giornata a tenere in mano l'arcera, con un senso di rammarico per aver colto questo prezioso dono del bosco e della Natura. Ultimamente sono usciti in commercio anche dei sacchetti appositi, sagomati, che consentono di riporre perfettamente il capo abbattuto. A voi la scelta, ma rispettate sempre ciò che la vostra passione vi ha permesso di ottenere.
La penna del pittore
È una minuscola e rigida piuma di circa 2 cm situata alla base della prima remigante di ogni ala; se i pallini non l'hanno strappata dalla sua sede (difficile che avvenga e mai bilateralmente), toglietela e conservatela. Non viene via facilmente, dovrete esercitare una decisa trazione; viene chiamata la penna del pittore perché proprio i pittori nel passato la utilizzavano per i piccoli ritocchi. Sembra fatta per questo, dura, appuntita e perfetta per i piccoli particolari. Tenetela, anche se non siete dei Giotto o Raffaello. Saranno comunque testimonianze e ricordi della vostra attività venatoria, non c'è dubbio. Due piume equivalgono ad una beccaccia, non vi sono trucchio o inganni.

Il cane
Anche in questo caso potremmo stare a disquisire anni senza trovare il bandolo della matassa; c'è chi predilige i setter inglesi, chi gli irlandesi, chi i bracchi, italiani o tedeschi, chi i pointer, chi gli epagneul breton, chi… utilizza quello che ha, talvolta con risultati non bellissimi dal punto di vista estetico, ma certamente efficaci e performanti sul terreno di caccia, in barba alla postura. Su tutte, una regola aurea; che il cane, quello che sia, abbia un buon naso per seguire la regina, non sia frettoloso ma costante e che mantenga elevata l'attenzione per la sua autonomia di caccia. Troppo volte vedo cani che partono a mille e dopo i primi insuccessi o in assenza di beccacce si annoiano e smettono semplicemente di cacciare.

Il riporto è altresì fondamentale; spesso la beccaccia cade in posti intricati, talvolta è ferita e pedona via, infilandosi in posti inaccessibili; se il cane non è dotato di un eccellente riporto e costanza nella cerca, sono dolori. Perdere un animale perché lo abbiamo sbagliato al tiro, ci sta e non è un peccato. Perdere una beccaccia perché non la troviamo dopo l'abbattimento è un peccato… mortale!
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