
di Giuliano Milana
La caccia comincia prima dello sparo
Aspettare, conoscere, scegliere e, quando necessario, rinunciare. Lo sparo misura un istante: è tutto ciò che viene prima a dare significato alla caccia
C'è un momento, ogni anno, in cui la caccia ricomincia. Non è quello in cui si sente il primo colpo, non è nemmeno quello in cui si apre la stagione sul calendario; per me, la caccia ricomincia molto prima. Ricominicia quando si apre l'armadio e si ritrovano gli abiti della campagna, quando si ingrassano gli scarponi, si pulisce il fucile, si mette ordine tra munizioni e cartucciere. Ricomincia quando si torna a percorrere una strada sterrata che per mesi non si era più percorsa, quando si guarda un campo e ci si accorge che qualcosa è cambiato.
La caccia, prima ancora di essere un'azione, sicuramente è attesa; ed è forse proprio questo che oggi facciamo più fatica a comprendere. Ce lo siamo detti tante volte, viviamo in un tempo nel quale tutto deve accadere subito. Una fotografia viene scattata e condivisa nello stesso istante, una risposta deve arrivare immediatamente, un desiderio deve trasformarsi rapidamente in qualcosa che possiamo avere. Anche il rapporto con la natura rischia di essere interpretato attraverso questa logica… si va nel bosco per ottenere qualcosa, per vedere qualcosa, per fotografare qualcosa, per portare a casa qualcosa.
Il valore dell'attesa
Il cacciatore, invece, dovrebbe conoscere un verbo ormai quasi dimenticato: aspettare. Aspettare l'alba, aspettare il passo, aspettare il momento giusto. E, soprattutto, aspettare senza la certezza che quel momento arriverà.
È qui che la caccia comincia davvero, perché prepararsi a cacciare significa anche prepararsi alla possibilità di non sparare. Un selvatico può non presentarsi, può arrivare fuori tiro, può offrirsi in una situazione che non convince; può bastare un dubbio, una traiettoria incerta, una condizione sfavorevole perché il grilletto resti fermo.
Probabilmente è proprio in quel momento che si misura il cacciatore… non quando preme il grilletto, ma quando decide di non farlo. La legge ci dice fin dove possiamo arrivare. Poi, però, c'è qualcosa che viene prima della legge ed è il buon senso. Quello che ti fa abbassare il fucile quando una situazione non ti convince, anche se nessuno ti impedirebbe di fare diversamente.
Il gentiluomo di campagna e la sua regola
Il gentiluomo di campagna, almeno per come lo intendo io, non cerca continuamente il limite della regola per vedere fin dove può spingersi. "Il premio del cavaliere è la sua regola" si recitava nei codici cavallereschi medievali. Conosce il limite e, quando serve, sceglie semplicemente di fermarsi un passo prima. È una forma di disciplina che non ha bisogno di essere esibita. Del resto, la vera eleganza è quasi sempre una rinuncia all'eccesso.
Anche per questo il gentiluomo di campagna continua a considerare la preparazione parte integrante della caccia. Conoscere il territorio, avere rudimenti di ecologia e zoologia, studiare le abitudini della selvaggina, conoscere le armi e la strumentazione, scegliere con attenzione l'attrezzatura, rispettare le regole… tutto questo non è ciò che viene prima della caccia, è la caccia.
Lo sparo è soltanto il suo momento più breve, un istante. Tutto ciò che lo rende degno di essere compiuto accade prima. Accade durante le ore trascorse senza vedere nulla, camminando, imparando a conoscere una specie prima ancora di pensare a sparargli. Accade conoscendo il territorio abbastanza bene da sapere dove passare e dove, invece, non disturbare. Accade anche tornando a casa con il carniere vuoto e scoprendo che la giornata non è stata affatto vuota.
La caccia è cultura
Questa è forse una delle differenze più profonde tra chi vive la caccia come semplice esercizio di prelievo e chi la considera una cultura. Nel primo caso il risultato si misura in ciò che si porta a casa, nel secondo si misura anche in ciò che si è imparato, osservato, rispettato e, qualche volta, lasciato andare.
E anche ciò che si porta a casa dovrebbe ricordarci questa responsabilità. La selvaggina non è un semplice trofeo né un risultato da esibire; è carne, alimento, frutto concreto di un prelievo che proprio per questo merita rispetto. Utilizzarla, conservarla e consumarla con cura significa dare un senso compiuto a ciò che è avvenuto sul terreno. Perché se si decide di togliere una vita, non dovrebbe mai essere per il gusto di possedere qualcosa, ma assumendosi fino in fondo la responsabilità di ciò che quella scelta comporta. Anche questo fa parte della cultura venatoria: non sprecare, non ostentare, non dimenticare mai che dietro il carniere c'è un essere vivente e, davanti a noi, una responsabilità.
Gli insegnamenti della campagna
La campagna insegna questa lezione con una semplicità che noi uomini abbiamo progressivamente dimenticato; non tutto ciò che possiamo prendere deve necessariamente diventare nostro. É una lezione antica, ma tutt'altro che nostalgica; anzi, credo sia una delle cose più moderne che il cacciatore possa imparare.
In un'epoca ossessionata dal consumo, dall'accumulo e dalla disponibilità immediata, la capacità di fermarsi davanti a qualcosa e dire "non oggi" è una forma di libertà. E forse è proprio questa la qualità che vorrei ritrovare nel gentiluomo di campagna contemporaneo: non il culto del passato, non la caricatura del cacciatore d'altri tempi, ma la consapevolezza che ogni privilegio porta con sé una responsabilità.
Anche quella di saper aspettare, di saper rinunciare, di sapere che il bosco non ci deve nulla. Quando finalmente arriva il momento, quando il selvatico appare e tutto ciò che abbiamo preparato per mesi si concentra in pochi secondi, il colpo dovrebbe essere quasi la conseguenza naturale di tutto il resto, non il fine.
Perché la caccia non comincia quando imbracciamo il fucile, comincia molto prima; lo sparo, quando arriva, dura soltanto un istante. Tutto ciò che rende quell'istante degno di essere vissuto arriva da molto lontano.
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