
di Matteo Brogi
La caccia e la sua zona d'ombra
Negare la componente passionale della caccia non la rende più credibile: riconoscerla significa accettarne la zona d'ombra e imparare a darle forma e limite
Lo scorso 14 settembre Avvenire ha pubblicato una riflessione di Michel Maffesoli dal titolo Cosa accade se si cancella la violenza?. Il sociologo francese non parla di caccia. Il suo ragionamento riguarda qualcosa di molto più ampio: il rapporto dell'uomo e della società con la violenza, la forza e quella «zona d'ombra» che ogni progetto di civilizzazione tende, comprensibilmente, a contenere.
La tesi è volutamente paradossale. Una società che si illude di poter eliminare completamente la violenza dalle relazioni umane rischia non di diventare più pacifica, ma di produrre forme di violenza più incontrollate. Ciò che viene rimosso non necessariamente scompare: può riemergere senza regole, senza rituali e senza limiti. Mi pare che ne abbiamo quotidiana conferma. È in questo senso che Maffesoli invita ad «accettare l'animalità per evitare la bestialità».
Accettare, naturalmente, non significa legittimare ogni manifestazione della forza o abbandonarsi agli impulsi. Significa riconoscerne l'esistenza per poterla contenere e darle una forma. Maffesoli richiama infatti la capacità delle società di ritualizzare la violenza, inscrivendola entro confini socialmente riconoscibili. È difficile, leggendo queste righe, non pensare anche alla caccia.
Una parola difficile: violenza
L'uccisione di un animale è un atto violento. Dirlo non significa equiparare la caccia alla crudeltà, semplicemente riconoscere la natura di un gesto che interrompe intenzionalmente una vita. Il mondo venatorio preferisce giustamente insistere su altri aspetti: gestione delle popolazioni, conservazione degli habitat, contenimento dei danni agricoli, produzione di carne, controllo delle specie invasive. Sono argomenti fondati, che anche su Hunting Log mettiamo al centro.
Ma qui occorre distinguere due piani distinti. Un conto è chiedersi quale funzione possa avere oggi la caccia nella gestione responsabile della fauna e degli ecosistemi; un altro è domandarsi che cosa spinga una persona a diventare cacciatore. La conservazione può essere una conseguenza concreta della pratica venatoria, una responsabilità che il cacciatore assume e persino una delle sue motivazioni consapevoli, senza per questo esaurire le ragioni più profonde che lo portano a cacciare. È su questo secondo piano, più antropologico che gestionale, che si sviluppa il ragionamento che segue.
Caccia, alimentazione e... sesso
Il tema si palesa, dunque, non quando si riconoscono alla caccia funzioni gestionali e conservazionistiche, ma quando queste vengono utilizzate per descriverla interamente, lasciando fuori la sua dimensione passionale. È il territorio esplorato da Florian Asche in Jagen, Sex und Tiere essen. Die Lust am Archaischen, (Caccia, sesso e mangiare animali. Il piacere dell'arcaico, 2012) dove caccia, alimentazione e sessualità vengono accostate come espressioni di passioni profondamente radicate nella natura umana.
Il giornalista e cacciatore polacco Łukasz Dzierżanowski riprende la provocazione in un articolo pubblicato da Brać Łowiecka (Caccia, sesso e mangiare animali – Che cosa accomuna la caccia alla passione?) e pone una domanda ancora più diretta: perché cacciamo? Perché, quando gli viene chiesto che cosa lo spinga a cacciare, il cacciatore tende spesso a rispondere indicando unicamente le funzioni della caccia – gestione faunistica, agricoltura, biodiversità – anziché interrogarsi sulle proprie motivazioni personali?
L'emozione della caccia
Asche porta la questione alle estreme conseguenze: la caccia procura anche piacere ed eccitazione. Dzierżanowski ne riassume il punto senza attenuarlo: «Cacciamo […] perché ci emoziona e ci procura piacere». Non soltanto per questo. Anche per questo. Negarlo significa lasciare senza risposta una domanda elementare: perché qualcuno sceglie volontariamente di diventare cacciatore? Si comincia a cacciare anche perché la caccia affascina, coinvolge, emoziona.

Negare questo piano non rende il discorso sulla caccia più nobile o più credibile. Al contrario, rischia di renderlo elitario, oppure, peggio, ipocrita e moralista, perché costringe a nascondere una componente dell'esperienza che appartiene alla storia stessa della caccia. Il piacere della ricerca, dell'attesa, dell'incontro con il selvatico e anche dell'atto venatorio non contraddice necessariamente la responsabilità con cui questa pratica viene esercitata. Sono piani diversi, che possono convivere. Ed è proprio qui che si innesta la riflessione di Maffesoli: è necessario riconoscere quella parte dell'uomo che una rappresentazione completamente razionalizzata vorrebbe espellere.
Una pulsione arcaica e naturale, quindi, starebbe alla base della scelta di diventare cacciatore. Il fatto che sia naturale non significa automaticamente giusta. Una pulsione può essere antica e autentica senza diventare per questo una norma morale. Dzierżanowski ce lo ricorda: l'istinto va riconosciuto, ma anche controllato. L'eccesso resta tale, per tornare al titolo del saggio di Asche, «a tavola, a letto e a caccia».
Il desiderio e il suo limite
Un altro articolo dello stesso Dzierżanowski (Insaziabilità – Sulle fonti della soddisfazione venatoria), porta il discorso un passo avanti. Se il primo testo si domanda perché desideriamo cacciare, il secondo si interroga su che cosa cerchiamo nella caccia e quando possiamo considerarci soddisfatti nel praticarla.
Di nuovo, le aspirazioni possono essere diverse: immersione nella natura, compagnia, ritualità, risultato, abbattimento, trofeo, competenza. Il problema nasce quando il risultato diventa l'unica misura. La riflessione di Dzierżanowski si apre con il racconto di una giornata di caccia: uno splendido esemplare di cervo arriva a tiro durante il bramito. Lui potrebbe sparare. Non lo fa. Quando prova a spiegarne il motivo al suo accompagnatore, l'amico Piotr gli risponde: «Lo abbiamo preso; semplicemente, non gli hai sparato».
Il cervo verrà abbattuto un mese dopo da un altro cacciatore. Dzierżanowski, però, non rimpiange la scelta. Gli resta l'esperienza: l'attesa, il bramito, l'amico accanto e soprattutto la libertà di aver potuto sparare scegliendo di non farlo. Non è un elogio del mancato abbattimento. È qualcosa di più interessante: il desiderio può esistere senza dover essere sempre consumato fino in fondo. Qui sta il punto dell'insaziabilità. Se la soddisfazione viene misurata soltanto in capi, trofei, punti e risultati, ogni successo prepara la necessità del successivo. Il piacere della ricerca finisce divorato dalla ricerca stessa.
Dare forma alla violenza
I tre articoli sono collegati da un sottile file rouge. Maffesoli suggerisce di non rimuovere la parte d'ombra, dalla nostra vita ma di darle una forma. Asche suggerisce di non mentire sul desiderio che ci ispira. Dzierżanowski, infine, invita a capire quando quel desiderio è soddisfatto e quando sta diventando insaziabile.
Il rito venatorio acquista allora un significato diverso. Il rituale dell'ultimo pasto, a questo punto, non serve all'animale abbattuto ma serve a noi: non cancella la violenza ma la riconosce e la circonda di regole e gesti. Può sottrarre l'uccisione alla pura meccanica del risultato e costringerci, almeno per un momento, a prenderne coscienza. Naturalmente nessun rituale rende automaticamente etico un comportamento. Ma, quando conserva il proprio significato, ricorda al cacciatore che ciò che è appena avvenuto non è un risultato come un altro.
Animalità e bestialità
L'animalità è strettamente connessa alla nostra appartenenza alla vita biologica: desideriamo, mangiamo, competiamo, ci riproduciamo, soffriamo e moriamo. La bestialità, nel senso attribuitole da Maffesoli, può emergere quando quella dimensione viene negata oppure lasciata senza forma e senza limite.
Letto dalla prospettiva del cacciatore, il ragionamento di Maffesoli invita allora a soffermarsi anche su una delle possibili motivazioni della caccia che oggi facciamo particolare fatica a dichiarare: il soddisfacimento di un desiderio personale. Non è una motivazione inconfessabile, né qualcosa di cui vergognarsi; è però diventata difficile da esprimere in una società che tende a rimuovere o ad anestetizzare la violenza dalla propria rappresentazione di sé, senza per questo essere riuscita a eliminarla dalla realtà. Forse proprio questa difficoltà spiega perché anche noi cacciatori preferiamo spesso parlare delle conseguenze utili della caccia piuttosto che delle ragioni intime che ci portano a praticarla.
Applicato alla caccia – ed è una possibile interpretazione, non la tesi di Maffesoli – il ragionamento suggerisce che la maturità del cacciatore non consista nel negare la propria passione, ma nel riuscire a governarla. Riconoscere il piacere della ricerca senza trasformarlo in diritto al risultato. Accettare l'uccisione senza banalizzarla. Essere capaci di sparare, ma anche di non farlo. Comprendere che un limite non è necessariamente una privazione. La caccia responsabile comincia proprio qui. Non quando cancella dal proprio racconto passione, animalità e violenza, ma quando è abbastanza adulta da riconoscerle senza farsene dominare. Tra il desiderio e il suo soddisfacimento esiste uno spazio. Ed è in quello spazio – fatto di regole, rito, consapevolezza e capacità di rinuncia – che il cacciatore decide che cosa vuole essere. Non dobbiamo mai dimenticarcene.
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