
di Giuliano Milana
La selvaggina, una risorsa alimentare dimenticata
La gestione sostenibile della fauna produce una risorsa alimentare preziosa. Parlare di caccia significa quindi parlare non solo di conservazione, ma anche di cultura, territorio e buon cibo
Quando si parla di caccia, il dibattito pubblico finisce per concentrarsi sugli aspetti etici, sulla sicurezza o sulla conservazione della fauna. Sono temi importanti, ma spesso ne viene trascurato uno altrettanto importante, ossia che la caccia produce una risorsa alimentare.
Per migliaia di anni la selvaggina ha rappresentato una componente essenziale dell'alimentazione umana. Oggi, soprattutto nei Paesi industrializzati, questa funzione è passata in secondo piano, fino quasi a scomparire dall'immaginario collettivo. Eppure continua a esistere e, come dimostra la letteratura scientifica più recente, il suo contributo è tutt'altro che trascurabile. Da italiani, inoltre, non possiamo ignorare il profondo legame tra la selvaggina e la nostra tradizione gastronomica, tanto più oggi che la cucina italiana è stata riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Basti pensare alle innumerevoli ricette dedicate alla selvaggina raccolte da Pellegrino Artusi ne La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, testimonianza di una cultura alimentare in cui questa risorsa occupava un posto tutt'altro che marginale.
Oltre un miliardo di pasti
Uno studio pubblicato sulla rivista People and Nature ha cercato di quantificare il valore alimentare della caccia alla grande fauna (big game) negli Stati Uniti. I risultati sono significativi: ogni anno vengono ottenute circa 235.760 tonnellate di carne di selvaggina, pari a circa 1,39 miliardi di pasti. Se quella quantità di carne dovesse essere sostituita con prodotti provenienti dagli allevamenti, il costo supererebbe i 3,2 miliardi di dollari.
Naturalmente non si tratta di sostenere che la caccia possa sostituire gli allevamenti o risolvere i problemi dell'approvvigionamento alimentare mondiale, sarebbe una conclusione semplicistica. Lo studio, piuttosto, invita a riconoscere che la fauna, quando viene gestita in modo sostenibile e regolamentato, può contribuire alla produzione di alimenti.
Gli autori sottolineano anche un altro aspetto interessante. In media, la carne di selvaggina presenta un contenuto proteico elevato e una minore quantità di grassi rispetto a molte carni comunemente consumate. Si tratta inoltre di una risorsa locale, ottenuta da animali che vivono in libertà e che non richiedono allevamento, mangimi, stalle o trattamenti farmacologici tipici delle produzioni zootecniche.
Il risultato della gestione
Questo significa che la carne di selvaggina può essere considerata anche nell'ambito dei cosiddetti servizi ecosistemici di approvvigionamento, cioè quei benefici materiali che gli ecosistemi forniscono direttamente all'uomo. Quando una popolazione animale viene gestita secondo criteri scientifici, mantenendosi entro livelli compatibili con la capacità dell'ambiente, la produzione di carne rappresenta uno dei risultati di quella gestione, insieme alla conservazione degli habitat, alla riduzione dei danni alle colture e al mantenimento dell'equilibrio ecologico.
In Europa questo tema sta ricevendo una crescente attenzione. Organizzazioni come FACE e diversi gruppi di ricerca sottolineano da tempo come la carne di selvaggina rappresenti una risorsa alimentare sostenibile e spesso sottovalutata. Anche in Italia il potenziale esiste, ma continua a essere limitato da difficoltà normative, culturali e organizzative che ne impediscono una piena valorizzazione.
Non una semplice attività ricreativa
Naturalmente tutto questo presuppone una gestione rigorosa della fauna. La produzione di carne non può mai diventare l'obiettivo esclusivo della gestione faunistica, che deve continuare a fondarsi sul monitoraggio delle popolazioni, sul rispetto della biodiversità e su prelievi compatibili con la conservazione delle specie. Proprio per questo la caccia moderna non può essere considerata semplicemente un'attività ricreativa, ma uno degli strumenti che, se correttamente pianificati e controllati, possono concorrere alla gestione sostenibile della fauna.
Forse è arrivato il momento di ampliare il dibattito. Parlare di caccia significa anche parlare di biodiversità, gestione del territorio, cultura rurale e, perché no, di alimentazione. Ignorare quest'ultimo aspetto significa rinunciare a comprendere una delle funzioni che la fauna selvatica continua a svolgere nelle nostre società.
Ricordate che l'azione di caccia si conclude… con la forchetta!
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