Nel mondo contemporaneo, la caccia regolamentata si inserisce nel quadro della gestione faunistica scientifica
Nel mondo contemporaneo, la caccia regolamentata si inserisce nel quadro della gestione faunistica scientifica - © Tweed Media
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Lettera aperta a chi si oppone alla caccia

Egregio onorevole Giuseppe Conte,
mi rivolgo a Lei non per alimentare una contrapposizione, ma per contribuire a un confronto che ritengo necessario, soprattutto quando si affrontano temi complessi come quello della caccia.

Le scrivo nella duplice veste di zoologo e cacciatore, due identità che, contrariamente a quanto spesso si ritiene, non solo non sono in contraddizione, ma storicamente e scientificamente hanno condiviso radici comuni.

La caccia, prima ancora che pratica, è stata per millenni una funzione ecologica e culturale dell'uomo. In termini evolutivi, Homo sapiens è una specie che si è affermata anche come predatore sociale, contribuendo alla strutturazione degli ecosistemi e delle dinamiche faunistiche.

Nel mondo contemporaneo, la caccia regolamentata si inserisce invece nel quadro della gestione faunistica scientifica. La letteratura scientifica internazionale è ampia e consolidata; diversi studi dimostrano come il prelievo venatorio, se basato su dati e pianificazione, rappresenti uno strumento efficace di conservazione e sfruttamento sostenibile di una risorsa rinnovabile. Non è un caso che organismi come la IUCN riconoscano "l'uso sostenibile" come uno dei pilastri della conservazione della biodiversità.

A questa dimensione si affianca quella, spesso trascurata, della filiera alimentare della selvaggina, che rappresenta uno degli esempi più concreti di sostenibilità. La carne di animali selvatici è per definizione non allevata, non intensiva, priva di trattamenti farmacologici sistematici e inserita in un ciclo naturale. Dal punto di vista nutrizionale, numerosi studi evidenziano come le carni di selvaggina presentino elevato contenuto proteico, basso tenore lipidico e un profilo favorevole di acidi grassi, oltre all'assenza di impatti legati a certe forme di allevamento. In questo senso, il cacciatore moderno non è soltanto un fruitore, ma anche un attore di una filiera corta, tracciabile e responsabile, che restituisce valore al territorio.

Non è un caso che, nel più ampio percorso di valorizzazione della tradizione gastronomica nazionale, come nel dossier promosso dal Ministero della Cultura per il riconoscimento della cucina italiana a patrimonio immateriale, anche la selvaggina trovi spazio come espressione autentica di un rapporto storico tra uomo, ambiente e risorse naturali.

In Italia, figure di riferimento come Franco Perco, Mario Spagnesi e tanti altri hanno più volte sottolineato come la gestione attiva, inclusa quella venatoria, sia spesso preferibile all'abbandono o a visioni puramente emotive della natura. La fauna, infatti, non è un'entità astratta, ma un insieme di popolazioni dinamiche, soggette a capacità portante, competizione, malattie e impatti antropici. Ignorare questi fattori significa, talvolta, produrre effetti contrari a quelli auspicati. La caccia moderna, esercitata nel rispetto delle norme e dell'etica, non è dunque un atto di violenza gratuita, ma una forma di prelievo, inserita in un sistema di responsabilità e conoscenza.

Vi è poi un aspetto culturale che merita attenzione. La caccia ha accompagnato l'uomo lungo tutta la sua storia, contribuendo alla costruzione di paesaggi, tradizioni e identità rurali. Come ricordava José Ortega y Gasset, essa rappresenta anche una forma di relazione profonda con la natura, ben lontana dalla superficialità con cui oggi viene spesso descritta.

Questo non significa negare la necessità di regole, controlli e aggiornamento continuo delle pratiche. Al contrario, chi vive la caccia con consapevolezza è il primo a chiedere rigore, legalità e sostenibilità. Ciò che appare invece problematico è una narrazione che riduce la questione a uno scontro morale, ignorando dati, storia e complessità ecologica.

In questo contesto, è utile ricordare come da oltre cinquant'anni una parte del fronte anticaccia tenti di ottenere la chiusura dell'attività venatoria nel nostro Paese, ricorrendo anche a strumenti democratici quali referendum e raccolte firme, senza tuttavia riuscire nel proprio intento. Questo elemento, spesso trascurato nel dibattito pubblico, suggerisce come la realtà sia ben più articolata della narrazione dominante. Oggi, anche alla luce di studi condotti da istituti come Nomisma, emerge con chiarezza che non è tanto la caccia in sé a essere messa in discussione, quanto piuttosto la percezione sociale della figura del cacciatore. È su questo piano che si concentra la vera criticità: una categoria che, pur svolgendo un ruolo nella gestione faunistica, è chiamata a un'evoluzione culturale, etica e comunicativa per colmare il divario tra realtà e rappresentazione.

La invito dunque, onorevole, a considerare la caccia non come un retaggio da eliminare, ma come una realtà da comprendere e, se necessario, migliorare attraverso il contributo della scienza. Solo così sarà possibile costruire politiche realmente efficaci per la tutela della biodiversità e del territorio.

Con rispetto,

Giuliano Milana
Zoologo e cacciatore


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