Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Lupo e orso: la gestione è la chiave per la convivenza

I grandi predatori continuano a polarizzare il confronto tra chi vive l'ambiente e chi ne parla. Fatti di cronaca inquietanti tengono viva la preoccupazione dell'opinione pubblica, le attività economiche delle aree marginali sono in sofferenza, le popolazioni di ungulati sono soggette a un declino difficilmente giustificabile se non pensando a una predazione eccessiva. È lecito attendersi che l'evoluzione dei fatti e il clima politico che sta maturando attorno ai grandi predatori possano produrre normative in grado di stimolare consapevoli interventi gestionali anche su orso e lupo

Il dibattito sui grandi predatori ha monopolizzato l'estate 2023. La diffusione della peste suina africana e le preoccupazioni anche economiche che ne conseguono meriterebbero altrettanta attenzione.
L'aggressione mortale a un uomo da parte di un orso problematico in Trentino lo scorso aprile e le continue aggressioni, pur non mortali, da parte del lupo costituiscono concreto motivo di preoccupazione per chi ama vivere all'aria aperta o ha attività economiche sensibili. Purtroppo, i grandi carnivori sono diventati i totem della nuova religione ambientalista ed è impossibile parlarne in modo costruttivo. Anche per colpa dei cacciatori.

Non siamo allo stadio

In tema di lupi e orsi è difficile sottrarre il dibattito al tifo da stadio, endemico problema nazionale, e allo scontro tra chi è acriticamente contrario a qualsiasi intervento in nome della conservazione di ogni singolo esemplare e chi, invece, altrettanto acriticamente auspica l'estinzione delle due specie. Da un punto di vista naturalistico e della biodiversità (che qualcuno chiama bioricchezza), quella dei due super predatori è una storia di successo che non accontenta nessuno. È evidente come la mancanza di una strategia nazionale o la sua mancata applicazione (il Piano d'azione interregionale per la conservazione dell'orso bruno sulle Alpi centro-orientali fatica a essere attuare per l'opposizione degli animalisti e il seguito che le loro teorie hanno a livello giuridico) abbiano portato all'attuale insoddisfacente situazione.

Il punto nodale dello stallo in cui ci troviamo è proprio quello della mitigazione del conflitto, di una coesistenza soddisfacente tra le necessità delle attività umane e le esigenze della fauna selvatica. Quando nel 2004 i cittadini della Provincia autonoma di Trento furono chiamati a esprimersi sul progetto Life ursus e la reintroduzione dei 10 esemplari di orso bruno avvenuta tra il 1999 e il 2002, il gradimento sfiorava il 70 per cento (a questo link è riportata la storia a cura del Parco Adamello-Brenta). Che dire invece del lupo? Il ritorno del canide è una bella notizia per la biodiversità della penisola e la ricchezza dei nostri boschi. Ma è inevitabile che la sua presenza produca conflitti che vanno analizzati sotto tutti gli aspetti possibili. Sia in difesa del lupo sia delle altre specie. Ed è quello che non è stato fatto con necessario distacco.

Almeno per l'orso, la soluzione ci sarebbe

Se quello dell'orso è un problema limitato a una specifica area del paese e le soluzioni sarebbero contenute nel Pacobace, la diffusione del lupo dall'arco alpino a tutta l'area continentale è molto più complessa e necessiterebbe di una strategia almeno nazionale, chiara e inattaccabile. Nel 2019, Franco Perco ipotizzava la zonizzazione del territorio in tre ambiti gestionali: tutela assoluta, controllo, eradicazione, mutuando quanto suggerito da David Mech per il Nordamerica. Nel dibattito che ne seguì, Silvano Toso riconobbe la dignità concettuale di questa proposta ricordando, però, come Mech si riferisse a un continente e non a un singolo Paese inserito all'interno di un continente, l'Europa, che ancora non ha maturato la volontà della gestione della specie a livello comunitario.

Colpa dell'Europa, quindi? Non direi, anche se sarebbe auspicabile una presa di posizione tale da permettere l'elaborazione di una strategia su scala comunitaria: l'areale del lupo è ampio e certo non si ferma ai confini nazionali. È possibile? Teoricamente sì ma le pressioni delle lobby animaliste sono forti e andrebbero smontate con le evidenze scientifiche. I dati cominciano a circolare (si pensi al monitoraggio del lupo in Italia) ma ancora si fatica a vedere un utilizzo concreto.

Non si può evitare di parlare di gestione

Bisogna tornare a parlare di gestione, quindi, per far sì che il tema dei grandi carnivori venga sottratto al confronto tra gli opposti estremismi e possano essere messe in atto delle linee guida sensate ed efficaci, rispettose di quello che dice la scienza. Tocca evidentemente alla politica fare sintesi e produrre gli strumenti necessari al ripristino delle migliori condizioni per una serena convivenza tra l'uomo e la fauna. In tutto questo il ruolo dei cacciatori dovrebbe, io credo, essere marginale per l'evidente conflitto d'interessi che anima il nostro approccio, specialmente riguardo al lupo. Nel caso - o, meglio, quando - si dovesse arrivare a fare gestione, i cacciatori dovranno essere pronti ad agire ma sarebbe auspicabile che fossero figure terze a farlo. Abbiamo già troppi problemi d'immagine per essere associati anche a interventi che trovano opposizione in larga parte dell'opinione pubblica meno informata e più radicata in convincimenti poco realistici.

Bisogna quindi trasformare il lupo e l'orso - oggi totem pagani della conservazione - in specie oggetto di gestione. Far finta che nulla stia accadendo può solo favorire soluzioni fai da te che certamente non giovano a nessuno. Non al lupo, non all'orso, tantomeno alla caccia. È lecito attendersi che l'attuale clima politico - più pragmatico sulla questione, meno soggetto alle sirene animaliste e apparentemente forte di consenso tra i cacciatori - arrivi a esprimere gli strumenti normativi per effettuare gli interventi di gestione necessari.

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