
di Matteo Brogi
Perché la salute dell'uomo dipende anche dalla fauna selvatica
La salute umana si tutela a partire dagli ecosistemi. One Health ci ricorda che uomo, animali e ambiente fanno parte dello stesso equilibrio e che gestire la fauna significa tutelare anche il nostro futuro
A lungo abbiamo immaginato la salute come qualcosa che riguardava esclusivamente l'uomo. Da una parte la medicina e gli ospedali, dall'altra la natura e la fauna selvatica. Una distinzione rassicurante, ma sempre più difficile da sostenere. Negli ultimi decenni, infatti, la ricerca scientifica ha mostrato con crescente chiarezza che salute umana, animale e degli ecosistemi sono strettamente collegate. È da questa consapevolezza che nasce il concetto di One Health, letteralmente "una sola salute", un approccio che riconosce come il benessere dell'uomo dipenda anche dalla salute degli animali e dalla qualità dell'ambiente in cui vive.
Non si tratta di una teoria astratta o di una moda accademica. È una conseguenza diretta dell'osservazione della realtà. Basta riflettere su quanto accaduto negli ultimi anni. Epidemie, zoonosi, diffusione di patogeni emergenti, cambiamenti climatici e alterazioni degli habitat hanno reso evidente che ciò che accade nel mondo naturale non resta confinato al mondo naturale. Prima o poi arriva fino a noi.
Le zoonosi e il legame tra uomo e fauna
Una parte significativa delle malattie infettive conosciute è di origine animale. Si tratta delle cosiddette zoonosi, malattie che possono essere trasmesse dagli animali all'uomo direttamente o attraverso vettori come insetti e parassiti. L'influenza aviaria, la West Nile Disease, la malattia di Lyme e molte altre patologie mostrano come il rapporto tra salute umana e fauna selvatica sia molto più stretto di quanto comunemente si pensi.
Questo non significa che gli animali rappresentino una minaccia. Significa piuttosto che gli equilibri biologici devono essere conosciuti, monitorati e gestiti. La fauna selvatica svolge spesso il ruolo di sentinella ambientale. Attraverso il monitoraggio delle popolazioni animali è possibile individuare precocemente la presenza di malattie, contaminazioni ambientali o alterazioni degli ecosistemi che potrebbero avere conseguenze anche per l'uomo. In questo senso la gestione della fauna non risponde soltanto a esigenze conservazionistiche. Diventa uno strumento di salute pubblica.
La biodiversità protegge anche l'uomo
Ho recentemente osservato come la biodiversità rappresenti uno dei principali fattori di stabilità degli ecosistemi. Esiste però un ulteriore aspetto spesso trascurato: ecosistemi ricchi e diversificati tendono a essere anche più resilienti dal punto di vista sanitario. Quando gli equilibri ecologici vengono alterati, alcune specie possono proliferare oltre misura, favorendo la diffusione di agenti patogeni o aumentando il contatto tra fauna selvatica, animali domestici e uomo.
La biodiversità non è quindi soltanto una questione naturalistica. È anche una forma di prevenzione.
Proteggere habitat, conservare specie autoctone e contenere la diffusione di specie invasive significa contribuire indirettamente alla stabilità sanitaria di interi territori.
Sicurezza alimentare e gestione faunistica
Il concetto di One Health riguarda anche la sicurezza alimentare. Le filiere alimentari dipendono dalla salute degli animali e degli ecosistemi. La diffusione di malattie nella fauna selvatica può avere ripercussioni importanti sugli allevamenti, sulle produzioni agricole e sulla disponibilità di alimenti.
La peste suina africana rappresenta probabilmente l'esempio più evidente di come salute animale, economia e gestione del territorio siano strettamente interconnesse. Pur non essendo trasmissibile all'uomo, questa malattia può produrre conseguenze economiche enormi sugli allevamenti suinicoli e sull'intera filiera agroalimentare. La diffusione del virus nelle popolazioni di cinghiale ha mostrato quanto sia importante monitorare la fauna selvatica e mantenere densità compatibili con il territorio. In questo caso la gestione non riguarda soltanto la conservazione della specie, ma la tutela di un settore produttivo strategico e la sicurezza delle comunità che da esso dipendono. Questo perché la conservazione non riguarda soltanto gli ecosistemi ma anche le persone che vivono al loro interno, la gestione della fauna non serve soltanto a evitare un danno privato ma a proteggere un bene comune e, infine, la conservazione non riguarda soltanto ciò che esiste oggi ma ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
Ignorare un problema non significa risolverlo. Monitoraggio, prevenzione e gestione diventano strumenti indispensabili per tutelare contemporaneamente ambiente, salute pubblica ed economia.
La selvaggina come risorsa alimentare
One Health invita anche a riflettere sul rapporto tra produzione alimentare e sostenibilità. In questo quadro la selvaggina rappresenta una risorsa spesso sottovalutata. Si tratta di carne proveniente da animali liberi, alimentati naturalmente e inseriti negli ecosistemi locali, il cui utilizzo può contribuire a valorizzare il territorio e a ridurre gli sprechi derivanti dalle attività di gestione faunistica. Una filiera della selvaggina efficiente e controllata permette infatti di trasformare un prelievo necessario per ragioni gestionali in una risorsa alimentare di qualità, sottoposta a rigorosi controlli veterinari e pienamente inserita nei principi della sicurezza alimentare. In molte aree rurali europee questa filiera rappresenta già un'opportunità economica e culturale. In Italia, invece, le sue potenzialità risultano ancora largamente inespresse.
Perché la fauna va gestita
Il concetto di One Health conduce inevitabilmente a una conclusione che può risultare scomoda per una parte del dibattito contemporaneo: oltre alla biodiversità, come ho già scritto, neanche la natura si conserva da sola. In ecosistemi profondamente modificati dalla presenza umana, la gestione diventa indispensabile. Non per dominare la natura, ma per mantenere condizioni di equilibrio compatibili con la salute delle persone, degli animali e dell'ambiente.
Lasciare che una popolazione animale cresca senza controllo, ignorare la diffusione di specie invasive o rinunciare al monitoraggio sanitario non rappresenta una forma superiore di rispetto per la natura. Può significare, al contrario, favorire nuovi squilibri. La gestione, quindi, diventa una forma di responsabilità.
Il contributo del cacciatore
In questo quadro il ruolo del cacciatore assume una dimensione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Chi frequenta il territorio durante tutto l'anno osserva direttamente la fauna, ne registra le variazioni, contribuisce al monitoraggio delle popolazioni e spesso fornisce dati preziosi per la ricerca e la gestione sanitaria.
Negli ultimi anni il contributo del mondo venatorio al monitoraggio scientifico della fauna selvatica è diventato sempre più importante. Molti programmi di sorveglianza sanitaria si basano infatti sulla raccolta di campioni biologici provenienti dagli animali prelevati, consentendo di individuare precocemente la presenza di patogeni, parassiti o contaminanti ambientali. La sorveglianza sulla peste suina africana, sull'influenza aviaria, sulla trichinellosi e su altre malattie emergenti rappresenta soltanto alcuni esempi che questa collaborazione tra cacciatori, veterinari, istituti di ricerca e autorità sanitarie può funzionare.
In una prospettiva sempre più orientata alla prevenzione, il cacciatore non è un semplice fruitore di un patrimonio naturale ma pure un osservatore qualificato dello stato di salute degli ecosistemi e diventa sempre più un soggetto attivo nella conservazione e nella tutela della salute pubblica, contribuendo alla conoscenza del territorio e alla raccolta di informazioni che difficilmente potrebbero essere ottenute con la stessa capillarità da altri soggetti.
Una sola salute
One Health ci ricorda qualcosa che il conservazionismo sostiene da sempre, che l'uomo non è separato dalla natura. La salute delle persone, degli animali e dell'ambiente forma un sistema unico, fatto di relazioni e interdipendenze. Pensare di tutelare uno di questi elementi ignorando gli altri significa non comprendere la complessità del mondo reale.
Per questo la gestione della fauna selvatica non riguarda soltanto gli animali. Riguarda anche la salute delle comunità umane, la sicurezza alimentare e il futuro dei territori che abitiamo. E l'approccio One Health ci insegna che la salute dell'uomo inizia dalla salute degli ecosistemi. Se si "ammala" la natura, prima o poi si ammala anche l'uomo. E quando impariamo a prenderci cura della fauna, del territorio e della biodiversità, ci stiamo anche prendendo cura di noi stessi.
Se sei interessato alla caccia sostenibile e alla conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica, segui la pagina Facebook e l'account Instagram di Hunting Log, la rivista del cacciatore responsabile.



