
di Andrea Reversi
Peste suina e Toscana: che ne sarà della braccata?
L'avanzata del virus e la sua gestione nella regione culla della caccia al cinghiale in Italia impongono doverose riflessioni sul ruolo del mondo venatorio e, in particolare, di chi caccia in braccata
La gestione della peste suina parrebbe avere un nuovo "ultimo della classe". Si tratta della Toscana. È nella regione del centro Italia, infatti, che da settimane il virus sta avanzando in maniera preoccupante e dove si registrano ormai diversi focolai all'interno degli allevamenti. Una situazione, a quattro anni dalla comparsa del virus nel nostro paese e dopo che le ondate estive degli anni scorsi avevano mostrato tutta la "potenza" della malattia in altri territori, che lascia onestamente perplessi davanti alla (in)capacità di una Regione di mostrarsi pronta a fronteggiare uno scenario largamente preannunciato.
A certificare il fallimento di una Regione che ha sprecato tempo prezioso nel contrasto della malattia, è arrivata una decina di giorni fa la nomina di un commissario straordinario regionale, mossa bollata dal sottosegretario al Masaf La Pietra come "un segnale, seppure tardivo, di ritorno alla realtà". Una nomina che evidenzia i ritardi e le carenze nella prevenzione e nel coordinamento regionale precedente e che apre a un doveroso cambio di passo nella gestione dell'emergenza.
La sconfitta della peste passa per il depopolamento
In questa gestione dovrà forzatamente trovare spazio quello che, insieme al barrieramento fisico, è considerato un pilastro della lotta alla Peste: il depopolamento dei cinghiali. Ed è qui che, con buona probabilità, affonda parzialmente le radici l'inefficienza mostrata dalla Toscana. Inutile nascondere che, nonostante le parole di facciata, il mondo venatorio e specialmente quello legato alla braccata, che in Toscana raggruppa la maggior parte dei cacciatori, non ha mai digerito l'idea di depopolare ai limiti dell'eradicazione la specie che, unica, ha rappresentato la fortuna di un'intera forma di caccia.
Nonostante sia innegabile il ruolo potenzialmente strategico dei cacciatori nell'attività di gestione della Psa e più in generale nella gestione faunistica, il taluni casi il mondo venatorio non ha saputo mostrare la maturità necessaria a preferire il bene collettivo a quello particolare. In diverse realtà regionali e anche in Toscana, la braccata ha sempre guardato con sospetto a qualsiasi politica gestionale coinvolgesse il cinghiale e tra queste, da ultima, la strategia di contrasto del virus.
C'è ancora spazio per la braccata?
Quello che è certo è che il mondo della braccata è davanti a un bivio. Scegliere se ridimensionarsi resistendo alle richieste delle autorità e cercando, più o meno velatamente, di mettersi di traverso nelle attività di depopolamento, o preferire la "bella morte" di chi accetta di buon grado la propria fine subordinandola al servizio reso a qualcosa di più alto. Perché, piaccia o meno, senza cinghiali non esiste braccata e di cinghiali, almeno nei territori toccati dalla peste, non ce ne saranno, quantomeno in numero sufficiente, per parecchio tempo.
Il copione purtroppo è sempre lo stesso. Senza scomodare i negazionismi del caso, si spera sempre che la peste non arrivi o che arrivando non sia come la si racconta. In qualche caso qualcuno arriva addirittura, comprensibilmente, a pensare che, depopolati per depopolati, tanto valga far fare il lavoro sporco alla malattia. Col senno di poi si capisce sempre troppo tardi invece, che sarebbe stato sufficiente agire prima per risparmiare lo stesso destino a qualcun altro che, beffardamente, a sua volta non lo risparmierà a chi viene dopo, in quella che si mostra come un'avanzata lenta, ma inesorabile.
Davvero tutto è perduto?
Cosa fare dunque? Mettere al sicuro il ruolo sociale della braccata, collaborando, senza se e senza ma, con le autorità nell'attività di depopolamento. Utilizzare la "potenza di fuoco" dei cinghialai, che con la loro esperienza e le loro competenze, rappresentano una risorsa ineguagliabile e inestimabile, per depopolare fin dove e quanto necessario, consci del fatto che se non sarà possibile salvare i cinghiali e le braccate, così facendo si salverà almeno la faccia della braccata, che resta oggettivamente una delle poche forme di caccia profondamente radicate nella cultura venatoria italiana e che per questo merita tutto il rispetto che si deve a qualcosa che è in grado di catalizzare le attenzioni, in un senso o nell'altro, che catalizza.
Se il mondo venatorio sarà in grado di riorganizzarsi e resistere agli anni bui della peste, tenendo accesi i tizzoni sotto la cenere, allora domani, sconfitta la malattia e tornati in abbondanza i cinghiali, la fiamma potrà nuovamente divampare e la braccata tornare a giocare il ruolo centrale che le è stato proprio finora. In alternativa, la tempo farà il proprio corso, si continuerà a cacciare il cinghiale, perdendo però quanto di buono rappresenta una forma di caccia unica nel suo genere.
Se sei interessato alla caccia sostenibile e alla conservazione dell'ambiente e della fauna selvatica, segui la pagina Facebook e l'account Instagram di Hunting Log, la rivista del cacciatore responsabile.



