
di Matteo Brogi
Preapertura, il WWF attacca. Ma ISPRA riconosce il ruolo della caccia
Il WWF contesta le aperture anticipate e il crescente peso del CTFVN. Nell'audizione del 14 luglio ISPRA difende il proprio ruolo tecnico-scientifico, ma chiarisce anche che una caccia correttamente pianificata può concorrere alla tutela della biodiversità
La stagione venatoria 2026-2027 entra nel vivo. Da domani, 2 settembre, in numerose Regioni italiane sono previste le prime giornate di preapertura, secondo modalità, specie e calendari differenti stabiliti dalle singole amministrazioni regionali.
A contestare la scelta è il WWF Italia che, in un comunicato diffuso alla vigilia delle preaperture, punta il dito contro le sedici regioni interessate: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino e Veneto.
L'associazione concentra in particolare l'attenzione sulla caccia alla quaglia, autorizzata in preapertura in alcune Regioni, e inserisce la vicenda in una critica più generale alle modifiche legislative e agli orientamenti giurisprudenziali degli ultimi anni. Secondo il WWF, sarebbe infatti in corso un «progressivo allontanamento dalle indicazioni tecnico-scientifiche dell'ISPRA», il cui ruolo sarebbe stato indebolito dalla ricostituzione del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale (CTFVN) e dal maggiore spazio riconosciuto alle valutazioni di quest'ultimo.
ISPRA e il CTFVN: una criticità che esiste davvero
Su questo specifico punto, la posizione del WWF trova un riscontro nelle valutazioni formulate dalla stessa ISPRA. Nell'audizione del 14 luglio 2026 davanti alla XIII Commissione Agricoltura della Camera, dedicata alla riforma della legge 157/1992, l'Istituto ha ricordato di essere l'organo tecnico-scientifico chiamato dalla legge a studiare l'evoluzione delle popolazioni faunistiche, valutare i calendari venatori e fornire supporto alle attività di gestione e controllo della fauna. Per questi compiti dispone di oltre 40 ricercatori e tecnologi specializzati nei differenti gruppi faunistici e nella sperimentazione delle tecniche di gestione.
ISPRA giudica quindi problematico il nuovo assetto che attribuisce anche al CTFVN funzioni di valutazione tecnica, perché può determinare una «duplicazione dei compiti» e un maggiore impiego di risorse. La critica diventa ancora più esplicita quando l'Istituto osserva che il Comitato, dopo la riforma del 2022-2023, ha iniziato a produrre pareri tecnici «paralleli e sostanzialmente analoghi» a quelli ISPRA, soprattutto sui calendari venatori, e ritiene che alcune disposizioni del DDL 1552 rischino di «depotenziare il ruolo di ISPRA».
Ma ISPRA non mette caccia e conservazione su fronti opposti
Più difficile è invece ricondurre la posizione dell'Istituto a una contrapposizione generale tra attività venatoria e tutela della biodiversità. L'audizione del 14 luglio si apre infatti con un'affermazione particolarmente netta: secondo ISPRA, la caccia, quando «correttamente pianificata» e rispettosa di criteri scientifici, è «pienamente coerente con i principi della conservazione della natura» e può contribuire alla tutela delle specie selvatiche. Il riferimento è alla Carta europea su Caccia e Biodiversità, adottata nell'ambito della Convenzione di Berna e sviluppata con la partecipazione di FACE e IUCN.
Non soltanto. Richiamando i principi della Carta, ISPRA sottolinea il possibile contributo dei cacciatori alla tutela e al ripristino degli habitat, alla collaborazione con agricoltori e silvicoltori e alla gestione dei conflitti determinati dalla fauna selvatica. Ricorda inoltre la propria collaborazione con FACE per il Codice europeo di condotta su caccia e specie aliene invasive. La conclusione dell'Istituto è altrettanto significativa: un'attività venatoria attentamente pianificata e basata su prelievi sostenibili può contribuire anche al recupero di specie in cattivo stato di conservazione e al contrasto delle specie aliene invasive.
Una riforma che ISPRA non boccia in blocco
Anche il giudizio sul progetto di riforma della legge 157 è più articolato di quanto possa emergere dal comunicato ambientalista. ISPRA considera «corretto e ragionevole» aggiornare una disciplina costruita all'inizio degli anni Novanta, ricordando sia la trasformazione della fauna italiana sia la forte diminuzione dei cacciatori, ormai scesi sotto quota 500.000 secondo i dati riportati dall'Istituto. Allo stesso tempo ritiene che alcune disposizioni del DDL 1552 non siano coerenti con gli obiettivi di conservazione.
Il giudizio varia infatti disposizione per disposizione. ISPRA considera tecnicamente condivisibili o accettabili, tra l'altro, alcune modifiche sulla gestione della fauna negli aeroporti, il superamento dell'esclusività delle forme di caccia, l'estensione nazionale delle abilitazioni alla selezione degli ungulati e il recupero della fauna ferita. Particolarmente significativo è il passaggio dedicato all'elenco delle specie cacciabili: per ISPRA, l'inserimento di nuove specie non contrasta in sé con i principi della biologia della conservazione, purché il prelievo venga pianificato correttamente. Parallelamente, l'Istituto suggerisce di valutare l'esclusione di specie che si trovano in condizioni particolarmente sfavorevoli, indicando pernice bianca e allodola.
Il nodo resta come vengono prese le decisioni
La contrapposizione emersa alla vigilia delle preaperture sembra quindi riguardare almeno due piani diversi. Il primo è quello concreto dei calendari regionali e delle singole specie: preaperture, periodi di caccia e carnieri devono essere valutati sulla base delle condizioni delle popolazioni interessate e delle norme europee.
Il secondo è però più generale e riguarda il rapporto tra caccia e conservazione. Su questo terreno la posizione ufficiale di ISPRA appare assai meno assimilabile alla tradizionale contrapposizione tra mondo venatorio e un certo ambientalismo: la caccia sostenibile non viene considerata un'attività incompatibile con la tutela della fauna, ma uno strumento che, quando governato attraverso dati scientifici, responsabilità dei cacciatori e corretta pianificazione, può concorrere agli stessi obiettivi di conservazione.
Il vero confronto, dunque, non dovrebbe essere tra caccia e scienza, ma su quali dati utilizzare, quali limiti stabilire e quale architettura istituzionale sia più efficace per tradurli in gestione faunistica.
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