Il caso del lupo mostra quanto il tema della gestione sia più complesso delle contrapposizioni ideologiche. Il ritorno di questo predatore rappresenta un importante risultato dal punto di vista conservazionistico, ma pone nuove criticità legate alla convivenza con le attività umane
Il caso del lupo mostra quanto il tema della gestione sia più complesso delle contrapposizioni ideologiche. Il ritorno di questo predatore rappresenta un importante risultato dal punto di vista conservazionistico, ma pone nuove criticità legate alla convivenza con le attività umane - © Animal Record
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Quando la gestione diventa indispensabile

Gli equilibri naturali non si mantengono da soli. Quando il territorio cambia, anche non intervenire diventa una scelta che produce conseguenze. E la gestione diventa necessaria

Finché si resta sul piano dei principi, è più facile essere d'accordo. Gestione, limite, responsabilità sono parole che suonano condivisibili. Il punto è capire cosa accade quando questi principi si confrontano con la realtà. Perché è qui che emerge una verità spesso scomoda ed emerge quanto le letture ideologiche fatichino a confrontarsi con la complessità: gli equilibri naturali non sono statici, e quando si alterano non si ricompongono da soli.

Quando gli equilibri si alterano

Uno degli esempi più evidenti è quello delle popolazioni di ungulati in molte aree europee. In assenza di predatori naturali o di una pressione di controllo adeguata, alcune specie tendono a crescere oltre la capacità del territorio di sostenerle. Il risultato non è una maggiore ricchezza naturale, ma uno squilibrio. La pressione eccessiva sulla vegetazione compromette la rinnovazione dei boschi, altera gli habitat, riduce la biodiversità vegetale. A questo si aggiungono i danni all'agricoltura e l'aumento degli incidenti stradali.

Anche il caso del lupo mostra quanto il tema della gestione sia più complesso delle contrapposizioni ideologiche. Il ritorno di questo predatore in molte aree europee rappresenta un importante risultato dal punto di vista conservazionistico, ma pone nuove criticità legate alla convivenza con le attività umane, alla pressione sugli allevamenti e agli equilibri faunistici locali. Affidare esclusivamente alla dinamica naturale il ripristino degli equilibri significa banalizzare dinamiche molto articolate.

Tra fare e non fare

Di fronte a situazioni di questo tipo, la realtà impone una scelta tra l'intervenire e il non fare niente, confidando fideisticamente nella capacità della natura di raggiungere un equilibrio. Non intervenire è comunque una decisione. Lasciare fare alla natura può sembrare, a prima vista, la soluzione più rispettosa ma, in contesti fortemente antropizzati, come gran parte del territorio europeo, questa scelta equivale a rinunciare al raggiungimento di un equilibrio ideale.

Gestire, al contrario, significa riconoscere il problema e affrontarlo. Significa stabilire degli obiettivi e applicare dei criteri. Significa accettare che l'equilibrio non è qualcosa che si mantiene da solo e che l'uomo non è un intruso quanto, piuttosto, un attore che merita anch'esso di essere tutelato nelle sue attività e aspirazioni. Significa, in definitiva, rifiutare sia il biocentrismo radicale sia l'antropocentrismo assoluto e accettare che l'uomo non è padrone assoluto della natura ma nemmeno un intruso privo di diritti.

Caccia e controllo faunistico

Quando è inserita in un sistema regolato, basato su dati e obiettivi gestionali, la caccia è uno degli strumenti più efficaci attraverso cui si interviene per mantenere un equilibrio. Non è l'unico possibile, ma è uno di quelli concretamente disponibili che può avere ricadute su territorio spesso marginali (si pensi per esempio al valore purtroppo ancora solo teorico della filiera delle carni di selvaggina per le comunità montane).

Accanto alla caccia esistono poi altre forme di gestione, profondamente diverse per finalità e modalità operative, come le attività di controllo faunistico. Interventi che rispondono alla necessità di contenere situazioni di squilibrio o di prevenire danni rilevanti al territorio, all'agricoltura, alla biodiversità e alla sicurezza pubblica. Anche in questi casi, il principio ispiratore è quello di intervenire non per dominare la natura, ma per mantenere condizioni di equilibrio compatibili con il contesto reale.

Utilizzare uno strumento di gestione implica una responsabilità. Significa operare entro limiti definiti, ma anche saperli interpretare secondo le conoscenze scientifiche acquisite. Significa conoscere il territorio, osservare le dinamiche delle popolazioni selvatiche, adattare il proprio comportamento. E il limite è ciò che consente all'intervento di essere efficace senza diventare invasivo; senza limite, infatti, la gestione diventa sfruttamento e senza attività gestionale il limite resta teoria. La sostenibilità si gioca nella ricerca di un equilibrio tra questi due principi, in uno spazio in cui l'uomo interviene con responsabilità, come parte di un sistema che può funzionare solo se qualcuno se ne prende cura.


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