Il ricorso a ripopolamenti di Lepre di origine extra-emisferica pone questioni fisiologiche e gestionali rilevanti. Il disallineamento fotoperiodico e il mancato adattamento locale riducono il successo riproduttivo e la sopravvivenza iniziale, con contributi demografici modesti
Il ricorso a ripopolamenti di Lepre di origine extra-emisferica pone questioni fisiologiche e gestionali rilevanti. Il disallineamento fotoperiodico e il mancato adattamento locale riducono il successo riproduttivo e la sopravvivenza iniziale, con contributi demografici modesti - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Taccuino
di Giuliano Milana

Ripopolamenti di lepre: limiti, illusioni e realtà

Non è la sopravvivenza del singolo animale a definire la gestione, ma la capacità di costruire popolazioni. Senza coerenza ecologica, il ripopolamento resta una scorciatoia inefficace

Negli ultimi anni si osserva, in diversi contesti gestionali, il ricorso a immissioni di Lepus europaeus provenienti dall'emisfero australe, in particolare da stock allevati, o catturati, in Argentina dove esistono popolazioni stabili derivate da immissioni dalla Germania. Si tratta formalmente della stessa specie, ma questa equivalenza tassonomica non può essere assunta, in termini gestionali, come garanzia di funzionalità ecologica. È proprio nel passaggio tra classificazione e biologia applicata che emergono le principali criticità.

Il problema del disallineamento fisiologico

Il primo nodo, difficilmente aggirabile, è rappresentato dal fotoperiodo. Il ruolo del fotoperiodo nella regolazione dell'attività riproduttiva dei mammiferi è ampiamente documentato (Lincoln, 1979; Bronson, 2009). Nei lagomorfi, come in molte specie temperate, la sincronizzazione tra ciclo riproduttivo e condizioni ambientali rappresenta un elemento cruciale per il successo della prole. In questo contesto, l'immissione di individui provenienti dall'emisfero australe introduce verosimilmente una fase iniziale di disallineamento fisiologico, con possibili effetti sulla tempistica riproduttiva e sulla sua efficacia. Sebbene tale sfasamento possa riassorbirsi nel tempo, è ragionevole ipotizzare una riduzione del contributo riproduttivo nel primo periodo post-rilascio.

Non si tratta di un dettaglio teorico. In quella finestra temporale si concentra una parte decisiva del destino dell'animale; l'avvio dell'attività riproduttiva, la disponibilità trofica, le condizioni climatiche favorevoli alla sopravvivenza dei giovani. L'asincronia tra questi fattori genera inevitabilmente una riduzione dell'efficienza riproduttiva iniziale. È vero che tale sfasamento può, almeno in parte, riassorbirsi nel tempo grazie alla plasticità fisiologica della specie, ma il primo anno rappresenta comunque una perdita sostanziale di potenziale produttivo.

Il concetto di neutrealità ecologica

A questa criticità si aggiunge un secondo livello, spesso sottovalutato: l'adattamento locale. Le popolazioni di Lepus europaeus, pur appartenendo alla stessa specie, non sono ecologicamente neutre rispetto al contesto di rilascio. Questo aspetto assume un rilievo ancora maggiore nel contesto italiano, dove la conoscenza zoologica delle popolazioni di lepre europea presenti rappresenta un passaggio imprescindibile per qualsiasi intervento gestionale. Senza una chiara definizione delle caratteristiche eco-etologiche e della struttura di popolazione locale, ogni immissione rischia di sovrapporsi a sistemi già complessi senza una reale integrazione funzionale. Differenze ambientali, pressioni selettive e storia evolutiva determinano assetti genetici e comportamentali calibrati su specifici contesti territoriali (Suchentrunk et al., 2000). L'introduzione di individui provenienti da un altro emisfero equivale, di fatto, a inserire animali non "sincronizzati" con il sistema ecologico che dovrebbero occupare.

Le conseguenze sono note come maggiore vulnerabilità predatoria, inefficienza nell'utilizzo delle risorse, ridotta capacità di insediamento stabile. I dati empirici disponibili confermano questo quadro. Esperienze di radio-tracking condotte in Italia su lepri di importazione indicano tassi di sopravvivenza a fine estate attorno al 27% (osservazioni locali, Trocchi com. pers.), valori coerenti con quanto riportato in letteratura per animali traslocati in condizioni subottimali (Letty et al., 2007; Teixeira et al., 2007). Anche laddove si osserva una ripresa dell'attività riproduttiva dopo alcune settimane dall'immissione, rimane evidente la perdita di una parte significativa della stagione utile, con un contributo demografico complessivo modesto.

Un contributo marginale rispetto allo sforzo

Questo dato, tuttavia, va interpretato con equilibrio. Non si può negare che la specie possieda una certa capacità di adattamento e che, in condizioni controllate o in recinti di ambientamento, possano verificarsi eventi riproduttivi anche relativamente rapidi. Ma proprio questa apparente "resilienza" rischia di generare un equivoco, ovvero confondere la possibilità biologica con l'efficacia gestionale. Il fatto che una lepre si accoppi non significa che stia contribuendo in modo significativo alla struttura di popolazione. Il punto centrale resta quindi un altro, la scala e la funzione.

Se l'obiettivo è la ricostituzione stabile di popolazioni naturali, il contributo di questi animali risulta, nella maggior parte dei casi, marginale rispetto agli sforzi e ai costi sostenuti. In questo senso, le esperienze gestionali condotte in diverse aree dell'Italia centro-settentrionale offrono un termine di confronto estremamente chiaro. Dove esiste una rete funzionale di Zone di Ripopolamento e Cattura, accompagnata da gestione dell'habitat e monitoraggi sistematici, si registrano densità di lepre "accettabili". In questi contesti non si effettuano ripopolamenti da anni, e la specie è comunque oggetto di prelievo venatorio. Il dato non è solo quantitativo, ma qualitativo indicando la presenza di sistemi ecologici autosufficienti.

Ripopolamento: un sistema vecchio di 80 anni

Questa evidenza trova piena coerenza nella letteratura tecnica più recente. Il volume di Roberto Mazzoni della Stella e Francesco Santilli (2019), dedicato alla gestione della piccola selvaggina, evidenzia come il modello fondato sul ripopolamento sia "ormai vecchio di oltre ottanta anni" e come i suoi risultati insoddisfacenti siano oggi evidenti. Gli autori propongono un approccio alternativo basato sull'irradiamento naturale da istituti ben gestiti, supportato da miglioramenti ambientali e controllo dei predatori, sottolineando che proprio questa strategia consente risultati più stabili e produttivi nel tempo.

Il continuo ricorso alle immissioni, soprattutto di soggetti destinati alla riproduzione, rappresenta di fatto un'ammissione implicita di insostenibilità del prelievo praticato
Il continuo ricorso alle immissioni, soprattutto di soggetti destinati alla riproduzione, rappresenta di fatto un'ammissione implicita di insostenibilità del prelievo praticato - © Andrea Dal Pian

Il passaggio è cruciale, perché sposta il baricentro della gestione dall'immissione all'ecosistema. Non è un cambio di tecnica, ma di paradigma. Significa riconoscere che la produzione di fauna non può essere artificialmente sostituita da un flusso continuo di animali immessi, ma deve derivare dalla capacità del territorio di sostenere popolazioni vitali. Ciò non implica una condanna assoluta dello strumento del ripopolamento. In contesti fortemente degradati o dove le popolazioni risultano localmente estinte, l'immissione può rappresentare una fase transitoria di un progetto più ampio. Ma proprio in questi casi diventa ancora più importante la qualità dell'intervento: origine degli animali, modalità di ambientamento, monitoraggio successivo.

Le immissioni minano la credibilità dei cacciatori

Utilizzare soggetti provenienti da contesti extra-emisferici, con tutte le criticità descritte, significa partire già con un handicap strutturale. Esiste poi un aspetto meno tecnico, ma non meno rilevante: la credibilità. In questo contesto, il ricorso continuo alle immissioni, soprattutto di soggetti destinati alla riproduzione, rappresenta di fatto un'ammissione implicita di insostenibilità del prelievo praticato. Se una popolazione necessita di un apporto costante di individui per mantenersi, significa che il bilancio demografico non è autosufficiente. Questa dinamica, oltre a ridurre l'efficacia gestionale, contribuisce a indebolire la credibilità stessa del cacciatore, esponendo l'attività venatoria a critiche difficilmente confutabili sul piano tecnico.

La gestione faunistica, per essere riconosciuta come disciplina, deve fondarsi su coerenza metodologica e solidità scientifica. Operazioni percepite come forzature, o peggio come scorciatoie, offrono un bersaglio facile a chi contesta il mondo venatorio. Non è una questione ideologica, ma strategica. Ogni intervento debole indebolisce l'intero impianto.In questo senso, continuare a investire risorse in immissioni a basso rendimento, anziché in interventi strutturali sul territorio, significa non solo ridurre l'efficacia gestionale, ma anche compromettere la legittimazione stessa del modello.

L'obiettivo è costruire popolazioni

La gestione della lepre europea, come di tutta la piccola selvaggina, richiede invece una coerenza profonda tra origine degli animali, cicli naturali e contesto ecologico. Richiede tempo, continuità e una visione metapopolazionale del territorio. Richiede, soprattutto, la capacità di rinunciare alle scorciatoie. Perché, in ultima analisi, il problema non è se una lepre sopravvive o si riproduce. Il problema è se quella lepre contribuisce davvero a costruire una popolazione. E su questo, i dati disponibili, la fisiologia della specie e l'esperienza di campo convergono in modo piuttosto netto.

Il resto non è gestione. È immissione. E, alla lunga, è perdita di risorse, di tempo e di credibilità.



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