Proteggere non basta: per salvare la biodiversità servono gestione attiva degli habitat e coinvolgimento del territorio, oltre il solo approccio protezionistico
Proteggere non basta: per salvare la biodiversità servono gestione attiva degli habitat e coinvolgimento del territorio, oltre il solo approccio protezionistico - © Kostikidis Georgios
Pubblicato il in Conservazione
di Redazione

Stiamo proteggendo la natura sbagliata?

Protezionismo e catastrofismo sono davvero utili per la conservazione dell'ambiente?

di Francesco Santilli

Da alcuni decenni il dibattito ambientale è spesso dominato da narrazioni che tendono a enfatizzare gli scenari peggiori. Un esempio emblematico è stato il documentario Una scomoda verità di Al Gore, uscito ormai vent'anni fa, molte delle cui previsioni più allarmistiche si sono rivelate eccessivamente pessimistiche. Un'altra delle idee più diffuse è quella della cosiddetta "sesta estinzione di massa", secondo cui il pianeta starebbe entrando in una fase di perdita accelerata e senza precedenti della biodiversità.

La realtà, come spesso accade, è più complessa. Alcuni studi recenti hanno infatti ridimensionato le stime più catastrofiche. Una parte importante dei dati utilizzati per calcolare i tassi di estinzione deriva da casi verificatisi su isole, dove l'introduzione di specie aliene ha prodotto effetti particolarmente gravi e non sempre rappresentativi della situazione globale. Inoltre, le evidenze disponibili suggeriscono che i tassi di estinzione non stiano necessariamente accelerando verso il presente, come spesso si sostiene. In diversi gruppi animali il picco delle perdite sembra essere stato raggiunto decenni fa, mentre molte politiche di conservazione hanno ottenuto risultati significativi.

Un successo conservativo a rischio

L'Europa offre esempi particolarmente interessanti. I tre grandi predatori del continente — il lupo, l'orso e la lince — hanno registrato negli ultimi decenni una ripresa notevole. Il caso del lupo è probabilmente il più emblematico: da specie sull'orlo della scomparsa è diventato in molte aree una presenza stabile e in continua espansione. Questo successo conservazionistico pone però nuove sfide. Una specie che recupera rapidamente non può essere gestita con gli stessi strumenti utilizzati quando era prossima all'estinzione. Continuare a scaricare interamente sugli allevatori e le popolazioni rurali i costi della conservazione dei grandi carnivori rischia infatti di compromettere il consenso sociale necessario per garantire la tutela a lungo termine delle specie.

I tre grandi predatori del continente — il lupo, l'orso e la lince — hanno registrato negli ultimi decenni una ripresa notevole
I tre grandi predatori del continente — il lupo, l'orso e la lince — hanno registrato negli ultimi decenni una ripresa notevole - © Charles J. Sharp

Va inoltre riconosciuto che il recupero dei grandi predatori è stato favorito anche dalla crescita delle popolazioni di ungulati selvatici, resa possibile da modelli di gestione faunistico-venatori che hanno saputo conciliare utilizzo e conservazione della fauna. Analogamente, altre specie considerate fino a pochi decenni fa fortemente minacciate, come la lontra e la foca monaca, mostrano oggi segnali incoraggianti di ripresa.

Specie figlie di un dio minore

Questo non significa, naturalmente, che la biodiversità non sia in difficoltà. Il problema è che l'attenzione pubblica tende spesso a concentrarsi sulle specie più carismatiche, mentre molte altre continuano a declinare silenziosamente. Il gallo cedrone ne è un esempio significativo. Secondo recenti analisi, molte foreste italiane di conifere stanno perdendo biodiversità strutturale. Si tratta spesso di boschi troppo chiusi, con scarsa presenza di radure e vegetazione di sottobosco, proprio gli elementi di cui questa specie necessita.

L'attenzione pubblica tende a concentrarsi sulle specie più carismatiche, mentre molte altre continuano a declinare silenziosamente. Il gallo cedrone ne è un esempio significativo
L'attenzione pubblica tende a concentrarsi sulle specie più carismatiche, mentre molte altre continuano a declinare silenziosamente. Il gallo cedrone ne è un esempio significativo - © Ron Knight

Ancora più significativa è la situazione della starna. Questo uccello appartiene al gruppo dei cosiddetti farmland birds, l'avifauna tipica degli ambienti agricoli e delle praterie. In gran parte d'Europa queste specie mostrano trend negativi persistenti, principalmente a causa delle trasformazioni del paesaggio rurale e dell'intensificazione agricola. Le politiche agro-ambientali attuate finora hanno prodotto risultati limitati e, salvo alcune esperienze locali positive, non sono riuscite a invertire il declino.

Un'interazione secolare

Il punto centrale è che queste specie non hanno bisogno semplicemente di essere "protette". Hanno bisogno che il loro habitat venga gestito attivamente. Conservare una prateria, un pascolo o un mosaico agricolo richiede interventi continui e il coinvolgimento degli stakeholder, cioè di tutti i soggetti interessati alla gestione del territorio: agricoltori, allevatori, proprietari terrieri, cacciatori e amministrazioni locali. A differenza di molte specie forestali o montane, queste forme di biodiversità si trovano spesso al di fuori delle aree protette tradizionali e ricevono quindi minore attenzione e minori risorse.

La starna appartiene al gruppo dei cosiddetti farmland birds, l'avifauna tipica degli ambienti agricoli e delle praterie. In gran parte d'Europa queste specie mostrano trend negativi persistenti, principalmente a causa delle trasformazioni del paesaggio rurale e dell'intensificazione agricola
La starna appartiene al gruppo dei cosiddetti farmland birds, l'avifauna tipica degli ambienti agricoli e delle praterie. In gran parte d'Europa queste specie mostrano trend negativi persistenti, principalmente a causa delle trasformazioni del paesaggio rurale e dell'intensificazione agricola - © Kostikidis Georgios

Alla base di questo problema vi è anche una visione della conservazione che considera la natura come qualcosa di separato dall'uomo, da proteggere "contro" l'attività umana. È un approccio che deriva dall'ideale della wilderness incontaminata, sviluppatosi soprattutto nel contesto nordamericano, ma che si adatta solo in parte alla realtà europea. Gran parte dei paesaggi europei più ricchi di biodiversità sono infatti il risultato di secoli di interazione tra attività umane e processi naturali.

Per una gestione attiva degli ecosistemi

Quando questa dimensione storica viene ignorata, si rischia di favorire politiche che promuovono l'espansione delle foreste e l'abbandono delle attività tradizionali, senza considerare gli effetti sulla biodiversità degli ambienti aperti. Il risultato è la progressiva polarizzazione del territorio: da una parte aree montane e marginali sempre più boscate - con boschi fitti e chiusi - e poco antropizzate, spesso ricche di naturalità ma non necessariamente di biodiversità; dall'altra aree agricole sempre più intensive, dove si concentra la produzione e dove molte specie legate ai paesaggi rurali continuano a scomparire.

La sfida della conservazione nel XXI secolo potrebbe quindi non essere quella di proteggere semplicemente più natura, ma di gestire l'ambiente in modo più olistico e razionale. Ciò significa spostare l'attenzione dalla sola tutela passiva alla gestione attiva degli ecosistemi, concentrando risorse e interventi sugli habitat e sulle specie che stanno realmente diminuendo. Significa, soprattutto, riconoscere che la biodiversità non sempre prospera dove l'uomo scompare, ma spesso dove uomo e natura riescono a convivere in modo sostenibile.


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