L'ultimo safari africano del maestro armaiolo Paul Roberts diventa un racconto di amicizia, memoria e un passaggio di testimone, oltre la semplice avventura
L'ultimo safari africano del maestro armaiolo Paul Roberts diventa un racconto di amicizia, memoria e un passaggio di testimone, oltre la semplice avventura - © Tweed Media
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SUDAFRICA - L'ultimo bossolo di Paul Roberts

Non è il racconto di un abbattimento, ma quello di una vita. L'ultimo bufalo di Paul Roberts diventa il simbolo di un'esistenza trascorsa tra Africa, grandi fucili e amicizie autentiche, in una riflessione sul tempo che passa, sulla memoria e sul valore del passaggio di testimone

di Selena Barr

A cosa pensa un uomo quando sa che sta per sparare il suo ultimo colpo? Non alla meccanica: il peso familiare del fucile, l'immagine nel mirino, la pressione sul grilletto. Queste cose appartengono alla memoria muscolare, scolpite nei tendini attraverso 32 safari e innumerevoli bufali. Ciò che occupa la mente è qualcosa di molto più profondo: il peso di tutti i colpi sparati prima di quello, di ogni alba sul Serengeti, di ogni ora dorata tra le acacie spinose nel crepuscolo del Kenya.

A ottantacinque anni, il leggendario armaiolo inglese Paul Roberts ha affrontato il suo ultimo safari al bufalo in Sudafrica
A ottantacinque anni, il leggendario armaiolo inglese Paul Roberts ha affrontato il suo ultimo safari al bufalo in Sudafrica - © Tweed Media

Paul Roberts, a 85 anni, ha vissuto il tipo di vita che la maggior parte di noi può soltanto sognare. Marc Newton, amministratore delegato della casa d'armi londinese John Rigby & Co., lo definisce «l'ultimo dei playboy degli anni Sessanta»: automobili veloci, donne bellissime, infiniti racconti di incontri ravvicinati con la morte e l'appartenenza ai migliori club esclusivi di Londra. Sono capitoli di una vita vissuta pienamente. E ora, con la pioggia che cade sul veld sudafricano, un bufalo a trenta iarde di distanza, Paul Roberts si prepara a sparare quello che sa già sarà il suo ultimo colpo contro uno dei big five.

Un completo da 30 sterline

Il loro rapporto iniziò nel 2005: Marc aveva diciannove anni, era impacciato, indossava un completo da 30 sterline acquistato da Asda (una delle più grandi catene di supermercati e ipermercati del Regno Unito, ndt) e stava sostenendo un colloquio di lavoro presso la J. Roberts & Son a Vauxhall. «Mi innamorai completamente di Paul», racconta oggi Marc. L'officina era una vera caverna di Aladino: pile di avorio, decine di fotografie in bianco e nero di Paul accanto a giganteschi elefanti in Tanzania, storia vivente accatastata in ogni angolo. Il colloquio fu breve.

Paul lo osservò semplicemente dalla testa ai piedi. «Sì, penso che tu possa andare». Tutto qui. Fu l'inizio di un rapporto simile a quello tra uno zio e un nipote. Marc rimaneva in ufficio fino alle nove di sera, ogni giorno, semplicemente per ascoltare, per assorbire tutto ciò che Paul aveva da raccontare.

A cosa pensa un uomo quando sa che sta per sparare il suo ultimo colpo? Non alla meccanica: il peso familiare del fucile, l'immagine nel mirino, la pressione sul grilletto. Queste cose appartengono alla memoria muscolare, scolpite nei tendini attraverso 32 safari e innumerevoli bufali. Ciò che occupa la mente è qualcosa di molto più profondo: il peso di tutti i colpi sparati prima di quello, di ogni alba sul Serengeti, di ogni ora tra le acacie spinose nel crepuscolo del Kenya
A cosa pensa un uomo quando sa che sta per sparare il suo ultimo colpo? Non alla meccanica: il peso familiare del fucile, l'immagine nel mirino, la pressione sul grilletto. Queste cose appartengono alla memoria muscolare, scolpite nei tendini attraverso 32 safari e innumerevoli bufali. Ciò che occupa la mente è qualcosa di molto più profondo: il peso di tutti i colpi sparati prima di quello, di ogni alba sul Serengeti, di ogni ora tra le acacie spinose nel crepuscolo del Kenya - © Tweed Media

Quando, tredici anni fa, Marc divenne amministratore delegato della Rigby - un'azienda che Paul aveva riportato in vita negli anni Ottanta - avvertì tutto il peso di quella responsabilità. «Ho sempre sofferto enormemente della sindrome dell'impostore», ammette. «Ma sentivo anche una grandissima responsabilità, perché voglio un bene immenso a Paul e Patty». La leggendaria Patty Pugh - ex compagna di Paul e straordinaria collaboratrice negli affari - purtroppo non ha potuto partecipare al safari a causa della sclerosi multipla.

Il passaggio del testimone

Prima della partenza per il Sudafrica, Paul invitò Marc a prendere un caffè. Stava sistemando le proprie questioni personali. Aveva in mente di lasciare in eredità due fucili. Quale avrebbe preferito Marc? Marc non ebbe alcuna esitazione. Il .416, il primo .416 Rigby costruito da Paul nel 1982. Era stato il suo compagno durante decenni di caccia africana. Così decisero che quel .416 avrebbe accompagnato Paul anche in Africa. Non come un pezzo da museo, ma come uno strumento di lavoro. Un ponte tra il passato e il presente.

Paul Roberts e Marc Newton, passato, presente e futuro della John Rigby & Co.
Paul Roberts e Marc Newton, passato, presente e futuro della John Rigby & Co. - © Tweed Media

Al Royal Tabane Safari Lodge, nella provincia del Limpopo, la pioggia cadeva incessante: una pioggia leggera e costante che dona alla boscaglia una dimensione completamente diversa. Avvistarono un branco di bufali e studiarono un piano. Paul, le cui ginocchia non gli consentivano più di affrontare le lunghe camminate richieste dalla caccia al bufalo, sarebbe rimasto al veicolo.

Marc partì insieme ai due professional hunter, Alex McDonald e Buzz Charlton, portando con sé il .416 di Paul. I bufali stavano avanzando controvento. Marc si sistemò sul bastone da tiro. Venticinque iarde. Il vecchio guerriero uscì allo scoperto e sollevò la testa. Il colpo di Marc fu perfetto. Il bufalo si impennò e partì di corsa. Marc lo seguì sparando ancora. Un proiettile uscì dal torace. L'altro attraversò l'intero corpo e uscì dalla testa. Dopo circa centocinquanta iarde, il bufalo crollò. Ma prima di confermare l'abbattimento, Marc si voltò verso Alex. «Bene», disse. «Adesso dobbiamo andare a prendere Paul».

L'energia della passione

Quando tornarono, Paul aveva sentito gli spari. «In questo vecchio corpo si vede ancora il ragazzino di dodici anni», racconta Marc. «Non ho mai conosciuto nessuno sopra gli ottant'anni che conservasse l'anima di uno scolaro così entusiasta della caccia». Paul era già sceso dal veicolo, con un'energia sorprendente. «Com'è andata?»

Nelle grandi cacce africane arriva un momento speciale, quello in cui si trascorre del tempo accanto all'animale dopo l'abbattimento. Non per valutare il trofeo, ma per qualcosa di più intimo
Nelle grandi cacce africane arriva un momento speciale, quello in cui si trascorre del tempo accanto all'animale dopo l'abbattimento. Non per valutare il trofeo, ma per qualcosa di più intimo - © Tweed Media

«L'abbiamo preso, ma non riusciamo a trovarlo. Ci serve un altro fucile. Vieni a coprirci?»
Il volto di Paul si illuminò. Marc gli porse uno dei fucili Big Game che lui stesso aveva contribuito a progettare. «Consegnarlo all'uomo che mi ha insegnato tutto quello che so sulla Rigby», racconta Marc, «è stata un'emozione indescrivibile».

Paul avanzava in testa al gruppo, mentre Marc lo seguiva portando il suo storico .416. Dopo quindici minuti, trovarono il bufalo, stecchito. Ma Alex si rivolse a Paul. «Credo che dovremmo sparare un colpo di sicurezza». Paul fece un passo avanti. Mire metalliche. Un solo colpo, perfettamente a segno.

Un bossolo per fermare il tempo

Scaricò il fucile, si chinò e raccolse il bossolo dalla sabbia bagnata. Paul Roberts non è un uomo che manifesta apertamente le proprie emozioni. Ma si voltò verso Marc, stringendo quel bossolo tra le dita, e disse qualcosa che sembrò fermare il tempo. «Lo conserverò per sempre. Sarà l'ultimo colpo che avrò mai sparato a un bufalo». Pensiamo sempre di avere ancora un'altra avventura davanti a noi. Ma in quel momento Paul sapeva. E Marc sapeva che Paul lo sapeva.

Non è il racconto di un abbattimento, ma quello di una vita. L'ultimo bufalo di Paul Roberts diventa il simbolo di un'esistenza trascorsa tra Africa, grandi fucili e amicizie autentiche, in una riflessione sul tempo che passa, sulla memoria e sul valore del passaggio di testimone
Non è il racconto di un abbattimento, ma quello di una vita. L'ultimo bufalo di Paul Roberts diventa il simbolo di un'esistenza trascorsa tra Africa, grandi fucili e amicizie autentiche, in una riflessione sul tempo che passa, sulla memoria e sul valore del passaggio di testimone - © Tweed Media

Più tardi, mentre scattavano alcune fotografie sotto la pioggia leggera, il videoperatore chiese a Paul di puntare di nuovo il fucile verso il bufalo. Paul, ormai sordo come una campana dopo otto decenni trascorsi a sparare, capì male. «Vuole che gli spari di nuovo?»
«No, Paul!» scoppiò a ridere Marc.
«Ma io voglio sparargli di nuovo».

E così fece. Un altro colpo, praticamente sovrapposto al primo. Tutti scoppiarono a ridere. C'era quell'anziano che aveva vissuto avventure ormai consegnate ai libri di storia e che continuava ancora a trovare gioia nella caccia. Era ancora quel ragazzino di dodici anni.

Una vita straordinaria

Versarono della birra e brindarono al bufalo. In queste grandi cacce arriva sempre un momento speciale, quello in cui si trascorre del tempo accanto all'animale dopo l'abbattimento. Non per valutare il trofeo, ma per qualcosa di più intimo. Il bufalo diventa parte della conversazione, parte della squadra che lo ha cacciato.

L'ultimo colpo e l'ultimo bossolo di Paul Roberts
L'ultimo colpo e l'ultimo bossolo di Paul Roberts - © Tweed Media

All'inizio del viaggio, mentre attraversavano la boscaglia in automobile, Paul si era improvvisamente fatto silenzioso. Marc se ne accorse.
«Tutto bene, Paul?»
«Ho avuto una vita straordinaria. Mi mancherà tutto questo».
Mi mancherà. Non mi sarebbe mancato. Mi mancherà. Il pensiero di una persona che si sente ancora pienamente presente e che proietta la propria coscienza nel futuro

A Marc venne in mente La mia Africa, quando Karen Blixen, parlando della tomba di Denys Finch Hatton, dice: «A Denys sarebbe piaciuto. Devo ricordarmi di dirglielo».
«C'era una silenziosa consapevolezza», spiega Marc, «che lui non sarebbe stato qui, ma sarebbe stato da qualche altra parte. Come potrebbe mancarti tutto questo se non ci fossi più?» Paul aveva gli occhi pieni di lacrime.

Un tramonto laborioso

Che aspetto ha il crepuscolo di una vita dedicata alla caccia? Per Paul Roberts significa continuare a lavorare ogni giorno alla J. Roberts & Son. «Per restare mentalmente lucido quando si hanno più di ottant'anni bisogna continuare a lavorare, continuare ad avere interessi», dice. Questo è il suo segreto per mantenere la mente viva.

C'è una vena di malinconia nel sapere che l'Africa - la sua Africa - sta lentamente allontanandosi. Durante questo viaggio gli era stata proposta anche una caccia al nyala, ma aveva dovuto rinunciare. «Camminare era troppo impegnativo. C'è una nota di tristezza che accompagna questi ultimi safari africani. Ma bisogna accettare il fatto che non si può fare per sempre ciò che si faceva un tempo».

Ricorda situazioni in cui era stato costretto a correre per sfuggire ad animali pericolosi. «Adesso non sarei più capace di farlo. Per questo non tento la sorte». Oggi, invece, prova «un grande piacere» nell'osservare gli altri cacciare, soprattutto Marc.

Le cose importanti sopravvivono nel ricordo dell'aver fatto

«Trovo che l'esperienza dell'Africa, molto spesso, non consista nello sparare all'animale», riflette. Forse è proprio questo il grande segreto che richiede una vita intera per essere compreso.
Allora, a cosa pensa un uomo quando sa che sta per sparare il suo ultimo colpo? Forse pensa a un ragazzo di diciannove anni con un economico abito acquistato al supermercato. Forse pensa ai bossoli conservati nel corso degli anni, ciascuno dei quali racchiude un ricordo cristallizzato nel metallo. Forse pensa alle persone che continueranno il cammino: Marc con il suo .416, i giovani cacciatori ai quali ha trasmesso una solida etica venatoria, Patty, che ha condiviso con lui quel lungo viaggio. Oppure - ed è forse l'ipotesi più probabile - non pensa affatto. Forse semplicemente sente. La pioggia sul viso. Il peso del fucile. Il bufalo davanti a sé. La presenza degli amici. Il privilegio di trovarsi esattamente dove sente di dover essere.

Paul Roberts, a 85 anni, ha vissuto il tipo di vita che la maggior parte dei comuni mortali può soltanto sognare. Marc Newton, amministratore delegato della casa d'armi londinese John Rigby & Co., lo definisce «l'ultimo dei playboy degli anni Sessanta»
Paul Roberts, a 85 anni, ha vissuto il tipo di vita che la maggior parte dei comuni mortali può soltanto sognare. Marc Newton, amministratore delegato della casa d'armi londinese John Rigby & Co., lo definisce «l'ultimo dei playboy degli anni Sessanta» - © Tweed Media

Quel bossolo sarà custodito in un luogo sicuro. Un talismano. Un promemoria del fatto che le cose importanti non sopravvivono nell'atto del fare, ma nell'aver fatto. Nei racconti tramandati. Nelle conoscenze trasmesse. In quel ragazzino di dodici anni che non invecchia mai del tutto.

Marc Newton porterà ancora quel .416 in Africa. Il fucile sopravvivrà a entrambi. Ma la pioggia che cadeva sul veld, le lacrime di Paul, il suono di quell'ultimo colpo che riecheggiava nella savana spinosa? Quelle cose appartengono soltanto a quell'istante, irripetibile e perfetto.


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