
di Giuliano Milana
Una legge non può dimostrare che la caccia è sbagliata
Una legge può essere migliorata, criticata o respinta. Ma il giudizio su una norma non basta a dimostrare che la caccia è sbagliata: sono questioni diverse che meritano un confronto serio e distinto
Leggendo l'articolo di Enrico Bucci su Il Foglio, colpisce un aspetto: gran parte della critica è rivolta al DDL in discussione, ma la conclusione sembra essere una condanna della caccia in quanto tale. Sono due piani completamente diversi.
Si può essere favorevoli o contrari a singoli articoli della riforma. Si può discutere di richiami vivi, zone umide, calendari venatori, pareri ISPRA, competenze regionali o recepimento delle direttive europee. È il normale confronto democratico su una norma. Ma una legge che disciplina la caccia non può dimostrare che la caccia sia moralmente o ecologicamente illegittima. Sarebbe come sostenere che una modifica del Codice della Strada dimostri che l'automobile è sbagliata in sé.
La caccia può essere strumento di tutela della biodiversità...
Nell'articolo viene derisa l'affermazione secondo cui la caccia possa concorrere alla tutela della biodiversità. Eppure la gestione faunistica è oggi riconosciuta come una necessità in gran parte d'Europa, soprattutto nei territori profondamente modificati dall'uomo, dove molte popolazioni animali interagiscono continuamente con agricoltura, allevamenti, infrastrutture e aree urbane.
Ancora più interessante è un dato storico spesso ignorato, ovvero che negli ultimi cinquant'anni, proprio mentre la caccia rimaneva un'attività legale e regolamentata, specie come cinghiale, cervo, capriolo e daino hanno conosciuto un'espansione straordinaria in gran parte del territorio italiano. Se la semplice esistenza della caccia fosse incompatibile con la conservazione, questi risultati sarebbero difficili da spiegare.
... e di uso sostenibile di una risorsa rinnovabile
C'è poi un'altra questione che raramente viene affrontata. La caccia rappresenta una forma di utilizzo sostenibile di una risorsa naturale rinnovabile. Gli animali selvatici prelevati sono il prodotto di popolazioni che si riproducono naturalmente e che, quando correttamente gestite, mantengono la propria capacità di rinnovarsi nel tempo.
Inoltre, la selvaggina costituisce una delle poche filiere alimentari realmente locali, a bassissimo impiego di suolo, acqua, mangimi, fertilizzanti, antibiotici ed energia fossile. Molti alimenti presentati come alternativi e "sostenibili" richiedono invece coltivazioni intensive, lavorazioni industriali, trasporti intercontinentali e un impatto ambientale che meriterebbe un'analisi meno ideologica e più oggettiva.
Confondere i piani del ragionamento non aiuta nessuno
Questo non significa che ogni forma di caccia sia automaticamente sostenibile, così come non significa che ogni agricoltura o ogni allevamento lo siano. Significa però riconoscere che il prelievo venatorio regolamentato può rappresentare uno degli strumenti attraverso cui una risorsa naturale rinnovabile viene utilizzata senza comprometterne la conservazione.
Il vero nodo è quindi un altro; stiamo discutendo di un testo legislativo oppure stiamo usando quel testo come pretesto per delegittimare la caccia in sé? Perché sono due cose profondamente diverse. E confonderle non aiuta né la conservazione della fauna, né la qualità del dibattito pubblico.
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