
di Matteo Brogi
Il rapporto tra uomo e animali, tra diritti e doveri
La fauna selvatica non è una proiezione emotiva dell'uomo, ma parte di equilibri ecologici complessi. Custodirla significa assumersi una responsabilità, non limitarsi a sentimentalizzarla
Nel panorama contemporaneo pochi temi riescono ad accendere il dibattito pubblico quanto il rapporto tra uomo e animale. La caccia, l'allevamento, l'utilizzo degli animali nella società moderna e perfino il consumo di carne sono diventati terreno di scontro culturale prima ancora che politico. Sempre più spesso il confronto si sviluppa sul piano emotivo, mentre rimane sullo sfondo una domanda più complessa: quale posto occupano davvero gli animali all'interno della nostra comunità morale?
È una questione tutt'altro che semplice, che il filosofo inglese Roger Scruton ha affontato in Animal Rights and Wrongs, tradotto in Italia con il titolo Gli animali hanno diritti? (Raffaello Cortina, 2008). Un libro controcorrente non perché neghi il valore degli animali o giustifichi la crudeltà - posizione che è stata spesso attribuita superficialmente all'autore - quanto perché mette in discussione il presupposto teorico su cui si fonda gran parte dell'animalismo contemporaneo: l'idea che gli animali possano essere titolari di diritti nella stessa misura in cui lo sono gli esseri umani.
Un equivoco che nasce dal linguaggio
Il rapporto tra uomo e fauna selvatica è molto complesso. Riguarda la nostra idea di natura, di responsabilità e persino il modo in cui concepiamo la posizione dell'uomo all'interno del mondo vivente. È in questa prospettiva che il pensiero del filosofo inglese offre spunti particolarmente attuali, anche per comprendere il significato profondo di un approccio conservazionista alla natura.
Il primo equivoco nasce dal linguaggio. Sempre più spesso si parla infatti di "diritti degli animali" attribuendo alla fauna categorie morali pensate originariamente per gli esseri umani. Ma un diritto, nella tradizione giuridica e filosofica occidentale, non coincide semplicemente con ciò che suscita empatia o con la capacità di provare sofferenza. Il diritto nasce all'interno di una comunità morale fatta di responsabilità reciproche, doveri, norme condivise e consapevolezza etica. Gli animali, pur essendo capaci di soffrire e provare emozioni (esseri senzienti secondo il linguaggio oggi in voga), non appartengono a questa dimensione morale nel senso pieno del termine. Non sono soggetti morali come lo è l'uomo. Questo, però, non significa affatto che possano essere trattati con crudeltà o senza riguardo.
Dei doveri dell'uomo
Tornando a Scruton, la capacità di provare emozioni e sofferenza non bastano a fondare un diritto. Pietà e compassione, pur essendo virtù, non possono da sole costituire il fondamento di un sistema morale e giuridico. Quindi, è molto discutibile considerare gli animali portatori di diritti, mentre è innegabile che gli uomini hanno doveri nei loro confronti. Doveri che derivano non da un'uguaglianza tra specie, ma dalla particolare responsabilità morale dell'essere umano. Proprio perché dotato di coscienza, capacità di giudizio e senso del limite, l'uomo è chiamato a esercitare moderazione, rispetto e misura nel proprio rapporto con il mondo animale. La crudeltà gratuita, in questa prospettiva, non è soltanto ingiusta verso l'animale, è degradante per l'uomo stesso.
Questa impostazione aiuta a comprendere una distinzione fondamentale spesso rimossa dal dibattito contemporaneo: quella tra etica animalista ed etica conservazionista. L'animalismo tende a concentrare l'attenzione sul singolo individuo animale, considerato soprattutto nella sua dimensione emotiva e nella sua capacità di soffrire. Il conservazionismo, invece, guarda principalmente alla continuità delle specie, agli habitat e agli equilibri ecologici nel lungo periodo.
La visione dell'etica conservazionista
La conservazione della natura non può limitarsi alla tutela emotiva del singolo animale, perché gli ecosistemi funzionano attraverso relazioni biologiche complesse, dinamiche di popolazione ed equilibri spesso fragili. La gestione faunistica nasce proprio dalla necessità di preservare questi equilibri, garantendo la continuità delle specie e la salute degli habitat. Questo non significa negare valore al singolo animale. Significa però riconoscere che la natura non è composta da individui isolati, ma da sistemi ecologici interdipendenti.
Anche la distinzione tra animali domestici e fauna selvatica diventa importante. Gli animali domestici condividono il nostro spazio sociale e instaurano con l'uomo relazioni quasi personali. La fauna selvatica appartiene invece a un'altra dimensione: quella degli equilibri ecologici, del territorio e della continuità biologica. Per questo il dovere principale verso gli animali selvatici non consiste nell'antropomorfizzarli o nel considerarli semplici proiezioni emotive della sensibilità umana, ma nel custodire gli ambienti e le condizioni che ne rendono possibile l'esistenza.
Caccia e custodia della natura
Il tema della caccia va inserito all'interno di questa prospettiva. La pratica venatoria, quando è fondata su regole, limiti, conoscenza e responsabilità, non coincide con una logica di dominio o sfruttamento. Può invece collocarsi all'interno di una relazione ordinata tra uomo, territorio e fauna, in cui il prelievo non rompe la continuità della specie ma si inserisce nella gestione complessiva dell'ecosistema. Piuttosto, proprio perché l'uomo occupa una posizione morale diversa nel mondo naturale, ricade su di lui una responsabilità. Il limite, la misura e il rispetto non sono elementi accessori del rapporto con la fauna selvatica, ne rappresentano il fondamento etico. Tra dominio assoluto e animalismo emotivo esiste quindi uno spazio responsabile: quello della custodia.
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