
di Simon K. Barr
WYOMING - Dove corre l'antilocapra
Non si va in Wyoming per una caccia comoda. Ci si va per il gusto della sfida, per mettere alla prova sé stesso con un selvatico che può sparire più veloce di un fantasma in una tempesta
Il sole stava tingendo l’orizzonte, striando il cielo infinito di rosso e arancio. Era una di quelle mattine che promettono più di una bella giornata: promettono avventura. Mi trovavo vicino a Casper, su 80.000 acri di terra selvaggia di proprietà della Cole Creek Sheep Company. Un luogo dove gli uomini cacciano fin dai tempi in cui le antilocapre erano libere come il vento che soffia senza sosta. Non per una caccia qualsiasi ma l’inseguimento dell’animale terrestre più veloce del Nord America. Li chiamano speed goats, capre veloci, e quel nome se lo sono guadagnato tutto.

A guidarmi c’erano Kelly Clause e suo figlio Cody, persone autentiche, di quelle che puoi definire concrete. Gestiscono la Cole Creek Outfitters e conoscono queste terre meglio di quanto molti conoscano il cortile di casa. La loro reputazione si basa su fiducia, competenza e anche su una buona dose di carattere. Da anni collaborano con la famiglia Hornady, il che mi ha dato subito un senso di familiarità. Ma non c’è da illudersi: cacciare con Kelly e Cody non è una passeggiata. È un tuffo nel selvaggio.
Il selvatico più veloce del Nord America
Il pronghorn (Antilocapra americana) non è un selvatico qualsiasi. Molti le chiamano antilopi, ma è solo un soprannome di comodo. Sono gli ultimi sopravvissuti della famiglia Antilocapridae, i loro cugini più prossimi sono giraffe e okapi. Ma qui non conta. Conta che possono toccare le 60 miglia orarie (oltre 90 km/h) senza sforzo e possono scorgerti da quasi un miglio di distanza. I loro grandi occhi sporgenti garantiscono quasi 360 gradi di visuale. È così che sopravvivono. Sono nate per fuggire da predatori antichi, ormai estinti, ma non hanno mai ricevuto l’avviso che gli sono sopravvissuti.

Le praterie del Wyoming non sono piatte come sembrano. A prima vista appaiono come un oceano di artemisia, ma il terreno inganna. Piccoli avvallamenti e dossi raccontano un’altra storia - una storia che un cacciatore accorto può usare a suo favore. Qui non puoi muoverti alla cieca come un elefante in un negozio di porcellane: qui bisogna avanzare a passo lento, strisciare, osservare, inseguire. Ci siamo spostati piano attraverso il ranch a bordo del pick-up di Kelly, occhi sempre all’erta. Abbiamo avvistato diversi gruppi di antilocapre, ma erano i maschi più vecchi a catturare la mia attenzione: musi più scuri, corna più grosse e con un’aria da veterani. Era la piena stagione degli amori, e i maschi erano in giro, pronti a dar battaglia. Nell’aria si sentiva quella tensione elettrica che ti fa sentire vivo.
Un faticoso avvicinamento
Ne abbiamo avvistato un gruppo allo scoperto, a pascolare tranquilli, ignari di tutto. Non erano ancora allarmati. Abbiamo usato il mezzo per ridurre la distanza, restando bassi e silenziosi. Il vento soffiava costante a 18 miglia orarie da sinistra verso destra. Qui fa la differenza: può essere il tuo miglior alleato o il tuo peggior nemico. Scesi, ci siamo mossi a passo felpato fra l’artemisia, sfruttando ogni avvallamento per restare invisibili. Ero abituato a sparare in gare PRS oltre le 900 iarde, ma la caccia non è una gara: non serve impressionare nessuno, conta solo far centro. Volevo avvicinarmi entro le 400 iarde.

Mi sono sistemato in posizione con il mio sacchetto Game Changer - un nome curioso per qualcosa che mi ha davvero cambiato come tiratore. Ho puntato un bel maschio, maturo. È ciò che si cerca: un trofeo, sì, ma anche il rispetto verso un animale che ha visto diverse stagioni. Il vento continuava a soffiare, l’antilocapra iniziava a intuire che qualcosa non andava. Il maschio di testa sollevò la testa, scrutando l’orizzonte come se sentisse un pericolo. Ci immobilizzammo. Sembrava di sentire la prateria respirare sotto di noi. Bastava un movimento sbagliato e sarebbe finita.
La sfida contro il vento
Abbiamo mantenuto i nervi saldi. Ci siamo infilati in una piccola depressione, restando bassi, immobili. Era una partita a scacchi con un animale selvatico, e nessuno voleva cedere per primo. Quando finalmente ci siamo mossi, i pronghorn erano ancora lì. In allerta, ma non spaventati. Era il momento: o agisci, o ti tiri indietro. Mi sono sdraiato, ho sistemato il fucile e ho aspettato che il vento concedesse un istante di tregua.

Il mio 7mm PRC, caricato con Hornady ELD-X da 175 grani, era pronto quanto me. Ho regolato l’alzo a 5 MOA per le 388 iarde, tenendo otto pollici di correzione a sinistra per il vento. In quei secondi, tutto si è fatto silenzioso. Non fuori, dentro. Restavamo solo io, la carabina e l’animale. Ho preso un respiro profondo, l’ho lasciato uscire piano, ho premuto il grilletto. Il colpo è partito pulito e il maschio è crollato come un sacco di pietre. Nessuna corsa, nessuna agonia. Solo la fine.

Quando mi sono avvicinato, ho sentito quella scossa, quel miscuglio di orgoglio e rispetto. Non era solo l’animale a contare: era tutto ciò che c’era stato prima. L’avvicinamento, la pazienza, l’attesa, il tiro. Tutto deve andare al suo posto, e stavolta era successo. Il trofeo si aggirava intorno ai 70 punti - non un record, ma non importa. Quello che conta è la caccia, l’attimo, la sfida.

Una storia a lieto fine
Bisogna togliersi il cappello davanti a questi animali. Un tempo, 35 milioni di antilocapre vagavano su queste pianure. Nel 1915, ne erano rimaste appena 13.000. La caccia indiscriminata e la perdita dell’habitat le avevano quasi annientate. Poi qualcosa è cambiato: cacciatori, ambientalisti, gente che ci credeva hanno fatto la loro parte. Oggi sono circa 800.000 a correre ancora libere nel West americano. Sono dei veri sopravvissuti, e i soldi della caccia servono a mantenerle tali. È una storia di successo tutta americana, dove i cacciatori hanno fatto la differenza.

Lo sappiamo tutti: cacciare non è solo premere un grilletto. È misurarsi con la natura, confrontarsi con qualcosa che ha tutte le carte in regola per vincere. È anche storia. La Cole Creek Sheep Company esiste dagli anni 1880, e quella eredità te la senti addosso quando sei lì fuori. Mentre caricavamo l’antilocapra sul pick-up, pensavo a tutti i cacciatori passati di lì, allo stesso vento, allo stesso sorgere del sole. C’è un legame, la sensazione di far parte di qualcosa di più grande.

Per chiunque sogni di inseguire qualcosa di davvero selvaggio, di sentire quel battito nel petto quando hai un solo colpo per farcela, la terra delle antilocapre del Wyoming ti sta chiamando. La terra, il vento, la sfida: tutto è lì, ad aspettare chi ha il coraggio di guadagnarselo.

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