Chi sono

Matteo Brogi, cacciatore e giornalista. Questa, in breve, è la mia biografia. Come cacciatore credo che sia giunta l'ora che la caccia venga vissuta in maniera sostenibile, rispettosa della biodiversità, dell'ambiente, delle future generazioni e delle esigenze di conservazione di un patrimonio che è di tutti. Come comunicatore credo che sia indispensabile raccontare la caccia e tutto ciò che le ruota intorno in maniera nuova. Questi sono il mio pensiero e l'obiettivo di Hunting log.

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Non sono capace di pensare alla mia vita senza la caccia. Non c'è un giorno in cui ho scoperto questa passione, un prima e un dopo. Da bambino l'ho amata attraverso i racconti di mio padre, che mi addormentava parlandomi delle starne dell'Appennino, delle lepri della Bassa e dei camosci delle Alpi. Quando ho iniziato a seguirlo avrò avuto sei o sette anni. La prima volta fu in occasione di una preapertura, in agosto, ai margini di un campo di girasole: le tortore avevano però altri progetti per quel giorno. Dopo vennero i fine settimana in Maremma, alle allodole, ancora con la civetta impagliata e gli specchietti. Poi fu la volta di fagiani, pernici e beccacce con Asso, il nostro setter inglese. Cane dallo stile inappuntabile, aveva un carattere imprevedibile e ogni uscita a caccia poteva trasformarsi in una giornata memorabile come in una solenne incazzatura. È vissuto quindici anni e non siamo mai riusciti a entrare in sintonia. Con mio padre, invece, si capiva con uno sguardo. Lui, tendenzialmente silenzioso, e il cane, inesorabilmente testardo, vivevano in simbiosi e io ero di troppo. Ricordo l'ultima apertura; Asso aveva 14 anni compiuti e appena scese dall'auto ebbe una sincope. Aveva lo sguardo vitreo, lo accarezzai a lungo credendo che ci stesse lasciando. Dopo cinque minuti si rialzò e partì col suo solito galoppo. In venti minuti fermò un fagiano e scovò una lepre per poi arrendersi ai dolori e all'età. Completammo insieme quella stagione di caccia ma per lui non ce ne furono altre.

Morto Asso, entrai in crisi. Mio padre - che era sempre stato il mio compagno di caccia - faticava a muoversi e di lì a poco avrebbe rinunciato a rinnovare la licenza. Io ero solo, qualche volta andavo a caccia in riserva ma non trovavo più quel piacere così appagante di cacciare nel mio territorio e di condividere rare parole con quell'orso e il suo cane. I polli colorati delle riserve più o meno faunistiche mi disgustavano e in quel momento pensai che la caccia, se non avesse trovato una strada per rigenerarsi, sarebbe morta. Se non per tutti, almeno per me. E me ne allontanai, rinnovando la licenza per alcuni anni più per necessità che per passione. Avevo iniziato a scrivere di armi su Diana armi e il porto mi serviva ormai per motivi professionali.
Capitò dopo qualche anno che venissi invitato in una riserva di amici, di quelle vere, per aiutarli a completare il piano di abbattimento degli ungulati. Nel momento in cui sparai al mio primo daino, iniziò la mia seconda vita di cacciatore. La cerca, l'attesa, l'immersione nella natura mi avevano stregato di nuovo. Avevo scoperto che c'era un altro modo di vivere la caccia, farne uno stile di vita, partecipare alla gestione di un territorio e dare il proprio contributo al miglioramento dell'ambiente.
Intanto il caso aveva voluto che fossi invitato da Caff Editrice a fondare una rivista, Il cacciatore moderno. Era il 2012. Di lì a poco sarei stato chiamato a dirigere Cacciare a Palla (2015), Sentieri di caccia (2017) e, nel 2016, a fondare Cinghiale che passione e Hunt 360, la rivista del Safari club international - Italian chapter. Poi è stata la volta di Caccia Magazine, che ho fondato nel 2020 condensandovi tutte le esperienze maturate nel settore della comunicazione venatoria. Ancora una volta ero riuscito a mettere insieme la passione per la caccia, le armi, la fotografia e la scrittura con la mia professione, il giornalismo. So di essere un privilegiato.

La missione di Hunting log

Tutto quello che ho scritto negli ultimi quindici anni parte da un principio: che la caccia non può esistere se non viene esercitata con responsabilità e consapevolezza. Altrimenti è predazione. Lo scrissi in uno dei miei primi editoriali che intitolai Cacciatore, quindi ambientalista. Non mi procurò molte simpatie, sicuramente me ne alienò di più. Fu una specie di manifesto nel quale provai a tracciare una linea - ancora acerba, forse - tra la caccia che è sostenibile nel terzo millennio e quella che invece è opportuno che si estingua insieme a chi la pratica. All'epoca mi scontravo con chi riteneva l'esercizio venatorio un diritto, perché “io pago e allora faccio quel che mi pare”. I catastrofici risultati di questo modo di pensare sono sotto gli occhi di tutti in termini di depauperamento dell'ambiente e della reputazione del cacciatore.

Io credo che la caccia non possa esimersi dal partecipare alla buona gestione dell'ambiente e della fauna. Non ha senso parlare di conservazione senza includere noi cacciatori tra gli attori della gestione.

E al tempo stesso, da parte nostra, non ha senso opporsi per principio ai cambiamenti che impongono sacrifici al nostro modo di intendere la caccia. Si tratta davvero di limitazioni oppure di un indispensabile adeguamento alle mutate esigenze della società, del territorio, delle sensibilità dei giovani, dello stato di conservazione delle specie? Certo, le culture intensive con la perdita di biodiversità, l'impiego massiccio di fertilizzanti e antiparassitari che uccidono ogni forma di vita, l'abbandono dei boschi, il consumo del suolo, il disinteresse del cittadino medio per l'ambiente hanno responsabilità ben più evidenti sullo stato di sofferenza in cui versa la natura.
Ma perché mai noi cacciatori dovremmo sottrarci al confronto, perché dobbiamo opporci a prescindere e combattere, per esempio, una battaglia di retroguardia come quella contro la limitazione del piombo? Emotivamente ne capisco le ragioni: limita oggi, limita domani, si rischia che del nostro mondo non resti più niente. Ma, allora, perché non diventiamo attori attivi, non ci impegniamo a proporre delle soluzioni che mettano al centro del discorso la caccia buona, quella sostenibile, che è in grado di arricchire l'ambiente e alimentare l'economia di zone svantaggiate, di salvaguardare i boschi, di prendersi cura della fauna in sofferenza?

Le domande sono tante e per tutte ho una risposta: la mia responsabilità personale che si fonda sui principi che da sempre animano il mio essere cacciatore e la responsabilità di essere un comunicatore di professione.

Oltre le grida di quella minoranza rumorosa che si professa ecologista - ma si confonde frequentemente con le istanze dell'animalismo e di chi conosce come unico confine quello della periferia urbana della città in cui vive - io credo che si debbano fare proprie le istanze più sensate dell'ambientalismo. Dell'ambientalismo sostenibile, per la precisione, una filosofia che pone al centro del progetto l'uomo ma che si rifiuta di imbrigliare l'ambiente per il soddisfacimento più bieco dei suoi interessi contingenti. Un ambientalismo che pensa in prospettiva, alle future generazioni, ed è consapevole che il prelievo deve essere commisurato a quanto la natura può offrirci, in accordo con quanto ci dice la scienza. Alternativo all'ambientalismo radicale, quello degli ecologisti catastrofisti, profeti di sventura, che trasformano le giuste istanze di conservazione in una religione verde. Un ambientalismo positivo e propositivo, insomma, uno stile di vita e un modo di essere cui aspirare, anch'esso sostenibile. Questa è la caccia moderna, contemporanea. Quella che sopravviverà e ci sopravviverà.

Con Hunting log intendo fornire un canale di comunicazione col quale evidenziare ciò che si può fare in positivo per conservare allo stesso tempo l'ambiente e la nostra passione per la caccia. Hunting log non ha la presunzione di indicare la via ma l'ambizione di diffondere la conoscenza di quei comportamenti virtuosi che garantiscono il futuro della caccia. Si tratta di non aver paura del cambiamento ma di guidarlo. Hunting log invita a coltivare una visione della vita fuori dai luoghi comuni e dal pensiero dominante. E vuole sottolineare che per vivere responsabilmente il nostro essere cacciatori è opportuno pensare ai doveri che il nostro status comporta e alla sostenibilità del nostro agire. Ne ho scritto a novembre 2021 in un editoriale dal titolo eloquente: L'alternativa siamo noi.
Hunting log, in definitiva, vuole portare stimoli di riflessione e dare visibilità a tutte quelle realtà - intellettuali o commerciali che siano - che hanno a cuore la conservazione e si comportano coerentemente con la missione che si sono date.

Matteo Brogi
Hunting log